La strada del granduca

La scelta del tracciato della nuova Regia Emilia e il destino di Vignale

Ci eravamo lasciati, qualche mese fa, al momento della rocambolesca scoperta del grande mosaico tardoantico di Vignale e dei tanti problemi che esso sollevava, dato che palesemente il meraviglioso mosaico era già stato scoperto in un’epoca precedente al nostro scavo e poi ricoperto.

Ma quando e come era avvenuta la scoperta originaria?

A questo punto era necessario fermarsi e riesaminare passo passo tutte le vicende del nostro campo, per cercare di capire in quale momento e in quale circostanza poteva collocarsi la scoperta originaria.

Occorreva un punto di partenza e siamo tornati all’origine: la famosa pianta del 1831 che raffigurava l’antica «Fabbrica dei Bagni di Vignale», scavata in quegli anni dagli operai al servizio del granduca Leopoldo II (ne abbiamo parlato nel numero 7 di questa rivista).

Le prime domande che ci siamo posti sono state: come è nata la pianta del 1831? In quale circostanze è avvenuto quello scavo? E poi, soprattutto, fu in occasione di quel grande scavo che tornò alla luce per la prima volta anche il mosaico?

Alla base di tutto ci sono i lavori per la costruzione della nuova Strada Regia che congiungeva Pisa a Grosseto: quella che poi è diventata la SS1 Aurelia e dopo la realizzazione della superstrada è stata riconvertita in strada provinciale. Fu infatti durante quei lavori che gli sterratori intercettarono i resti antichi e si decise di allargare lo scavo al di là di quanto era strettamente necessario per allestire la strada.

Ma perché la strada doveva passare proprio di lì e, soprattutto, prima che la strada fosse realizzata, che cosa c’era in quel punto del nostro paesaggio?

Per avere una risposta bisogna fare, come sempre in storia, un passo indietro di qualche anno: fino al 1826, precisamente al 28 marzo di quell’anno, quando il granduca Leopoldo II decide di compiere il primo di una serie di viaggi in Maremma, per rendersi conto di persona delle grandi difficoltà della vita in quelle zone.

In quel momento, Leopoldo è un giovane sovrano: ha 28 anni e governa solo da due. Ed è con lo spirito d’avventura proprio della sua età che decide di andare a dare un’occhiata per verificare quello che gli hanno raccontato alcuni «uomini di Scarlino» che, parlando della terra dove vivono, gli dicono «tali cose da far spezzare il core: che era necessità di fuggire il luogo nativo, causa per loro di morte». Le frasi fra virgolette sono tratte dal diario dello stesso Leopoldo, pubblicato nel 1987 in forma di libro, a cura di Franz Pesendorfer, con il titolo Il governo di famiglia in Toscana. Le memorie del granduca Leopoldo II di Lorena (1824-1859).

Non dobbiamo immaginare un corteo ufficiale con decine di carrozze e molti dignitari: Leopoldo parte quasi di nascosto, senza dire a nessuno dei suoi piani, neppure ai due soli compagni di viaggio, il suo segretario particolare (Lorenzo Montalvi) e uno scrivano. Anche perché con le carrozze si sarebbe andati poco lontano, giacché di strade carrozzabili da Pisa in poi non ce n’erano: Leopoldo sale quindi a cavallo e parte verso sud. Unica sua guida sono «alcune carte geografiche e alcuni fogli relativi al paese che volevo visitare»: l’idea è infatti quella di «mettere da parte ogni preconcetto» e di porsi «senza guida» e con l’animo «aperto a ricevere qualsiasi impressione venga di fuori».

Insomma, un esploratore che vuole guardare il mondo con occhi liberi, ma che vuole farlo anche con metodo: perché al suo ritorno a Firenze possa «meditare e ragionare con stretta logica sul raccolto», ovvero sulla «messe di fatti appurati». Per questo decide di tenere «un giornale esatto». Buon per noi, perché in questo giornale ci sono tante cose interessantissime.

La più interessante di tutte, forse, è la carta geografica che Leopoldo utilizzò in quel viaggio e che si è fortunatamente conservata. è una carta che ci dà alcune informazioni preziosissime. Perché è una carta, almeno nella zona che ci interessa, quella intorno a Vignale, sostanzialmente vuota. Vuota perché non c’è nulla di quello che normalmente c’è in una carta geografica: strade, città, paesi, villaggi.

Nulla di tutto questo: c’è un solo insediamento, definito Vignalnuovo, che è il nome con cui si indica la “nuova” fattoria dei Franceschi, che esiste da ormai quasi un secolo e che ha intorno un po’ di capanne in cui vivono i contadini che lavorano per il nobile pisano.

Di strade neanche l’ombra: ci sono solo segnati a tratteggio dei sentieri che possono essere seguiti solo a cavallo e stando molto attenti a non perdere il tracciato, perché la zona è ancora largamente paludosa e ci sono i temibili «pozzali», grandi fosse piene di sabbie mobili che possono inghiottire anche un bue, come accade per l’appunto sotto gli occhi del granduca.

Muoversi in questa specie di inferno è complicato e faticoso: bisogna guadare decine di volte lo stesso fiume che ha un corso sinuoso e instabile (non a caso uno si chiama Riotorto) e bisogna cercarsi una strada nella palude. In un caso Leopoldo viene letteralmente salvato da Francesco Sarri (lo stesso di cui si parla nell’articolo sul Castello di Magona), che insegue il granduca a cavallo e lo guida fuori dai canneti tra cui si è perso.

La testimonianza di questa difficoltà sta nell’altro tracciato disegnato sulla mappa, con un tratto diverso, delle piccole frecce messe in successione: è il tracciato percorso dal granduca per muoversi tra San Vincenzo, Campiglia, Piombino e Populonia, un po’ sulla riva del mare, un po’ nell’interno, per poi dirigersi verso Follonica e da lì, dopo una digressione verso Orbetello, finalmente a Grosseto e poi a Firenze.

Un percorso tortuoso che costeggia le tante paludi, grandi e piccole, ancora esistenti e che, soprattutto, cerca di evitare le zone di aria più cattiva.

Perché una cosa disegnata in quella mappa in realtà c’è, ed è tanto inafferrabile quanto tremendamente concreta. La mappa che Leopoldo si porta dietro nel suo primo viaggio in Maremma è in realtà una mappa dell’aria. Una carta in cui, con diverse gradazioni di giallo, dal quasi invisibile al molto intenso, sono indicate le aree in cui l’aria è cattiva.

L’aria cattiva è, ovviamente, l’aria mala, ovvero la malaria. Loro ancora non sanno che la malattia è trasmessa dalle zanzare e non hanno quindi alcuna idea su come prevenirla: ma sanno benissimo che quell’aria, resa così pesante e puzzolente dal marcire delle piante nelle paludi, è legata con le forti febbri che mettono a rischio la salute e la vita di tutti, uomini, donne, anziani e bambini.

è cavalcando in queste zone di aria mala − in un caso «puzzolente a segno che anneriva l’argento in mano nel passare nella barca» − dove «la gente era affranta, e la tristezza cresceva», che Leopoldo comincia a concepire il grande progetto per cambiare questo stato penoso delle cose.

Bisognerà bonificare le paludi (non è il primo a pensarlo, perché ci si pensava e lavorava già da secoli) e bisognerà costruire case più confortevoli per chi ci abita e per chi voglia venire a viverci e a lavorarci stabilmente.

Base di tutto sarà la costruzione di una nuova strada, che passi lontano dalle zone dell’aria mala (quelle segnate in giallo nella mappa). Ci sono solo due possibilità: seguire un tracciato più “naturale” attraverso le colline e le valli dell’entroterra, tra Suvereto e Montioni, oppure tentare una via più diretta.

La decisione è difficile e prende molto tempo. Quasi due anni, fino al gennaio del 1830, quando Leopoldo torna nuovamente in Maremma. Partito da Follonica, si arrampica a cavallo sui poggi di Vignale e di lì «rividi Campiglia, Caldana, l’Allumiere; i boschi, pensai, avrebbero fatto posto, la linea pareva buona».

è in quella mattina di un giorno luminoso d’inverno che inizia la vicenda del sito archeologico di Vignale, perché loro non lo sanno ancora, ma la linea che al granduca e ai suoi consiglieri «pare buona» passa esattamente sopra le antiche “terme” di Vignale.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 19 (luglio-agosto 2017)

Enrico Zanini

Enrico Zanini

Insegna Metodologia della Ricerca Archeologica e Archeologia Bizantina all’Università di Siena. Autore o curatore di sette volumi e di oltre 130 articoli scientifici, dirige attualmente progetti di ricerca sul campo a Creta e in Sicilia. In Toscana dirige il progetto di archeologia pubblica e condivisa Uomini e Cose a Vignale.

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