I Bagni di Caldana dall’Ottocento agli anni Sessanta del Novecento

La storia moderna delle Terme di Caldana (oggi Terme di Venturina) inizia con una descrizione del primo rudimentale edificio costruito sulla sorgente Cratere nel 1821.

All’epoca non esisteva un vero e proprio stabilimento dotato di cabine, ma soltanto uno stanzone, coperto con un tetto a capanna.

In quegli anni il professor Giuseppe Giuli, docente di storia naturale all’Università di Siena, nonché direttore sanitario dei Bagni di Montecatini, svolse una minuziosa indagine su tutte le sorgenti termali della Toscana. Dopo essere riuscito a mettere insieme una mole davvero impressionante di analisi e notizie riguardo ai vari bagni presenti nella regione, nel 1834 pubblicò i risultati del suo lavoro in un’opera in sei volumi intitolata Storia naturale di tutte le acque minerali di Toscana ed uso medico delle medesime. Proprio durante la fase di preparazione del suo trattato di idrologia, il Giuli si recò personalmente in Caldana per analizzare le acque della sorgente Cratere. Grazie alla sua descrizione siamo oggi in grado di conoscere quale aspetto avessero le terme all’inizio dell’Ottocento.

Dice il Giuli: «le presenti terme sono circondate all’interno di muraglie, ricoperte con tetto, il quale è sostenuto da archi, che servono a formare delle aperture per mezzo delle quali si introduce l’aria dentro i bagni, che altrimenti si caricherebbero di vapori, si renderebbe incomoda a quelli, che dovessero stare dentro il bagno. Le dette aperture sono in modo disposte, che quei che sono fuori dei bagni non possono affacciarvisi per essere molto alte, ed al di sopra del suolo sottoposto alle dette finestre. È divisa questa fabbrica nell’interno in due parti da muro, e sono così stati formati due bagni uno per ciascun sesso, e si è provveduto in questo modo alla sicurezza, alla decenza, ed alla salute dei bagnanti.

Fu ridotto il presente bagno in questo stato nel 1821. In quell’occasione furono scritti in caratteri romani, sopra l’indicazione dell’epoca del restauro di questa fabbrica alcuni versi i quali trascrivo: “Ad onta dei seguaci di Galeno / dona salute a Venere, e a Mercurio / ignea vena, che mi stilla in seno”. Sembra che l’autore di questi versi (che probabilmente sarà stato il padrone dei bagni) volesse fare un rimprovero a qualche medico, che l’aveva screditate, forse perché aveva rancore col proprietario, ed egli ha cercato di vendicarsi col farvi scrivere l’epigramma suddetto».

La mancanza di vasche separate era senz’altro sinonimo di scarsa igiene e per questo il Giuli, dall’alto della sua esperienza in materia, suggeriva: «È abbondante la sorgente di quest’acqua, vi sarebbe bisogno, che il cratere fosse separato dai bagni, e l’acqua venisse introdotta in questi per mezzo di canali separati, che dovrebbero avere la loro origine dal cratere stesso, così si rimedierebbe all’inconveniente attuale di doversi bagnare nella medesima acqua successivamente tutti quelli, che vi si portano nel corso della giornata. Nel modo attuale, i primi che vi si immergono hanno l’acqua pulita e quelli che vengono in seguito, insieme con l’acqua vi trovano le immondezze depostevi dai primi bagnanti. Con questo lavoro parte di queste acque si potrebbero destinare alle varie docce di cui mancano affatto questi bagni. Tali miglioramenti sarebbero utili alle vicine popolazioni, le quali non hanno un bagno decente e comodo presso di loro, e porterebbero con sicurezza vantaggio anche al proprietario».

Negli anni Sessanta dell’Ottocento la Val di Cornia aveva cambiato radicalmente aspetto. La maggior parte del lavoro di bonifica era stato ormai svolto e nel complesso le condizioni ambientali erano notevolmente migliorate.

Nonostante le febbri malariche non fossero ancora del tutto scomparse, diverse famiglie di coloni, attirati dai vantaggiosi contratti mezzadrili, decisero di trasferirsi in Val di Cornia. Anche in Caldana la situazione era mutata radicalmente in seguito alle opere di bonifica.

I piccoli paduli di acqua termale che erano sopravvissuti al prosciugamento del lago di Caldana, avvenuto nel 16° secolo, furono essiccati mediante la costruzione di nuovi fossi e la sistemazione di quelli già esistenti.

Il risanamento dell’ambiente e la creazione di una rete stradale adeguata, che aveva come punto di riferimento la nuova ed ampia via Aurelia, crearono le basi per un grande sviluppo economico e demografico in tutta l’area.

Il forte aumento della produzione agricola aveva infatti contribuito a migliorare il tenore di vita della popolazione rispetto al passato. La Maremma non faceva più paura come prima e adesso si poteva cominciare ad ipotizzare la costruzione di uno stabilimento termale in Caldana. Già nel 1871 un possidente della zona, Giovanni Fenzi, «vedendo come gli accorrenti al bagno di Caldana per mancanza di ricovero il più delle volte vanno incontro al pericolo della febbre e a costipazioni non lievi, sarebbe venuto nella determinazione di costruire in prossimità del Bagno stesso una casa di numero quattro stanze per comodo dei bagnanti». Quella volta però non se ne fece di niente.

Nel 1882 la fattoria della Pulledraia fu acquistata dal dottor Domenico Danielli di Buti. Laureatosi con lode in giurisprudenza all’Università di Pisa, il Danielli ricoprì più volte incarichi amministrativi sia nel Comune di Vicopisano che in quello appena formato di Buti del quale fu il primo sindaco.

Discendente da una nobile famiglia di origini pisane, il dottor Danielli, oltre alle indiscusse qualità professionali e politiche, dimostrò di possedere grandi doti imprenditoriali riorganizzando l’azienda agricola di famiglia. Adottando nuovi sistemi di coltivazione riuscì a trasformarla in una società che esportava l’olio d’oliva in tutta l’America del Sud e in particolare a Buenos Aires.

Tutti questi suoi successi gli valsero la nomina, nel 1872, a Cavaliere della Corona.

Il cavalier Danielli, da grande uomo d’affari, aveva intuito fin da subito che le sorgenti di Caldana erano una risorsa in grado di creare ricchezza e benessere. In un’epoca di grandi trasformazioni e di sviluppo di tutta la zona, la costruzione di un vero stabilimento termale avrebbe potuto rappresentare un proficuo investimento personale ma anche un’ulteriore opportunità di crescita per il comune.

La costruzione dell’edificio terminò nel 1883 e al nuovo stabilimento venne dato il nome di “Bagni Caterina” in memoria della defunta moglie del Danielli.

Il manifesto pubblicitario fatto stampare dal Danielli riassumeva perfettamente la situazione del momento e le motivazioni che avevano portato alla rinascita del Bagno di Caldana:

«Chi prenda a percorrere quel lungo tratto del litorale toscano che separa Pisa da Follonica, si persuaderà facilmente che la Maremma si è in quella parte restituita degna dei suoi grandi monumenti. Nella Comunità di Campiglia in specie non più tracce veggonsi di macchie né di Paduli; e l’aere purificato richiama già i ricchi proprietari ai piaceri della campagna. Siano prove evidenti del miglioramento igienico di questa località il numero delle costruzioni rurali asceso oggi a 396; il numero dei suoi abitanti levato da 2.140 nel 1833, a 6.015; la quantità annuale dei raccolti che da poco più che mille sacca di grano e 400 barili d’olio innanzi al 1846, è oggi registrata nella media di sacca 45.000 per le granaglie, di 2.500 barili d’olio, di 22.000 barili di vino.

Bene a ragione dunque può dirsi che essa è tornata l’ambita dimora dell’uomo industrioso, siccome fu la prima sua istanza. E fra le tante ricchezze che allettarono i primi uomini, fra le quali il mare, la dolcezza del clima, la fertilità del terreno, le ricche miniere del ferro, del rame, del piombo, dell’argento, anche le acque termali si ebbero in grande estimazione fino da quella remota età, per cui splendidi avanzi balneari ne attestano tutt’oggi la loro efficacia. Né tale efficacia andò mai dimenticata nel lungo volgere di 12 secoli di totale abbandono; consta anzi dalla tradizione, dalla storia, dal fatto, che nonostante la malsania, là accorsero sempre i sofferenti per dolori artritici e muscolari, e sempre ottennero salute.

Era dunque umanitaria impresa la costruzione di uno stabilimento ove quelle acque miracolose in gran copia scaturiscono dalla profondità del terreno.

Tale stabilimento, cui in breve sarà aggiunta una locanda, è situato in una posizione aperta e ridente sotto Campiglia, sulla storica e spaziosa via Emilia, a breve distanza dalla omonima stazione ferroviaria, vicino al mare e alla Etrusca Populonia.

Là, oltreché utilità dal bagno, troveranno pascolo e ricreazione gli studiosi di cose patrie non meno che il naturalista e l’agronomo nel visitare i superbi avanzi della civiltà Etrusca, le gallerie profonde tra i filoni metallici, le cave dei marmi, i magnifici vigneti, gli interminabili uliveti.

Temperatura dell’acqua alla sorgente 45 Centigradi. Sua abbondanza Litri 76 al minuto.

Ogni bagno distinto è provvisto di piccolo salotto con letto. Prezzi de’ Bagni – A Vapore L. 2 – di 1a Classe L. 1,50 – di 2a L. 1 – di 3a Cent. 50. Uso lenzuola e coperta lana Cent. 40 per bagno.

Alla stazione ferroviaria di Campiglia esiste un servizio di Vetture a spese dei richiedenti.

L’alta direzione sanitaria dello Stabilimento è affidata all’Illustrissimo Cav. Dott. Isidoro Falchi, già medico Chirurgo nella Maremma».

Da una lettera scritta dal cavalier Domenico al sindaco di Campiglia, si intuisce il sincero entusiasmo di quei giorni: «abbiamo il piacere di avvisarla che circa il 10 del corrente mese sarà aperto al pubblico il nuovo stabilimento “Bagni termali Caterina” situati nella fattoria detta La Puledraia. Uniamo varie copie di un opuscolo relativo a tale stabilimento onde se lo crede bene ne conservi una in ufficio, e quando non le sia soverchio incomodo faccia distribuire le altre ai signori consiglieri ed impiegati del Comune.

I continuati lamenti della mancanza di un comodo stabilimento per fare i bagni in quelle acque veramente miracolose per i sofferenti di dolori muscolari ed artritici sono stati i principali moventi che ci hanno determinato a eseguire tale opera; e nel modo stesso che attorno a tutti gli stabilimenti balneari quasi per incanto sono sorti casolari e villaggi, nutriamo fiducia che altrettanto accadrà a riguardo di questi, e così la comunità di Campiglia ne risentirà vantaggio.

Però per qualche tempo non accorreranno in gran numero per la paura che loro mettono i nomi di Maremma e Caldana, e per rimediare a questo. E poiché sarebbe molto utile che cotesto storico paese acquistasse sempre maggiore importanza, poco a poco doventando, con molto interesse delle famiglie e dell’amministrazione comunale, un delizioso convegno dei ricorrenti allo stabilimento balneare, crediamo sarebbe bene che varie persone dessero vitto e alloggio ai bagnanti come per esempio si pratica ai bagni di Casciana, e che fosse istituito un servizio di vetture dai Bagni a Campiglia, a tariffa mite e determinata per condurre i forestieri al Bagno e riportarli al paese capoluogo».

Purtroppo però la lungimiranza e la buona volontà del Danielli non furono apprezzate dai Campigliesi, che continuavano a rivendicare il diritto a bagnarsi gratuitamente nelle acque del Cratere. Il malcontento era talmente diffuso che, il 3 agosto 1883, fu organizzata addirittura una manifestazione di protesta per le vie del paese.

Il Danielli era un erudito uomo di legge e sapeva benissimo che in mancanza di un documento scritto le pretese dei Campigliesi non potevano avere alcun valore giuridico. Nonostante fosse consapevole di essere nel giusto, la delusione per il trattamento ricevuto dai Campigliesi lentamente cominciava a prendere il posto dell’entusiasmo iniziale, come traspare da una lettera al sindaco scritta nell’agosto del 1883:

«dolente che per uno stabilimento balneare da me costruito ad istigazione di persone e bene pensanti di cotesto popolo, e che in un tempo più o meno remoto potrà giovare molto economicamente a cotesta pubblica amministrazione, ed igienicamente alla popolazione, sia stato risposto la sera del tre corrente con una dimostrazione di piazza a mio carico. è mio debito riferire a Vostra Signoria Illustrissima ciò che nel decorso mese oralmente dissi ai signori cavalier Marco Merciai e cavalier Isidoro Falchi consiglieri di cotesto Comune dissi loro: io mando al signor Sindaco di Campiglia cento buoni per bagni gratuiti da distribuirsi ai miserabili di quel Comune aventi bisogno delle mie acque termo-minerali, spendibili nel corrente anno; gli ho fatti stampare anche per il venturo 1884 con ciò non intendo fare notazione alcuna ai diritti che eventualmente possano aspettare a cotesto Comune a riguardo dei miserabili del campigliese aventi bisogno dell’uso di tali acque, voglio soltanto togliere qualsiasi occasione di malumore. Due anni sono più che sufficienti per esaminare e risolvere sia amministrativamente sia giudicalmente qualsiasi pretesa che per parte di cotesto Comune possa venire affacciata… se poi vi sono persone le quali desiderano lavarsi gratuitamente, bene volentieri soddisfarò anche a tale desiderio e a questo oggetto destinerò i giorni festivi 19 e 26 del corrente mese per accordare il bagno gratuito nei due crateri di terza classe a tutte le persone che ne faranno richiesta senza distinzione di classe sociale né di domicilio».

Il Consiglio comunale non autorizzò l’uso dei buoni e chiese al Danielli di rivedere la sua posizione e di impegnarsi a concedere in perpetuo l’uso gratuito, a favore dei soli malati poveri del Comune, di almeno uno dei crateri dello stabilimento. L’accordo non fu trovato e l’amministrazione comunale, che avrebbe volentieri fatto a meno di mettersi in urto con uno dei suoi maggiori contribuenti, di fronte al ricorso di un numero considerevole di cittadini nell’adunanza del 29 ottobre 1883, si vide costretta ad assumere una posizione ufficiale.

Su proposta dell’avvocato Mari fu dato incarico agli avvocati Carlo Italo Panattoni e Narciso Feliciano Pelosini deputati in parlamento, nonché al professor Emilio Bianchi di Pisa, di studiare la questione per poter esprimere un parere legale in merito e valutare se esistessero o meno i presupposti per intentare una causa contro il Danielli.

Tutte le ricerche d’archivio però si rivelarono inutili e, non avendo trovato alcun documento che potesse dimostrare un diritto del Comune sui Bagni di Caldana, il Consiglio comunale ben presto sembrò rassegnarsi e la faccenda non fu più affrontata. Qualche anno dopo, con l’arrivo del nuovo sindaco, avvocato Giovanni Bacci, la disputa si riaccese e la questione venne di nuovo affrontata in Consiglio comunale. Alla fine però, dopo ulteriori vane ricerche d’archivio, i Campigliesi si dovettero arrendere di fronte all’evidenza. Nel 1892 la causa dei Bagni di Caldana fu definitivamente chiusa.

Nel 1902 la fattoria della Pulledraia fu acquistata dal professor Enrico Burci, famoso chirurgo fiorentino e illustre docente universitario che ebbe anche l’onore di ricoprire il prestigioso incarico di Magnifico Rettore dell’Università di Firenze. Dopo aver ottenuto la cattedra di patologia chirurgica all’università di Pisa, il professor Burci aveva sposato la signora Anna Merciai di Campiglia.

Intanto lo stabilimento termale, a vent’anni dalla sua costruzione, rimaneva un punto di riferimento per molti sofferenti. Anche se i nuovi proprietari, almeno all’inizio, furono certamente più interessati ad incrementare le rendite agricole della fertile tenuta che non il numero dei bagnanti, le terme continuavano a funzionare.

Nell’autunno del 1903 il geologo Giuseppe Merciai, cognato del professor Burci, lamentando la mancanza di studi seri ed approfonditi sulle acque di Caldana, svolse di persona alcuni sopralluoghi nelle varie sorgenti. L’anno seguente pubblicò un libretto che riassumeva i risultati delle sue ricerche.

Descrivendo lo stabilimento dice: «è di forma rettangolare e comprende un bagno comune di terza classe per uomini ed uno per donne: vi sono quattro stanzini a parte di seconda classe e quattro di prima classe e più una vasca detta Cratere ove si trova la polla alimentatrice dei vari bagni. Tanto i bagni comuni di terza classe come quelli di prima e seconda classe hanno annesse stanze con letti e brande ove i bagnanti si riposano, ed avvolti in coperte fanno la loro reazione dopo il bagno. Un piccolo buffet che sta aperto durante l’estate ed unito allo stabilimento completa tutto questo fabbricato. Numerosi sono i bagnanti che soltanto dai vicini paesi corrono a questi bagni termali i quali per la loro elevata temperatura sono consigliati molto per le guarigioni delle artriti, reumatismi, gotta ecc. come quelli tanto rinomati di Casciana sui quali hanno il vantaggio di avere una temperatura più elevata».

Il professor Enrico Burci, intanto, aveva sostituito il nome di “Bagni Caterina” con quello di “Bagni di Caldana”, e cercava di pubblicizzare lo stabilimento, con il relativo albergo, come dimostrano le cartoline postali da lui stesso fate stampare in quegli anni.

I costi di gestione per il personale non erano certo alti, dal momento che ad accogliere i bagnanti e ad assisterli durante la cura poteva bastare una sola persona, purché fidata. Per molti anni questo ruolo di custode venne svolto da Giustina Rossi, moglie di Orfeo Bucciantini.

I due, sposatisi da poco, erano coloni in uno dei poderi della fattoria della Pulledraia. Allo scoppio della prima guerra mondiale Orfeo fu richiamato e la sfortuna volle che morisse di polmonite nel 1918, lasciando vedova la giovane donna.

Per permettere a Giustina di tirare avanti, arrotondando la misera pensione di guerra, il professor Enrico Burci le offrì l’opportunità di lavorare ai “Bagnetti”. Grazie alla dedizione con la quale svolgeva la propria mansione e all’esperienza acquisita in diversi anni di lavoro, Giustina riuscì anche a conseguire il diploma di infermiera professionale.

Durante la seconda guerra mondiale le Terme di Caldana furono chiuse e servirono da riparo per gli sfollati. Una volta terminato il conflitto, la ripresa economica stava cominciando a produrre un benessere generale, mai provato prima. Così, nei primi anni Cinquanta, l’ingegner Carlo Burci capì che i tempi erano ormai maturi per riaprire le terme.

Il vecchio stabilimento, costruito settant’anni prima, versava in pessime condizioni e inoltre era troppo piccolo per accogliere un numero adeguato di bagnanti. Fu allora deciso di avviare un’opera di ristrutturazione e di ampliamento dell’edificio esistente.

In un articolo dell’epoca si scriveva: «onde procedere al ripristino di tale luogo di cura oggi vi sono operai che lavorano trasformando completamente il vecchio stabilimento e dotandolo di una nuova e più moderna costruzione, che verrà ad essere fornita di 17 comodi e moderni “bagnetti”, ciascuno con attigua camerina dotata di lavandino e di acqua corrente, e con le pareti rivestite di eleganti mosaici. Quivi i pazienti effettuano le immersioni che vanno dai 15 ai 25 minuti a seconda delle prescrizioni mediche…

I nuovi lavori oltre alla rimessa a nuovo di bagni su progetto dell’ingegner Carlo Burci, proprietario dello stabilimento, si rivolgono alla costruzione di una veranda che circonda il fabbricato in maniera che il paziente, il quale dopo aver praticato il bagno può uscire liberamente, protetto dalle correnti d’aria, possa recarsi al bar attiguo oppure in sala d’aspetto».

Il nuovo stabilimento fu inaugurato nel 1953. In quello stesso anno l’albergo delle terme fu dato in gestione ad Emilio Parrini che, da Bolgheri dove era stato fattore per i Della Gherardesca, vi si trasferì con tutta la famiglia. L’albergo, munito di dieci camere, ospitava i bagnanti offrendo loro un servizio di pensione completa. Per i primi anni il nuovo stabilimento fu gestito direttamente dall’ingegner Burci. Il personale era formato da un medico, da un’infermiera professionale, da alcune bagnine e da un giardiniere.

Successivamente l’ingegner Burci decise di affidare la gestione dello stabilimento ad un medico, il dott. Lazzeretti, al quale Emilio Parrini curava l’amministrazione. Il periodo di apertura andava dal 15 giugno al 15 ottobre e l’unica cura effettuabile era il bagno termale in vasca, con successiva reazione nei lettini sotto pesanti coperte di lana.

Nel 1966 l’albergo delle Terme fu venduto ad Emilio Parrini; due anni dopo fu la volta dello stabilimento termale, che venne acquistato da un gruppo di imprenditori piombinesi.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 22 (gennaio-febbraio 2018)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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