La strega di Baratti

Ritrovata nel 2011 una strana sepoltura femminile

Nell’area della Cappella di San Cerbone, a Baratti, un’equipe di archeologi e antropologi dell’Università dell’Aquila ha scoperto, in un cimitero costituito da innumerevoli sepolture medievali, una tomba nella quale era stata deposta una persona con cinque chiodi all’interno della bocca, di cui tre ricurvi, messi intenzionalmente dopo la morte. Lo scheletro apparteneva a una donna di un’età oscillante tra i 45 e i 55 anni, alta 159 cm, vissuta verso la fine del 1300.

Altri chiodi erano stati invece infissi nel corpo della donna per “ancorarlo” alla terra: uno tra la clavicola e la scapola destra, in prossimità delle arterie succlavia e carotidea, un altro chiodo tra le costole in corrispondenza del cuore; due chiodi erano stati posti tra i femori e l’astragalo sinistro, un altro era all’esterno della gamba sinistra e infine altri quattro sono stati trovati nei piedi.

Il corpo, quindi, non era stato messo in una cassa di legno, poiché di essa non sono state ritrovate tracce, ma fu inchiodato direttamente al terreno, probabilmente per una pratica dovuta alla necrofobia, cioè la paura che i morti potessero muoversi dal proprio sepolcro (il cosiddetto revenantismo).

La mandibola era aperta, ma lo scheletro non presenta segni che facciano supporre torture, anche se non si può escludere una morte per omicidio, come ad esempio per soffocamento. Ulteriori ricerche hanno permesso di capire che la donna non era denutrita e che poteva appartenere ad una classe sociale non tra le più povere; dall’esame delle ossa si è capito che ella lavorava spesso seduta su un sedile rigido, ad esempio come filatrice o cucitrice.

Perché questa donna fu inchiodata a terra, per paura che tornasse a vivere? Forse perché era ritenuta una strega, magari soltanto per il fatto di conoscere le erbe e i loro rimedi o di praticare i culti legati alla natura e agli elementi. La strega perciò non doveva ritornare tra i vivi dopo morta e le furono anche messi cinque chiodi (di cui tre ricurvi) nella bocca perché non potesse più pronunciare sortilegi, come magari faceva in vita.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 18 (maggio-giugno 2017)

Piero Cavicchi

Piero Cavicchi

Si è laureato in glottologia nel 1976 presso l’Università di Pisa. Ha insegnato materie letterarie all’ITI Pacinotti di Piombino fino al 2012. I suoi interessi e la sue pubblicazioni sono inerenti alla dialettologia, all’onomastica etrusca e latina ed alla toponomastica.

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