La Toscana di fine ‘700

Il paesaggio nelle descrizioni dei viaggiatori

A salutare le prime, fortunate esperienze riformatrici del giovane Granduca, appare nel 1769 la seconda edizione, opportunamente accresciuta e aggiornata, di un’opera che già al suo primo apparire era stata accolta con grande favore nelle parti più moderne della cultura toscana. Si tratta delle Relazioni d’alcuni viaggi fatti in diverse Parti della Toscana per osservare le produzioni naturali e gli antichi monumenti di essa nelle quali Giovanni Targioni Tozzetti aveva raccolto le sue esperienze di naturalista esperto e curioso nonché di conoscitore non sprovveduto della storia della Toscana e delle sue tradizioni artistiche.

Dal minuzioso resoconto delle sue esplorazioni usciva il volto di una Toscana alquanto diversa da quella alla quale si era fino ad allora pensato. In primo luogo una Toscana delle campagne, piuttosto che delle città, e di campagne non sempre naturalmente inclini a gratificare la fatica dell’uomo che in esse si spende. In tante parti di questa regione la terra è avara, bisognosa di interventi – spiega il riformatore Targioni Tozzetti – che richiedono una decisa innovazione nelle tecniche, nelle pratiche colturali, nei rapporti proprietari. E lo stesso deve dirsi di quelle manifatture cittadine che per adeguarsi alle forme della produzione moderna avrebbero anch’esse bisogno di rinnovamento tecnologico, rottura dei vecchi equilibri sociali, allargamento dei mercati.

È, insomma, una Toscana investita in pieno dall’onda lunga della decadenza quella raccontata da Targioni Tozzetti: molte Toscane, anzi, dal momento che quell’ondata ha diversamente scavato nel corso del tempo, agendo con più violenza in alcune terre (la Maremma su tutte) colpite dall’abbandono dei campi, dalla desertificazione dei luoghi, e in alcune città (Siena, Pisa) dove è più evidente la destrutturazione di un antico sistema manifatturiero, mentre altre terre (il Valdarno), altre città (Livorno) si muovono in maggior sintonia con l’andamento dei tempi.

Osso, e non polpa d’Italia, secondo un giudizio tante volte ripetuto da chi la visita in quegli anni, la Toscana appare comunque, nella sua completezza e complessità una regione dove con evidenza si mostra lo scarto tra la grandezza dell’esperienza mercantile del tardo Medioevo e la pochezza moderna. Lo sanno bene, appunto, osservatori attenti come Addison o Lalande che in momenti diversi attraversano la Toscana incontrando un po’ ovunque segni rattristanti di un illustre passato.

Quel passato, tuttavia, proprio in quegli stessi anni serve a riorientare l’immagine della Toscana. Un secolo che si era, per così dire, aperto con gli avari giudizi di Montesquieu disposto a riconoscere solo in Michelangelo un’autentica forza artistica e pronto, per il resto, a liquidare l’architettura gotica delle città toscane come «il gusto dell’ignoranza», assise nel suo svolgersi successivo al formarsi dell’idea di Firenze come «Atene d’Italia» e, più estesamente, culla della rinascita del bello in un’Europa faticosamente uscita dalle trame della barbarie post-classica.

Il recupero della tradizione artistica si accompagna, peraltro, ad una riconsiderazione estetica anche del paesaggio. «Non è possibile vedere una campagna meglio tenuta; nemmeno una zolla di terra che non sia pulita e come passata attraverso lo staccio» scrive Goethe nel suo pur frettoloso itinerario toscano del 1786 ripetendo un giudizio sulla gradevolezza di queste campagne che attraverso tanti racconti di viaggio si è già quasi fatto stereotipo.

Il volto della Toscana di fine Settecento, anche in forza delle suggestioni esercitate un po’ ovunque in Europa dal governo del Principe riformatore si avvia, dunque, ad essere quello di una regione dove l’uomo è presente tanto nella trasformazione della natura come nel gioco espressivo delle arti. Terra, dunque, umana e di umana misura, secondo un’immagine che nata nel tempo della ragione al potere accompagnerà la Toscana fino ai nostri anni.

Fonte: L. MASCILLI MIGLIORINI, Pietro Leopoldo, in “Storia della Civiltà toscana”, IV, 1999, p. 57.

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