Le terme romane ritrovate

La riscoperta dell’edificio individuato a Vignale nel 1831 del quale si erano perse le tracce

I nostri lettori più affezionati rimarranno forse un po’ delusi, perché alla fine della puntata precedente avevamo promesso di raccontare la storia della villa tardoantica di Vignale e del suo ormai famoso mosaico. Dovranno invece pazientare, perché nel frattempo le cose sono cambiate: a Vignale abbiamo scavato ancora un po’ (anzi abbiamo scavato decisamente molto, tra settembre e ottobre scorsi) e vogliamo aggiornare praticamente in diretta i lettori di “Venturina Terme” sugli ultimi sviluppi della vicenda.

Lo dico semplicemente: le abbiamo ritrovate. Ovvero, dopo dieci anni di ostinati tentativi andati a vuoto e dopo qualche migliaio di metri cubi di terra scavata e accumulata, finalmente le famose terme, viste e documentate nel 1831 e poi ricoperte di terra e “perdute”, sono tornate alla luce.

Ovviamente erano là dove dovevano essere, immediatamente a ridosso della strada provinciale ex-Aurelia, in buona misura tagliate dalla rotabile costruita nell’800 e poi ulteriormente intaccate dall’ampliamento della strada nel 1960.

Il problema era solo trovarle, perché nel disegno del 1831 non c’è alcun punto di riferimento e le nostre terme potevano essere ovunque negli oltre centocinquanta metri del fronte strada del campo di Vignale.

Non c’è bisogno di dire che anche la (ri)scoperta delle terme è stata guidata, come molte altre cose di tutta questa vicenda, per buona parte dal caso. Quest’anno infatti non le stavamo cercando, anche perché, dopo anni di tentativi infruttuosi nella parte più settentrionale del campo, ci eravamo ormai convinti che le famose terme fossero molto più a sud, verso Poggio alle Forche, praticamente di fronte alle fornaci di Antioco dove, fin dal primissimo anno di scavo, avevamo visto dei resti di pavimenti in cocciopesto, portati in superficie dagli aratri, che ci sembravano assai promettenti.

Quest’anno avevamo invece deciso di saggiare il terreno immediatamente a nord della grande sala con il mosaico tardoantico, per vedere se qualcosa delle stanze collegate fosse sfuggito alle arature profonde. La nostra idea era semplice e ci era stata suggerita da un anziano signore che, decine di anni fa, aveva lavorato con il suo trattore proprio sul nostro campo. I trattori hanno bisogno di uno spazio di manovra e non possono quindi avvicinarsi più di tanto alla strada e al fosso che le corre accanto: era dunque possibile che, proprio in quei pochi metri, si fosse conservato qualcosa dei pavimenti antichi, che in quella parte del campo erano assai vicini alla superficie attuale.

Che l’idea fosse giusta, lo abbiamo capito subito: ma a nostre spese. Effettivamente i trattori non avevano mai lavorato a fondo quella striscia di campo a ridosso della strada e quindi il terreno non era mai stato rivoltato e frantumato. Risultato: uno strato compatto e durissimo di terreno, con il quale anche la ruspa trovava grandi difficoltà a procedere.

Ce n’era abbastanza per lasciar perdere e non pensarci più, ma c’era qualcosa che non ci tornava: la terra era davvero troppo dura e troppo chiara, c’era molta argilla, come sempre a Vignale, ma anche molta calce, e una terra con molta calce vuol dire, quasi inevitabilmente, che sotto ci sono muri e pavimenti antichi.

Così è sceso in campo un manipolo di giovani eroi: quattro ragazzi disposti a mettere a repentaglio muscoli e tendini per venire a capo di quella terra impossibile, con abbastanza inventiva da sperimentare strumenti e metodi, posizioni e procedure per scavare l’inscavabile.

E ci è andata bene, perché dopo parecchi giorni di una fatica davvero mostruosa, la terra durissima ha lasciato il posto al primo lembo di pavimento di cocciopesto, poi a un tratto di muro e poi perfino a un grosso frammento di mosaico.

Un mosaico, tanto per cambiare, bello quanto raro. Bello, perché fatto di grandi tessere quadrate di marmi colorati, affiancate le une alle altre a comporre una fascia policroma di grande effetto decorativo. Raro, perché questi pavimenti erano davvero inusuali nel mondo antico, giacché venivano realizzati con i “ritagli” delle lastre di rivestimento di pavimenti e pareti: marmi colorati e quindi molto pregiati e costosi. Si trattava di un’altra riprova dell’eccezionale livello qualitativo delle decorazioni della villa di Vignale.

Rimaneva ancora da capire di che tipo di edificio si trattasse, perché lo scavo che siamo riusciti a fare è stato davvero molto piccolo e ha messo in luce solo una parte di un singolo ambiente.

Una volta tanto però siamo stati fortunati, perché al di sotto dei pavimenti, che sono stati un po’ “pettinati” dagli aratri, ma che si conservano tutto sommato non malaccio, abbiamo individuato una serie di pilastrini di mattoni disposti a distanze regolari: un sistema di suspensurae per creare un’intercapedine al di sotto dei pavimenti dove far circolare l’aria calda proveniente da una piccola fornace (il praefurnium) che doveva essere nelle immediate vicinanze. In mezzo ai pilastrini, abbiamo trovato anche una grande quantità di tubuli a sezione rettangolare: una specie di condutture che venivano murate tra la parete e l’intonaco di rivestimento e che permettevano all’aria calda, che proveniva dal praefurnium e che aveva attraversato l’intercapedine inferiore, di risalire verso l’alto come in una serie di canne fumarie affiancate, con il risultato di ottenere un ambiente con il pavimento e le pareti perfettamente riscaldati.

Insomma, senza alcun dubbio, la stanza calda di una terma romana; di “quella” terma romana.

Centoottantacinque anni dopo la sua scoperta, quella che la didascalia del disegno del 1831 definisce come “L’antica fabbrica de’ bagni di Vignale” è tornata finalmente alla luce, con un frammento almeno dei suoi pavimenti “a mosaico di marmi bianchi, rossi e di altri colori variamente disegnati” che Emanuele Repetti vide ancora nel 1843, prima che il tutto venisse ricoperto.

Una bella soddisfazione indubbiamente per tutti noi – e soprattutto per i quattro giovani eroi, che peraltro sono sopravvissuti senza praticamente alcun danno – ma anche un bell’impegno.

Ora che l’abbiamo ritrovata, questa benedetta terma bisognerà conoscerla meglio e quindi, l’anno prossimo, terra dura o non terra dura, dovremo ampliare lo scavo in quell’area.

Ma, ora che ci penso, la scoperta della terma apre anche un altro bel problema: se la terma è lì, quei resti di pavimenti in cocciopesto che abbiamo visto ormai dieci anni fa nella parte sud del famoso campo delle meraviglie che cosa sono?

Bisognerà fare ancora un sondaggio e gli eroi dovranno tornare in campo.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 15 (novembre-dicembre 2016)

Enrico Zanini

Enrico Zanini

Insegna Metodologia della Ricerca Archeologica e Archeologia Bizantina all’Università di Siena. Autore o curatore di sette volumi e di oltre 130 articoli scientifici, dirige attualmente progetti di ricerca sul campo a Creta e in Sicilia. In Toscana dirige il progetto di archeologia pubblica e condivisa Uomini e Cose a Vignale.

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