Le terme romane di Vignale

Scoperte nell’Ottocento e poi nuovamente perdute

Tutto cominciò con un tratto di matita, tracciato nel 1821 da una mano che non abbiamo ancora identificato, per indicare quale percorso avrebbe dovuto seguire la nuova via Regia Grossetana, nel tratto che attraversava i campi di Vignale.

L’obbiettivo di quella nuova strada era ambizioso: ricostruire finalmente, dopo secoli di enormi disagi per i viaggiatori che si muovevano lungo la costa tirrenica, un collegamento stradale diretto e agevole tra Pisa e Grosseto.

Come funzionassero le cose fino a quel momento lo sappiamo dalla viva voce dei viaggiatori che si avventuravano in una selva selvaggia, fatta di tratti di palude malsana inframezzati da macchie così fitte da rendere addirittura problematico l’orientamento.

Lapo de’ Ricci, nel Giornale Agrario del 1835, quando la nuova strada era già stata costruita, descrive i pericoli che correva chi se ne allontanava: «A Vignale si trova una strada che traversa la macchia, costeggiando le gronde del padule di Piombino in prossimità della sponda del mare… non sapremmo consigliare ad alcuno di prenderla andando in vettura, perché essa è sempre fangosa ed incerta, ed espone a mille rischi, fra i quali quello di smarrirsi senza trovare a chi domandare soccorso e direzione».

Fu questa situazione che convinse l’anonimo tracciatore a disegnare un percorso rettilineo per la nuova strada: un percorso che tagliasse esattamente a metà la pianura ancora in parte paludosa, per abbreviare il più possibile questo tratto così ostile.

Il progetto si è conservato in un documento straordinariamente importante: la grande carta catastale del territorio comunale di Piombino, redatta nel 1821, sulla quale fu aggiunto a matita, sovrapponendolo al disegno originario, il percorso della nuova via carrabile che era in quel momento in corso di progettazione.

Provenendo da Nord, la strada seguiva il percorso dell’antica via Aurelia di epoca romana. Che questa scelta fosse intenzionale ce lo dimostra proprio la scritta a matita, che chiama la nuova strada “via Emilia”, riprendendo dunque il secondo nome romano della strada antica, che era per l’appunto Aemilia Scauri. La nostra pianta riporta anche il nome di probabile derivazione medievale di “via della Silice”, certificando quindi il fatto che la strada era selciata; una preziosa rarità da sfruttare adeguatamente in un paesaggio predominato, come abbiamo visto, dall’acqua e dal fango.

All’altezza del Rio Torto, la strada antica svoltava bruscamente verso le colline, probabilmente a causa della presenza di un braccio di laguna, raggiungeva le poche case di Riotorto Vecchio – il paese nuovo nascerà solo in seguito – e poi riscendeva verso valle per ricongiungersi al tracciato antico sul Poggio alle Forche, rimanendo così al riparo da possibili inondazioni.

Il nuovo progetto del 1821 affrontava invece di petto le difficoltà: dopo il Rio Torto la strada puntava dritto verso Poggio alle Forche e il programma dei lavori prevedeva che il tracciato fosse il più possibile pianeggiante e appoggiato su un terrapieno, ottenuto recuperando la terra necessaria dai campi circostanti.

è qui che le terme romane di Vignale entrano prepotentemente sulla scena.Arrivati ormai in prossimità di Poggio alle Forche, per permettere alla strada di salire verso la collinetta, si rese necessario recuperare molta terra per costruire il terrapieno: si scavarono quindi dei fossi paralleli sui due lati della strada e quello settentrionale intercettò un’imponente struttura romana.

A quel punto lo scavo venne ampliato per capire meglio di che cosa si trattasse e, probabilmente nel volgere di pochi giorni, venne riportata alla luce larga parte di un grande edificio termale.

Anche in questo caso disponiamo di un eccezionale documento. Una volta completato lo scavo infatti, nel gennaio del 1831, venne realizzato un rilievo dei resti venuti alla luce. La pianta, disegnata in scala, porta un titolo eloquente “Escavazioni della Fabbrica de’ Bagni presso Vignale a tutto il 19 gennaio 1831”.

Il disegno è prezioso, perché ricco di informazioni: sappiamo com’era fatto l’edificio, di quanti ambienti era composto (almeno nella parte scavata) e che era molto grande. Convertendo in metri le misure che nella mappa sono espresse in braccia fiorentine, si ottengono dimensioni imponenti: circa 40 metri di larghezza e quasi 20 di profondità. Si trattava dunque sicuramente di un edificio termale importante, situato lungo il tracciato della via Aurelia romana.

Ma le informazioni ricavabili dal disegno non si fermano qui. Nella pianta compare raffigurato anche un tratto della nuova strada in costruzione che passa proprio sopra al muro semicircolare di uno dei vani delle terme. Questo particolare avrebbe dovuto consentirci, almeno in teoria, di individuare con precisione la posizione dell’edificio, tanto più che i resti delle terme furono visti e descritti da alcuni eruditi toscani, nel corso di diverse escursioni nei pressi della fattoria di Vignale.

La descrizione migliore è quella che ne dà ancora una volta Lapo de’ Ricci, sempre nel Giornale Agrario del 1935, parlando di «resti di antiche Terme che furono scoperti in occasione del taglio della nuova Regia grossetana, e che il cav. Lelio Franceschi proprietario di quel luogo con lodevole pensiero ha cura di conservare». Qualche anno dopo, Emilio Repetti, nel suo Dizionario Geografico, Fisico, Storico della Toscana, parlava di «molti avanzi di fabbricato, distribuiti in diverse piccole camere, tutte impiantite a mosaico di marmi bianchi, rossi e di altri colori, variamente disegnati».

Insomma, tra il 1821 e il 1843 il panorama di questa zona sembra cambiare radicalmente: al posto di un percorso tortuoso e malarico, c’è una strada moderna; accanto alla strada si possono vedere i resti di un impianto termale antico, ricco di pavimenti a mosaico policromi e forse figurati. Una specie di piccolo parco archeologico ante litteram.

Sembrerebbe dunque tutto perfetto e semplice per gli archeologi di ieri e di oggi, ma invece, come spesso accade nel nostro mestiere e nella vita in generale, il destino aveva in mente altri progetti per il nostro “campo delle meraviglie”.

Che cosa sia accaduto dopo il 1843 non lo sappiamo. Le tettoie che proteggevano i muri e i mosaici vennero probabilmente abbandonate e finirono per crollare. La pianta redatta nel 1831 fu depositata nell’archivio di Stato di Firenze, ma finì in una cartella sbagliata e se ne perse ogni memoria, almeno, come vedremo, fino al 1990.

Forse – ma non possiamo esserne certi – le terme antiche erano ancora visibili nel 1863: ce lo rivela un’altra carta topografica pubblicata che, per la prima volta, riporta in corrispondenza del campo di Vignale la dicitura “villa romana”. Quel che è certo è che, dopo il 1863, sulla vicenda si fa davvero buio pesto per più di un secolo.

Delle terme romane di Vignale si ricominciò a parlare solo dopo il 1990 quando, nel corso di un riordino generale di una parte dell’archivio fiorentino, rispuntò improvvisamente fuori la famosa pianta del 1831. Per fortuna il disegno finì nelle mani di un’archivista che, incuriosita da questo documento così inusuale, lo segnalò agli archeologi che allora si occupavano di quel campo.

Da allora è ripartita la caccia archeologica alle terme “viste e perdute” di Vignale. Che esse siano nascoste da qualche parte sotto a quel campo lo sappiamo tutti, ma dove siano esattamente ancora non lo abbiamo capito.

Nei dieci anni trascorsi, da quando sono partiti i nuovi scavi a Vignale, abbiamo provato molte volte a posizionare questo edificio così importante. Ci abbiamo provato con lo studio accuratissimo del disegno e anche con metodi decisamente più invasivi di quelli dell’archeologia da campo. Abbiamo fatto un gran numero di “buchi”, sicuri ogni volta che quella sarebbe stata la volta buona e che avremmo finalmente trovato le nostre benedettissime terme.

In questi dieci anni ci è andata molto male e molto bene. Molto male perché, nonostante gli sforzi, le terme rimangono ancora pervicacemente nascoste nel terreno; molto bene perché, ogni volta che abbiamo fatto un “buco” per cercare le terme, abbiamo regolarmente trovato qualcos’altro. Abbiamo perso una parte della storia (per ora), ma ne abbiamo guadagnate molte altre. Proveremo a raccontarvele, a puntate, nei prossimi numeri di questa rivista. benvenuti nel “campo delle meraviglie”!

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 7 (luglio-agosto 2015)

Enrico Zanini

Enrico Zanini

Insegna Metodologia della Ricerca Archeologica e Archeologia Bizantina all’Università di Siena. Autore o curatore di sette volumi e di oltre 130 articoli scientifici, dirige attualmente progetti di ricerca sul campo a Creta e in Sicilia. In Toscana dirige il progetto di archeologia pubblica e condivisa Uomini e Cose a Vignale.

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