Le origini romane

Quando si vuole far capire ad un’altra persona l’ubicazione di un posto che non ha un nome, si comincia in genere facendo riferimento a quello del suo proprietario (la terra di Tizio, il podere di Caio, ecc.) In alternativa si possono prendere come punti di orientamento elementi particolarmente significativi del paesaggio rurale: alberi solitari, boschi o terreni agricoli (all’olmone, alla lecceta, al campo lungo, ecc.), così come pure specifici aspetti della conformazione del terreno (alla ripa, tra i fossi, ecc.) Gli esempi possibili sarebbero molti, ma spero di aver reso comunque l’idea.

Oggi viviamo nell’epoca dei navigatori satellitari, che ci permettono di descrivere con estrema precisione la posizione di un luogo, in passato però orientarsi, in un mondo quasi del tutto privo di indicazioni topografiche, era un’impresa davvero ardua. I toponimi quindi nascono per necessità pratiche, più sono precisi e descrittivi maggiori saranno le probabilità di attecchire e durare nel tempo.

Quando un nome di luogo sopravvive per un periodo sufficientemente lungo, acquista ufficialità e la gente continua ad utilizzarlo anche se le condizioni che ne hanno determinato la nascita ormai non esistono più. Può accadere quindi tranquillamente che un terreno continui ad essere chiamato con il nome della persona che lo possedeva, nonostante quest’ultima sia morta da decenni o addirittura da secoli.

Tanto per fare due esempi a noi vicini, possiamo citare il caso di “Venturina”, che ancora oggi porta il nome di un uomo vissuto quasi cinquecento anni fa, o di “Campo all’Olmo”, che continua a chiamarsi così nonostante il povero albero sia sparito da chissà quanto tempo.

Tanto più antico è un toponimo, maggiori sono le probabilità che esso si modifichi nel corso del tempo, a causa delle stratificazioni linguistiche succedutesi nei secoli. I toponimi che derivano dal nome del loro proprietario sono i più soggetti a questo tipo di mutamenti, specialmente quando si parla di nomi di persona latini.

Nel mondo romano le proprietà terriere erano meticolosamente censite, quasi sempre con il nome di famiglia (all’epoca si chiamava “gentilizio”, oggi diremmo “cognome”) del loro proprietario, al genitivo oppure aggiungendovi il suffisso -anus. Tanto per fare un esempio, le proprietà di Gaius Cassius avrebbero potuto essere indicate come “Cassianus” (Cassius+anus) o come “Cassii” (Cassius al genitivo, cioè “di Cassio”).

Quando il mondo romano crollò e le proprietà fondiarie passarono nelle mani dei nuovi padroni germanici, in Italia esistevano milioni di toponimi di questo tipo. Dove i campi coltivati erano stati abbandonati e il bosco aveva preso il posto delle colture, i vecchi toponimi romani furono in gran parte dimenticati e sostituiti, laddove invece le antiche “unità poderali” romane continuarono ad essere abitate e coltivate, i nomi latini resistettero con maggiore facilità.

Questo è quello che deve essere successo anche a Casalappi dove, quasi certamente, esistette una villa o una fattoria romana, o comunque un terreno, di proprietà di qualche famiglia locale che lasciò il proprio nome a quel luogo anche dopo la sua scomparsa.

Il toponimo Casalappi è composto da un binomio formato da due parole. La prima è “casale”, termine comunemente utilizzato nell’alto medioevo per designare l’edificio padronale situato nei pressi di un fondo agricolo di una certa importanza. L’altra parola è il nome della famiglia proprietaria romana, espresso al genitivo. Si tratta, con ogni probabilità, dei Lappi (gens Lappia) e a dircelo sono le fonti storiche disponibili.

Nei “Decreta pisana”, due straordinari documenti storici scoperti a Pisa nel XVII secolo e risalenti al tempo dell’imperatore Augusto (I secolo d.C.), è citato il nome di un cittadino pisano, Lucius Lappius Gallus. Un’altra lapide dello stesso periodo, venuta alla luce nei pressi di Cascina e riportante il nome di un certo Lucius Lappius Receptus, dimostra che la presenza della famiglia a Pisa non è un caso isolato ma che, al contrario, la “gens” era insediata anche in altre zone dell’Etruria.

Un’altra fondamentale testimonianza storica si trova in una pergamena medievale, conservata nell’archivio arcivescovile di Lucca e risalente all’anno 882, nella quale il vescovo lucchese Gherardo, padrone di Casalappi, concede in affitto quelle terre ad un certo Leoprando. In questo documento, di soli tre secoli posteriore alla caduta dell’impero romano, il toponimo è scritto nella forma originale e cioè “Casalelappi”.

Alla base della trasformazione, da Casalelappi a Casalappi, c’è un fenomeno linguistico ben preciso: l’aplologia. Sembra una cosa difficile ma in realtà la sostanza è molto semplice: quando l’ultima sillaba di una parola è simile alla prima sillaba della parola che la segue, le due sillabe tendono a fondersi in una sola, per renderne più agevole la pronuncia.

Nel nostro caso il percorso dev’essere stato davvero semplice. Da “Casale Lappi” a “Casal Lappi” e poi a “Casalappi” il passo è breve. L’origine del toponimo Casalappi era già stata trattata brillantemente da uno dei più grandi glottologi italiani di tutti i tempi, Silvio Pieri, nel suo famosissimo libro “Toponomastica della Toscana meridionale e dell’arcipelago toscano”, pubblicato dall’Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti nel secolo scorso.

Pieri afferma che, in linea teorica, la famiglia romana alla base del toponimo Casalappi potrebbe essere anche quella degli Appi (“Casale Appi”) ma alla fine propende per i Lappi, proprio in virtù delle fonti di cui ho parlato, che testimoniano la loro presenza sul territorio.

Anche Isidoro Falchi nei suoi “Trattenimenti popolari” aveva provato a risolvere il rebus, propendendo però per un’ipotesi che non sta in piedi. Secondo lui Casalappi avrebbe preso il nome da un proprietario medievale di nome Lapo (“Casale Lapi”). Il Falchi, che in quanto a intuito toponomastico lasciava un po’ a desiderare (era convinto che il nome Campiglia derivasse da Caput Pilae!) non aveva considerato che nell’alto medioevo “Lapo” (anche ammettendo che il nome fosse già presente nella nostra zona) non avrebbe potuto trasformarsi in “Lapi”, perché l’uso del genitivo latino si era perso ormai da secoli.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 7 (luglio-agosto 2015)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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