Le pietre parlano

Alla scoperta delle storie nascoste nei nostri parchi

Chiunque arrivi a Baratti non può non rimanere colpito dalla bellezza del suo paesaggio. I pini marittimi, dagli alti tronchi e dalle ampie chiome, lasciano intravedere il mare azzurro del golfo, un cerchio quasi perfetto. L’occhio si perde nel verde dei prati, vicino alla spiaggia di sabbia dorata e nera, e nell’esplosione di macchia mediterranea dei boschi di leccio, orniello, lentisco e querce, che risale vorace i poggi circostanti. Baratti è un luogo capace di infondere armonia, riconnettendoci con la natura e con la storia.

La maggior parte di quelli che definiscono Baratti un “paesaggio intatto”, conservatosi “immutato nel corso del tempo”, in realtà non immagina quanto quello che oggi noi vediamo sia stato diverso in passato, soprattutto in antico. Il paesaggio verde e azzurro, cui noi siamo abituati, gli Etruschi forse non lo videro mai. Nei secoli prima di Cristo, soprattutto tra il IV e il II secolo, Populonia era un vero e proprio centro siderurgico del mondo antico, un luogo di fatica, di lavoro, di produzione incessante.

Un luogo dove la natura aveva abdicato alla “fabbrica”, dove il rumore, i fumi e il ritmo della produzione di ferro, ottenuto dalla lavorazione del minerale di ematite proveniente dall’Isola d’Elba, dovevano sovrastare tutto il resto, forse fino a renderlo quasi impercettibile. Era questo singolare paesaggio, fatto di acqua, di ferro e di fuoco, che doveva presentarsi ai naviganti e ai mercanti che giungevano a Populonia via mare da ogni angolo del Mediterraneo allora conosciuto, attraccando al porto che ormai giace sommerso nelle acque del golfo.

La spiaggia, oggi luogo di relax e di divertimento estivo, di passeggiate autunnali e di corse mattutine in primavera, era un approdo sicuro (qui riparò il console romano Tiberio Claudio con la sua flotta nel 203 a.C.) e una tappa strategica, al centro delle rotte commerciali più battute nell’antichità, che dal sud del Mediterraneo risalivano l’Alto Tirreno e il Mar Ligure verso la Gallia e la Spagna, mettendo in relazione la penisola con la Sardegna, la Corsica e le isole minori, con l’Africa e con l’occidente mediterraneo.

Il porto di Populonia (su dove stia, gli archeologi ancora dibattono) era un luogo dove le diverse culture del Mediterraneo si scambiavano non solo oggetti preziosi, merci tra le più varie e prodotti alimentari, ma modi di vivere, saperi, conoscenze, culti. Arrivavano via mare genti e culture e la società populoniese era probabilmente molto più aperta, più multietnica e più proiettata in una dimensione mediterranea e “internazionale” di quanto non lo sia adesso.

I boschi intorno alle Grotte, ora così quieti e solitari, erano un luogo di lavoro e di fatica altrettanto duro per decine e decine di cavatori, giovani schiavi, anche poco più che bambini: lì si estraeva la pietra panchina, impiegata nella costruzione delle tombe monumentali e, più tardi, negli edifici cittadini pubblici o di un certo pregio. Certo, non è così immediato rievocare con la mente Baratti e il suo paesaggio avvolti dalla fuliggine nera e dal fuoco dei forni fusori, piccoli vulcani sempre accesi, costruiti e poi distrutti a ogni produzione, né è semplice immaginare il ritmo di giorni scanditi dal battere dei martelli impiegati per rompere le pietre e per forgiare armi, falci e attrezzi.

E neanche guardare la linea del mare e vedere arrivare qui navi di Corsi, Fenici, Sardi, o immaginarsi l’immane fatica di trasportare e issare, con la forza delle braccia e l’aiuto di macchinari e di animali, blocchi di pietra per la costruzione degli edifici della città. Richiede uno sguardo altrettanto allenato all’immaginazione, osservare i resti archeologici conservati mettendoli in sequenza cronologica l’uno con l’altro.

Quello che noi oggi percepiamo come un insieme unico – in parte frutto del lavoro degli archeologi, in parte ciò che si è conservato dall’intensa attività degli scavatori clandestini (che pur nell’incalcolabile danno fatto alla ricerca archeologica, fanno parte della lunga storia di Populonia e ne sono attori), in parte ciò che ci ha lasciato l’ingordo recupero delle scorie di ferro, scarto della lavorazione di epoca etrusca (colline nere di decine di metri che dovevano dare a Baratti l’aspetto di un paesaggio lunare) – non ha mai convissuto insieme in antico. Per capirci, la necropoli etrusca di San Cerbone e del Casone, quella che qui tutti chiamano “le tombe di Baratti”, e l’acropoli, così come noi la vediamo, non si sono mai “incrociate”, le separa qualche secolo e soprattutto sono distanti per ciò che esprimevano.

L’una, la società aristocratica, fatta di famiglie e di principi guerrieri, che controllavano il territorio e le sue risorse minerarie, agricole e commerciali, e che scelsero di mostrare tutta la loro potenza e ricchezza attraverso i propri monumenti funebri, mentre l’altra è espressione di un nuovo potere politico che, attraverso l’architettura, ridisegna la fisionomia della città. E con essa, la sua “anima”.

Roma “impose” (e lo virgoletto poiché i notabili etruschi non si opposero a questa nuova leadership, anzi vi si adeguarono piuttosto alla svelta) un insieme di edifici e di opere architettoniche, come le strade basolate ortogonali, il tempio a tre celle, le terme, il santuario, la domus ad atrio (la casa), i mosaici pavimentali, che rappresentano in ogni città romana, conquistata o di nuova fondazione, di ogni provincia del futuro Impero, dall’Africa alla Britannia (Gran Bretagna), dall’Hispania (Spagna) alla Cappadocia (Turchia), il segno distintivo del potere di Roma, prima del suo senato e dei suoi consoli, poi degli imperatori. Allo stesso modo, quando a Populonia s’iniziarono a celebrare i riti funebri e a seppellire i defunti presso Le Grotte e nelle zone circostanti, la necropoli di San Cerbone aveva già iniziato ad essere ricoperta dalle scorie di ferro, per l’espandersi dei quartieri industriali in seguito a una produzione sempre più vorticosa.

Un’area dai monumenti così belli e significativi usata come discarica? L’aristocrazia non disse né fece nulla, è possibile? Sì, lo è. La società che esprimeva se stessa attraverso i grandi tumuli, quelle grandi pseudo cupole di terra, non esisteva più e la comunità non si riconosceva in quelle forme architettoniche e nei significati che veicolavano. E lo stesso sarà poi in epoca medievale, quando gli imponenti templi degli dei del Pantheon romano saranno smontati blocco dopo blocco per costruire il castello di Populonia Alta.

Nessuno più pensava a Giove, né affidava a Venere le speranze di una buona navigazione, nessuno sacrificava più a Proserpina o a Demetra per assicurarsi buoni raccolti, secondo l’inevitabile e affascinante mutamento che porta con sé lo scorrere del tempo e delle vicende storiche. Proprio per la complessità insita nel raccontare il mondo antico, per gli archeologi che si occupano della gestione del parco archeologico (che oggi racchiude, tutela e valorizza una parte significativa dell’abitato antico) restituire agli occhi dei visitatori una realtà lontana nel tempo e molto diversa dall’immaginario attuale, è un compito imprescindibile e strategico.

Le “pietre” da sole parlano poco, sono schive. Spesso affidano quanto hanno da raccontare alla bellezza e alla monumentalità che ancora mantengono, senza dire molto di più. E così viene da pensare che le “pietre” meno imponenti, mal conservate, invecchiate peggio di altre, diciamo così, non abbiano un granché da dire, nessuna storia interessante da ascoltare e da scoprire.

Fino a far credere agli osservatori più distratti o meno interessati che, in fin dei conti, ne potremmo perfino fare a meno, quando invece rintracciare il passato del nostro territorio attraverso l’ascolto delle storie che le pietre custodiscono, dipanandole in un racconto capace di parlare a tutti, è essenziale se vogliamo ricostruire un nuovo futuro che sappia parlare di noi. Che dica chi siamo e da dove veniamo, cosa ci distingue dal resto del mondo e fa di noi qualcosa di unico e irripetibile. Per questo sono onorata – e anche un po’ emozionata – di inaugurare questa rubrica, che nelle nostre intenzioni vuole accompagnarvi, se vorrete, alla scoperta delle storie dei parchi, ricchezza e bellezza della Val di Cornia.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 5 (marzo-aprile 2015)

Marta Coccoluto

Marta Coccoluto

Archeologa e Giornalista. Coordinatrice del parco archeologico di Baratti e Populonia (LI), collabora come Ufficio Stampa e in progetti di comunicazione online nell'ambito di cultura, musei e archeologia. Membro della giuria archeoblogger della Rassegna Internazionale del Cinema archeologico di Rovereto e del Firenze Archeofilm Festival. Direttrice responsabile di thePLAYERS Magazine, scrive di costume e moda per settimanali e riviste, tra cui Extra Magazine e ArtApp, ed è blogger su Il Fatto Quotidiano per Nomadi Digitali.

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