L’autotreno del grano

Quando la mostra fascista si fermò a Venturina nel giugno del 1930

Nel 1930, le tecniche agricole utilizzate dalla maggior parte dei contadini italiani erano ancora molto arretrate. La terra veniva lavorata più o meno nello stesso modo da secoli, con strumenti spesso rudimentali come l’aratro a chiodo, utilizzato addirittura da millenni. La situazione nella nostra zona non era migliore di quella del resto d’Italia: il grano era la coltivazione per eccellenza e il pane l’alimento principale. Dopo la bonifica ottocentesca, con l’aumentare delle terre coltivabili e la costruzione di nuovi poderi, la pianura campigliese vide un netto aumento di produzione del prezioso cereale. Nel complesso però le rese per ettaro rimanevano insoddisfacenti, soprattutto se paragonate al numero di persone e alle ore di lavoro impiegate.

Il capo del governo, Benito Mussolini, era ben consapevole dell’arretratezza dell’agricoltura italiana e della necessità di dare una svolta che fosse in grado di trasformarci finalmente in un paese moderno. La sua preoccupazione principale era quella di raggiungere l’autosufficienza nella produzione del grano, per non dover più dipendere dalle importazioni. Si trattava di una sfida non facile per l’Italia, che produceva autonomamente soltanto i due terzi del fabbisogno nazionale annuo di grano.

I piani del duce prevedevano che gli italiani facessero più figli, per dare soldati alla patria e popolare l’impero; ma per realizzare questi sogni di gloria si doveva prima assicurare il pane per tutti.

Il Governo fascista, nel 1925, dette inizio alla famosa “battaglia del grano”, per estirpare definitivamente ogni forma di arretratezza dalle campagne italiane. Per vincere questa dura battaglia bisognava però, prima di tutto, convincere i contadini che il metodo utilizzato fino ad allora per coltivare i campi era ormai superato e che, nel mondo moderno, la chimica e la genetica contavano più della forza delle braccia. Cambiare la mentalità di milioni di agricoltori analfabeti, che da generazioni si trasmettevano di padre in figlio i saperi della terra, non era certo un’impresa facile.

Per riuscirci ci voleva uno strumento di comunicazione di massa e in questo i “servizi” dei cinegiornali dell’Istituto Luce erano formidabili.

Ma i contadini erano gente concreta, dei santommasi che non credevano senza aver prima visto con i loro occhi e toccato con le loro mani. Si pensò allora di ricorrere a qualcosa che ricordasse più da vicino una fiera agricola e che fosse in grado di raggiungere il più alto numero possibile di visitatori.

Nel 1929 si cominciò ad allestire una mostra itinerante, che fu inaugurata in pompa magna a Roma il 7 marzo 1930. Una lunga fila di autocarri Fiat 621 a sei ruote, formavano una carovana che prese il nome di “autotreno del grano”. I rimorchi si aprivano e i contadini potevano ammirare da vicino gli ultimi ritrovati della scienza e della tecnica nel settore agricolo. Meraviglia delle meraviglie, per l’epoca, uno dei carri era stato trasformato in un cinematografo ambulante, dove si proiettavano documentari illustranti la tecnica frumentaria e tutti i perfezionamenti colturali della moderna agricoltura.

I toni erano quelli soliti della propaganda fascista: «Il Duce della nuova Italia ha bandito la santa battaglia. Rendere nuovamente la Patria l’alma parens frugum, toglierla dalla servitù straniera! Fare sì che il pane, puro alimento di vita, non venga come elemosina oltre confine… Bisogna svecchiare l’agricoltura dove si attarda in procedimenti antiquati, arrivare dovunque fino all’ultimo villaggio, fino all’ultimo uomo… Dal monte al piano, dalle regioni impervie alle zone fertili, dovunque è possibile aumentare il rendimento medio per ettaro del grano; se questo è possibile, questo deve essere fatto!»

Ai contadini viene insegnato che il frumento richiede terreno smosso ed accuratamente sminuzzato, che il solco dev’essere profondo e che i piccoli aratri tradizionali sono inefficaci.

Tra lo scetticismo degli anziani e l’entusiasmo dei giovani, si illustrano i vantaggi dei moderni concimi chimici e gli spettatori cominciano a familiarizzare con nomi difficili, come il “calciocianamide” o il “solfato ammonico”. Ma soprattutto si raccomanda di utilizzare prodotti rigorosamente italiani – perché «questo è il comandamento del Duce» – da spargere non più a mano, come in passato, ma servendosi degli spandiconcime, che «compiono in modo perfetto e sollecito il lavoro che richiederebbe lunga fatica per l’agricoltore».

Anche la semina del frumento non deve più avvenire a mano; per distribuirlo in modo uniforme, “a righe”, occorrono adatte seminatrici. Prima della semina, per rassodare il terreno se troppo soffice, è opportuno passare un rullo che comprima la terra.

La scelta del giusto seme è poi fondamentale: solo semente attentamente selezionate danno piante rigogliose e produttive, anche perché non tutti i semi si adattano ad ogni terreno.

A un certo punto poi il pubblico, incredulo, viene lasciato letteralmente a bocca aperta dagli esperimenti fantascientifici che, da due anni, si compiono sul grano, sottoponendolo nientepopodimeno che agli effetti dei campi elettromagnetici, per migliorarne la qualità, un’invenzione tutta italiana: «l’elettricità al servigio dell’agricoltura dà origine ad un ramo nuovo della genetica: l’elettrogenetica!»

Dopo la solenne inaugurazione romana, l’autotreno del grano iniziò il suo viaggio «per recare in ogni più piccolo centro rurale gli insegnamenti e gli esempi di una più moderna tecnica agraria… attraverso l’Italia centrale e meridionale, accolto dovunque dal festoso interessamento delle popolazioni», come si legge nella didascalia di una copertina della rivista “La Domenica del Corriere”.

Nel giugno del 1930, l’autotreno del grano giunse anche nella nostra provincia. Il mensile “Pagine agricole”, curato dalla Cattedra ambulante di Agricoltura della provincia di Livorno, nel numero di maggio dedicò un articolo all’evento: «l’azzurra autocolonna del grano sarà fra breve nella nostra provincia. Essa porterà a diretta conoscenza delle classi rurali – nelle successive tappe della Venturina, Bolgheri, Cecina, Livorno e Collesalvetti – i notevoli resultati conseguiti dove più intenso è stato lo sforzo per il progresso agricolo, illustrando nelle forme più svariate i principali mezzi – specialmente semi e concimi – finora applicati. L’autocolonna si compone di otto speciali veicoli, ciascuno della lunghezza complessiva di 10 metri, diviso a metà nel senso della lunghezza, con le pareti laterali mobili, affinché durante le soste riesca assai facile render visibile la esposizione. Uno degli automezzi illustra l’attività svolta dal Comitato permanente per il grano… Altro automezzo è destinato a lumeggiare l’attività delle organizzazioni sindacali agricole… Altri automezzi sono dedicati rispettivamente al frumento… ai concimi fosfatici, a quelli azotati, alla produzione foraggera e zootecnica, alla meccanica agraria, agli anticrittogamici ecc.»

I camion arrivarono a Venturina nelle prime ore della mattina del 13 giugno, piazzandosi nel centro del paese, parcheggiati lungo l’Aurelia. La mostra aprì i battenti alle otto in punto, alla presenza delle autorità e di un folto pubblico, formato da grandi e piccini.

Oltre al materiale presente sui camion, in paese fu allestita una mostra parallela di interesse più locale: grafici, collezioni didattiche, campionari, piante, prodotti e altre cose riguardanti l’agricoltura nella provincia di Livorno. Per l’occasione furono organizzati anche un piccolo raduno di bestiame – con fattrici locali di razza chianino-maremmana – e di macchine agricole, esposte dalla società “L’Agraria” di Campiglia.

Il tutto durò appena tre ore, alle undici infatti l’autotreno lasciò Venturina e si diresse verso Bolgheri, dove era atteso per le tredici. Le autorità presenti ritornarono ai loro impegni e la folla scemò rapidamente, tra la rassegnazione dei tanti alunni delle elementari presenti in piazza, che furono costretti a tornarsene in classe con le loro maestre.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 7 (luglio-agosto 2015)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

Commenta

Indice delle categorie

Pagina Facebook