L’arte di vivere nella Populonia romana

In una lussuosa casa, scoperto e recuperato il mosaico figurato delle stanze termali

Undici anni; tanto è passato da quel pomeriggio d’autunno quando venne alla luce un pavimento in mosaico, incrostato di calcare e lievemente ondulato, ma ancora integro nonostante i secoli.

Lo avevamo intuito già nei giorni precedenti che quell’ambiente, nella grande e lussuosa domus ad atrio del

II secolo a.C. che stavamo scavando sull’acropoli di Populonia, ci avrebbe rivelato qualche sorpresa. L’andamento dei muri perimetrali, che curiosamente chiudevano su un lato con una sorta d’appendice curvilinea, era singolare e già lo scavo di parte del deposito di terra all’interno del vano aveva messo in luce piccole porzioni delle pareti, rivestite d’intonaco rosso decorato con tessere di mosaico bianco, disposte su file sfalsate a creare un motivo a losanghe.

Gli “indizi” parlavano chiaro: il pavimento non poteva essere un semplice battuto di terra. Ci aspettavamo di più, ma che rivestimento pavimentale avremmo trovato e soprattutto in quale stato? Le sistemazioni dell’area di epoca moderna e contemporanea avevano distrutto per sempre quasi metà della grande dimora repubblicana e i lavori agricoli avevano pesantemente compromesso le strutture antiche superstiti, già intensamente spoliate fin da epoca medievale, quando l’antica acropoli romana di Populonia, ormai abbandonata, divenne una vera e propria cava di materiale da costruzione a cielo aperto.

Arrivammo a togliere l’ultimo strato che obliterava l’ambiente e il suo pavimento. Devo confessare che non appena apparvero le tessere, a un primo grido di esultanza: “è mosaico, è mosaico!” – che echeggiò veloce da un’area di scavo all’altra per tutta l’acropoli – seguì un pizzico di delusione: “ma è tutto bianco?”. Eh già, il mosaico con i busti di due riccioluti etiopi scoperto sulla terrazza dell’edificio noto come “Le Logge”, con la sua accesa policromia in rosso, arancione, verde, giallo e azzurro, e il cosiddetto “mosaico dei pesci”, anch’esso proveniente dalle Logge e conservato al museo archeologico di Piombino, lasciavano sperare in una altrettanto ricca e articolata decorazione. Invece questa volta le tessere parevano essere tutte e solo bianche.

La prima impressione era però sbagliata e, al centro dell’ambiente, iniziò a svelarsi un émblema. Un intreccio ipnotico di tessere bianche e nere a formare un quadrato irregolare di circa un metro per lato. Una sorta di labirinto, tema caro agli antichi. E laddove iniziava a delinearsi lo spazio semicircolare, comparve dalla terra un’ampia fascia di tessere nere, bordate da una fila di tessere bianche a ordito obliquo, a chiudere idealmente il cerchio disegnato dai muri dell’esedra. Tra tutte le tessere nere, un’unica tessera rossa, in terracotta. Non sapremo mai se fu una distrazione del mosaicista o se questi volle intenzionalmente lasciare un piccolo segno di sé, una firma d’artista in un tempo in cui gli artisti, così come li intendiamo noi, non esistevano ancora.

Riportammo poi alla luce il motivo a scacchiera bianco e nero, bordato da cornice di tessere, della piccola soglia d’accesso all’ambiente, preceduta da scalini in pietra, di cui solo uno ancora conservato. Il pavimento a mosaico rivelò così essere ad una quota più alta rispetto ai vani vicini e dunque per entrarvi si dovevano salire ripidi gradini e passare per una stretta porticina. La piccola scala era nella stanza accanto, un vano dalla planimetria stretta e allungata, pavimentato con un cementizio rosso, il cui ingresso era altrettanto angusto.

Un camino in tubuli di terracotta s’intravedeva poi all’incrocio dei muri perimetrali e suggeriva la necessità di creare uno o più sfiati che, da sotto il pavimento, corressero lungo le pareti, per poi sbucare oltre il tetto. Da questi elementi iniziava a farsi chiara la funzione che in antico ebbe quel piccolo ambiente riccamente pavimentato. Non poteva trattarsi che di un caldarium o calidarium, ovvero la stanza per i bagni di vapore e in acqua calda, tipica degli impianti termali romani. Con ogni probabilità il pavimento a mosaico era rialzato e poggiava su suspensurae, file ordinate di pilastrini, intorno a cui circolava l’aria calda che veniva immessa da un punto di fuoco, il praefurnium, che doveva trovarsi nelle immediate adiacenze, ancora sepolto sotto i crolli.

A confermare che fosse proprio un caldarium fu la vasca (detta alveus) per il bagno caldo vero e proprio, individuata a lato dell’esedra, di cui purtroppo non restava più nulla dell’allestimento originario, se non una parte della sua splendida decorazione. Sul pavimento, proprio in corrispondenza del gradino di accesso alla vasca, ancora conservato, si “stendeva” un tappeto musivo con un motivo bifronte di città turrita. Chi entrava nella vasca per il bagno caldo attraversava idealmente due porte nere, che si aprivano tra le mura di una città, rese in bianco, mentre, quando ne usciva, le torri si stagliavano in nero sul fondo bianco.

L’alzata del gradino era dipinta in intonaco rosso, decorate da una doppia fila di tessere di mosaico bianche disposte a crocetta, con una singola tessera nera al centro, inquadrate da tessere bianche disposte con ordito obliquo. La pedata era ancora più raffinata: sul bordo esterno si alternavano lastrine in pietra rettangolari, bianche e verde scuro, che delimitavano una decorazione musiva a scacchiera. Quadrati bianchi, con al centro una tessera rossa, si alternavano a quelli realizzati con tessere bianche e nere, per un effetto di grande ricercatezza. In un angolo, un focolare in muratura e laterizi per mantenere ancor più calda la stanza. Non avevamo più dubbi di stare riscoprendo un balneum, ovvero una piccola terma in una dimora privata. Ben si spiegavano così gli stretti passaggi tra gli ambienti, necessari a disperdere la minor quantità di calore possibile, i camini ai lati per la fuoriuscita dei gas di combustione, l’esedra come spazio per il labrum, la vasca per abluzioni d’acqua fredda, e anche quell’andamento irregolare della superficie musiva sospesa, provata dal peso dei crolli e dei secoli.

Fu semplice riconoscere, nel vano adiacente al caldarium, l’apodyterium, ovvero la stanza spogliatoio dove si lasciavano gli abiti, insieme alle preoccupazioni e alle fatiche della giornata, prima del bagno d’acqua e vapore. Lo spogliatoio serviva probabilmente anche da tiepidarium, l’ambiente freddo dove si alternava la permanenza in quello caldo.

In corrispondenza dell’angolo opposto all’ingresso dell’apodyterium, accuratamente nascosta alla vista da un tramezzo, c’era una latrina. Le dimensioni ridotte del complesso e la “contrazione” in due soli vani di tutti gli ambienti che scandivano il rituale termale – apodyterium, frigidarium, tepidarium e calidarium – non devono ingannarci: questa piccola terma privata era un vero e proprio lusso, a uso esclusivo dei ricchi proprietari della domus. Al tempo in cui fu realizzata, agli inizi del I secolo a.C., un balneum era un privilegio che solo pochi personaggi facoltosi potevano permettersi.

Per realizzarlo, l’abitazione fu ristrutturata e l’architetto a cui fu commissionato il lavoro dovette adattare il proprio progetto allo spazio disponibile: alcuni vani della casa, di cui non conosciamo la funzione originaria, furono “sacrificati” per la realizzazione della terma. Per la decorazione, il dominus populoniese non badò a spese: volle mosaicisti di buon livello, che con accuratezza realizzarono in eccellente fattura alcuni tra i motivi più in voga all’epoca. Non sappiamo con certezza chi fosse questo personaggio eminente e facoltoso che viveva proprio a valle del santuario delle Logge. Lasciando per un attimo campo libero all’immaginazione, ci sembra di vederlo risalire dall’area dei templi lungo la grande strada basolata sacra, per poi entrare nella sua ricca dimora. Chiudere le grandi porte, attraversare l’atrio immerso nella penombra e dare disposizioni ai servi per la coena, il pasto serale, prima di abbandonarsi ai piaceri esclusivi che il suo balneum caldo e confortevole, nonché bellissimo a vedersi, gli regalava.

In seguito alla scoperta, i mosaici e la decorazione parietale della terma sono stati studiati e sottoposti a un primo restauro, un vero e proprio intervento di “pronto soccorso” per prolungarne la conservazione. Dopo l’apertura al pubblico dell’acropoli, nel 2007, quando furono ammirati dalle centinaia di persone che visitarono la nuova area del parco archeologico, i mosaici furono nuovamente coperti. Ben protetti da uno strato di sabbia inerte e da ghiaia, hanno riposato fino a questa calda estate: in occasione dell’intervento di restauro conservativo previsto dal grande progetto di valorizzazione ARCUS, a luglio inoltrato sono stati nuovamente messi in luce e aperti alle visite guidate. Nel rivederli, un’emozione intatta: né i secoli, né questi lunghi undici anni sembrano essere mai passati.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 13 (luglio-agosto 2016)

Marta Coccoluto

Marta Coccoluto

Archeologa e Giornalista. Coordinatrice del parco archeologico di Baratti e Populonia (LI), collabora come Ufficio Stampa e in progetti di comunicazione online nell'ambito di cultura, musei e archeologia. Membro della giuria archeoblogger della Rassegna Internazionale del Cinema archeologico di Rovereto e del Firenze Archeofilm Festival. Direttrice responsabile di thePLAYERS Magazine, scrive di costume e moda per settimanali e riviste, tra cui Extra Magazine e ArtApp, ed è blogger su Il Fatto Quotidiano per Nomadi Digitali.

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