La battaglia dei campigliesi per il riconoscimento degli usi civici

Il 31 maggio 1550, due campigliesi si ritrovarono seduti ad un tavolo davanti al notaio Giovanni Battista Giordani, uomo di fiducia della famiglia de’ Medici. Si chiamavano Giovanni di Donato – detto anche Gianni e conosciuto in paese col soprannome di “Pennino” – e Pier Lorenzo Ubaldini. Ma cosa ci facevano i due uomini di fronte ad un notaio inviato dal duca di Firenze? Non erano lì per un affare che li riguardava personalmente, ma in qualità di rappresentanti del Comune. Il “General Consiglio” di Campiglia li aveva infatti incaricati ufficialmente – con un atto notarile rogato da ser Silverio Corazzini di Valsavignone – di concludere un “affare” con la duchessa Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I de’ Medici.

Ovviamente la duchessa non si era presentata di persona a Campiglia ma aveva mandato un suo delegato, Pietro Iacopo Lo Casale, cittadino pisano e procuratore di Eleonora. Una certa emozione però Gianni e Pier Lorenzo la dovettero provare ugualmente, non solo per il rango della controparte ma anche per le implicazioni future del contratto che si apprestavano a stipulare. In Consiglio ne avevano discusso a lungo e ora era arrivato il momento di fare quello che molti campigliesi non avrebbero voluto fare. Tutti sapevano che, una volta firmato quel pezzo di carta, niente sarebbe stato più come prima. Ma le cose per il Comune andavano davvero male. Da tempo ormai le entrate non erano più sufficienti a far fronte alle spese. Si era tagliato su tutto ma continuava a mancare il necessario per andare avanti.

Dieci anni prima Campiglia era stata colpita da una tremenda carestia e il Comune, non avendo soldi per pagare gli stipendi, era stato costretto a licenziare anche il medico comunitario, privando così i campigliesi dell’unico servizio di sanità pubblica presente in paese.

Senza stipendio erano rimasti anche tutti gli altri “impiegati” comunali, di conseguenza non si trovava più nessuno disposto a ricoprire gratis la carica di gonfaloniere (il sindaco di allora) e di camarlingo.

Il Comune non riusciva più neanche a garantire la vendita pubblica del pane e del sale. Il poco grano inviato da Firenze era stato spolverato in un batter d’occhio e in forno non c’era più niente da cuocere. Alcuni emigrarono altrove in cerca di miglior fortuna, altri morirono letteralmente di fame, la situazione era davvero drammatica, bisognava fare qualcosa.

La povertà estrema del Comune di Campiglia aveva spinto i rappresentanti della Comunità a prendere una decisione drastica e definitiva, cedendo l’unico bene del quale ancora disponevano i campigliesi: le ricchezze che la natura aveva donato a quella povera ma generosa terra. Le terre coltivabili e quelle mai arate, le macchie, i pascoli, le verdi colline e le fertili pianure, i paduli, le acque termali, i due mulini comunali, le ghiande, le erbe e i foraggi, i frutti del bosco e soprattutto il prezioso legname, tutte queste ricchezze stavano per essere cedute per sempre alla duchessa e, dopo di lei, ai suoi eredi maschi, in cambio di un canone d’affitto che il Comune di Campiglia avrebbe percepito ogni anno. Non si trattava certo di una grande somma, ma quello che in quel momento interessava ai campigliesi era poter contare su un’entrata certa, per provare a pianificare il futuro e renderlo meno incerto, e in quel momento 740 scudi d’oro potevano rappresentare la differenza tra la vita e la morte.

Ma cosa aveva spinto la moglie del duca Cosimo I de’ Medici a interessarsi di quest’angolo della Maremma pisana? A muoverla non era stata certamente la volontà caritatevole di aiutare una terra in grave crisi economica, anche se ad alcuni piaceva pensare che la gran Signora, con quel contratto, avesse voluto tendere una mano ai campigliesi per salvarli dal tracollo finanziario. La verità era un’altra e chi si intendeva di politica e di economia lo sapeva bene.

Sette anni prima, il 17 marzo 1543, il duca Cosimo I aveva ottenuto l’appalto generale del minerale elbano. Il suo progetto era quello di acquistare e ristrutturare mulini e vecchie fabbriche da ferro già esistenti in Toscana, o costruirne di nuove, per mettere in piedi un’industria siderurgica nel suo Stato   che gestisse tutte le fasi della produzione, per non dover più dipendere da fornitori privati.

Campiglia aveva attirato fin da subito l’attenzione di Cosimo perché rappresentava un luogo ideale dove produrre il ferro, per la vicinanza all’isola d’Elba, per l’esistenza di uno scalo marittimo dove caricare e scaricare le merci, ma soprattutto per la presenza di un corso d’acqua con portata abbondante e costante per tutto l’anno: la Fossa Calda.

Fu così che, nel 1545, il duca Cosimo fece costruire una ferriera sulle acque del Bottaccio, in Caldana, per produrre palle da artiglieria e rifornire il suo esercito. Il forno da ferro consumava una quantità di legname enorme e così il duca fu costretto a stipulare con il Comune di Campiglia un patto che prevedeva la facoltà di tagliare alberi e fare carbonaie nei terreni comunali ad un prezzo «conveniente et ragionevole». Questa soluzione però si rivelò non sufficientemente economica e così Cosimo, per risolvere il problema dell’approvigionamento di legna per la ferriera, propose ai Campigliesi di affittare alla moglie i possedimenti demaniali della Comunità.

Giovanni e Pier Lorenzo firmarono il contratto e l’accordo fu stipulato. Prima di spogliarsi definitivamente dei loro beni però vollero imporre alcune condizioni o perlomeno ci provarono. Gli uomini di Campiglia sapevano che, affittando, avrebbero rinunciato al controllo diretto su risorse naturali che, in molte occasioni, proprio nei momenti di maggiore difficoltà, avevano permesso ai campigliesi di sopravvivere.

Per cercare di limitare i danni, i rappresentanti della Comunità riuscirono a far inserire nell’atto diverse clausole per provare a difendere, almeno sulla carta, i diritti che gli abitanti della Terra di Campiglia avevano sempre esercitato sui terreni coltivati, sui pascoli e sui boschi comuni.

Per prima cosa i campigliesi vollero assicurarsi il diritto di poter continuare a coltivare le terre agricole comunali, anche se, per farlo, d’ora in avanti, gli uomini di Campiglia avrebbero dovuto chiedere una licenza all’agente della duchessa. Ognuno aveva diritto a coltivare una quantità di terra proporzionata alla forza lavoro di cui disponeva. In cambio della terra, i coltivatori campigliesi dovevano versare alla duchessa il “terratico” ovvero un ottavo del raccolto. I terreni rimasti incolti perché non concessi ai campigliesi, potevano essere dati in affitto dagli amministratori di Eleonora ai forestieri. In questo modo gli agricoltori di Campiglia si assicuravano la prima fonte di sostentamento: il grano per le loro famiglie, corrispondendo un affitto in natura che permetteva loro di non tirare fuori soldi che non avevano.

I terreni coltivabili all’epoca però erano ancora pochi e così, per incentivare la messa a coltura di aree macchiose e di terreni sodi o acquitrinosi, fu inserita una clausola che permetteva alla duchessa di affittare a chi voleva i terreni selvatici resi coltivabili per mezzo di lavori effettuati a sue spese. Se invece i lavori fossero stati realizzati direttamente da qualche campigliese, a lui sarebbe spettato il diritto di lavorare le terre recuperate, versando alla duchessa un ottavo del raccolto.

L’altra grande preoccupazione dei campigliesi era quella di non avere più un posto dove far pascolare le preziosissime bestie “da giogo”, quelle cioè impegnate come forza lavoro in agricoltura. Per questo, nel contratto d’affitto con la duchessa, i rappresentanti del Comune pretesero che fosse inserita una clausola che consentisse di continuare a utilizzare per il pascolo la “Bandita per le bestie dome”, una vastissima area da sempre di proprietà comunale. Nella bandita i campigliesi potevano tenere gratuitamente anche i castrati, le pecore e gli agnelli che si macellavano per uso del paese. Un’altra ampia distesa di terra destinata al pascolo gratuito delle “bestie da soma” era la “Banditella”. Per tutte le altre bestie c’era poi il “pascho di Campiglia” dove si potevano tenere gli animali al pascolo pagando solo tre soldi.

I campigliesi vollero che fosse messo nero su bianco anche il diritto per tutti gli abitanti del Comune di continuare a macinare il loro grano al mulino comunale posto sulla Fossa Calda e di tagliare legna per uso personale, per alimentare le fornaci da mattoni e fare la calcina, due attività indispensabili per preservare il settore dell’edilizia che altrimenti sarebbe andato in crisi.

Per un po’ la convivenza tra i rustici campigliesi e le guardie medicee funzionò, anche se le scaramucce non erano infrequenti. All’inizio c’era abbastanza legname per tutti: per fare il carbone che serviva ad alimentare i forni fusori e anche per le varie necessità degli abitanti del paese. Poi però, con gli anni, le macchie cominciarono a diradarsi. Il disboscamento procedeva molto più velocemente della ricrescita e gli amministratori della Magona diventarono sempre meno permissivi.

Dopo oltre un secolo di taglio intensivo, la situazione era diventata esplosiva. Nel 1665, il granduca Ferdinando II, bisnipote di Cosimo ed Eleonora, per cercare di far tornare la pace, emanò un bando dove si confermava ai campigliesi la facoltà di far legna, purché non ne abusassero. Il granduca si raccomandava di «far men danno che sia possibile, acciò si conservino le boscaglie per la Magona del ferro».

Veniva concesso di «tagliar legname da fuoco per le case loro e per servizio de’ loro pastori e bestiami», avvertendo che «quando detti uomini volessero far legna per fornaci, fabbricare, far paracinte alle semente, devono domandar licenza al ministro della Magona», eccetto nel caso in cui ci fosse stato bisogno urgentemente di legname da costruzione per lavori di ristrutturazione a edifici che minacciavano rovina. Ferdinando II specificava anche che «le sughere non si attengono alla Magona e che su queste le guardie non possino accusare».

Ma da dove provenivano gli usi civici dei campigliesi? Quando si erano originati e perché? Per rispondere a queste domande dobbiamo fare un salto indietro nel tempo.

Prima dell’anno Mille, gran parte della popolazione era talmente priva di mezzi da non possedere altro che qualche animale e la forza delle proprie braccia, per procacciarsi quotidianamente quel poco che poteva servire alla sopravvivenza.

I signori feudali, che governavano castelli e villaggi, avevano bisogno del popolo per mandare avanti le loro proprietà e difenderle, così come il popolo aveva bisogno dei signori per essere protetto dalle continue minacce che arrivavano dal mondo esterno. Era quindi interesse dei feudatari fare in modo che gli abitanti della comunità potessero disporre almeno dei beni di prima necessità.

Questo lascia pensare che, fin da tempo immemorabile, i feudatari concedessero agli abitanti dei loro domìni la possibilità di utilizzare alcuni terreni per svolgere in comune due attività all’epoca fondamentali: far pascolare le bestie e raccogliere e tagliare la legna.

Se è vero che nel medioevo esistevano tutta una serie di tasse e balzelli che riguardavano anche lo sfruttamento delle risorse naturali, è logico supporre che, in molti casi, i signori concedessero gratuitamente – o in cambio di un compenso simbolico – la facoltà di utilizzare ciò che la natura metteva spontaneamente a disposizione.

Per secoli la pastorizia, soprattutto in Maremma, rivestì un’importanza fondamentale nell’economia del territorio. Le bestie da carne, da latte e da lavoro, erano una delle risorse più preziose per le famiglie che, in molti casi, riuscivano a sostentarsi e a sopravvivere proprio grazie al consumo di quello che i loro animali producevano.

L’altra grande risorsa indispensabile era la legna, bruciata quotidianamente per cucinare e, nei mesi invernali, per riscaldare le fredde e umide abitazioni. Il legname era anche utilizzato per costruire un’infinità di arnesi, grandi e piccoli, che venivano impiegati nelle più svariate attività e soprattutto nei campi durante i lavori agricoli.

Quando al potere dei signori feudali subentrò quello dei comuni, le riserve signorili divennero beni comunali e i diritti di pascolo e legnatico furono trasferiti ai “comunisti”, ovvero gli abitanti del comune. Gli usi civici furono inseriti ufficialmente negli statuti, le leggi comunali, che regolamentavano anche l’accesso alle cosiddette “bandite”, ovvero i terreni demaniali dove i comunisti potevano continuare a utilizzare i pascoli e far legna.

In genere l’uso delle bandite era un privilegio esclusivo degli abitanti del comune, mentre ai forestieri era proibito. Chi non era in possesso della “cittadinanza” ne era di solito escluso, anche se l’ammissione dei nuovi arrivati era più semplice nei comuni scarsamente abitati, dove c’era bisogno di attirare nuove forze per lavorare i campi e garantire un raccolto in grado di sfamare tutti.

Il fenomeno degli usi civici, in Toscana così come anche altrove, diminuì progressivamente fino a scomparire – tra Duecento e Trecento – nei territori delle città principali, dove tutta la terra disponibile era stata acquistata da privati, per darla in affitto o farla lavorare a mezzadria.

In Maremma però le cose andarono diversamente e la proprietà fondiaria piena, come la intendiamo oggi, continuò per secoli a costituire più l’eccezione che la regola. Il paesaggio maremmano era caratterizzato da piccoli appezzamenti di terreno, per la maggior parte orti e colture pregiate, situati nei pressi dell’abitato, dove i proprietari esercitavano un possesso esclusivo ed individuale. Allontanandosi dal villaggio o dal castello, invece, i padroni dei terreni dovevano sottostare a limitazioni che ne impedivano l’uso privato in determinate circostanze.

In Toscana, il dibattito sugli usi civici si animò al tempo del granduca Pietro Leopoldo il quale, in sintonia con i moderni indirizzi riformatori europei, voleva razionalizzare l’agricoltura, liberandola dalle zavorre che ne frenavano lo sviluppo, compresi quindi gli usi civici. Il granduca era convinto che l’esclusivo diritto del proprietario sulla terra posseduta fosse una condizione indispensabile per aumentare la produttività.

Quando Pietro Leopoldo passò dalle parole ai fatti, imponendo alle comunità di privatizzare i terreni sui quali fino ad allora si erano esercitati gli usi civici, il popolo, sentendosi privato di un diritto antichissimo e sacrosanto, insorse reclamando giustizia.

Le disposizioni leopoldine, accolte favorevolmente dai proprietari, incontrarono grandissime resistenze da parte delle classi economicamente più svantaggiate. Gli amministratori comunali, temendo e prevedendo gravi ripercussioni negative per l’economia locale, dovute all’abolizione dei diritti civici, si fecero portavoce del malcontento, promuovendo azioni legali nei confronti dei nuovi proprietari che si erano aggiudicati l’uso privato ed esclusivo delle bandite e che non volevano più intrusi sui loro terreni.

Anche a Campiglia si agitava la bufera e così, nel 1870, il Comune dette incarico al consigliere Isidoro Falchi di svolgere una ricerca storica nell’archivio comunale e in altri archivi, per capire se le rivendicazioni dei campigliesi sulla tenuta di Biserno, mai sopite, avessero un fondamento giuridico e, in caso affermativo, far valere i propri diritti in tribunale. Lo stesso incarico era stato affidato, quattro anni prima, al sacerdote campigliese don Giuseppe Barzacchini, che però era morto senza aver avuto il tempo di iniziare l’indagine.

All’epoca il Falchi, che era il medico del paese, non poteva sapere che quella ricerca lo avrebbe portato, di lì a qualche anno, a pubblicare un libro sulla storia di Campiglia e addirittura a scoprire l’antica città perduta di Vetulonia.

Il dottor Falchi accettò l’incarico con qualche perplessità, dovuta al poco tempo a disposizione e alla quantità di documenti da controllare, come si intuisce dalle sue stesse parole: «per meglio soddisfare all’incombenza ricevuta di rovistare l’Archivio Comunale alla ricerca di certi diritti, che una voce tradizionale sostiene tuttora esistenti sui terreni della Comunità di Campiglia, e più adeguatamente rispondere alla stima immeritata di che ho ricevuto manifesta testimonianza, sì dalla Rappresentanza Comunale che dai Campigliesi, avrei dovuto o non accettare l’incarico o domandare un tempo più lungo per fare più minute ricerche. Ma da che un desiderio generale mi costringe a fare e far presto, ho ragione di sperare che dal difetto nel risultato delle mie ricerche troverò benevolo comporto nell’animo di tutti».

La consultazione e l’interpretazione dei documenti d’archivio convinse Isidoro Falchi che le servitù pubbliche di pascolo e legnatico esistessero a Campiglia da tempo immemorabile.

La sua relazione manoscritta inizia così: «mi rifarò dal dire che anticamente, essendo tutta la Maremma coperta da fosche e deserte boscaglie, non si teneva conto alcuno del legname per uso famigliare e rurale, il quale poteva ciascuno fare e tagliare a suo piacimento; infatti anche negli atti di compra e vendita non si trova che fatto parola che del pascolo, quasi che altro diritto non premesse o spiegar non potesse il proprietario di un fondo. In seguito però allora quando si cominciò a utilizzare il legname per i forni delle ferriere, tutti i comuni pensarono a riserbarsi il diritto di legnatico che oramai la consuetudine avea autorizzato, e fu allora per la prima volta che si cominciò a contrastare un diritto precedentemente sempre esistito e tacitamente accettato».

Falchi era ossessionato dal trovare un documento in grado di provare l’origine degli usi civici campigliesi, ma alla fine dovette rassegnarsi all’evidenza e accontentarsi delle poche e frammentarie notizie storiche disponibili a partire dal XIV secolo.

Il documento più antico che riuscì a trovare relativo agli usi civici a Campiglia è infatti una lettera del 1335 scritta dagli Anziani di Pisa – l’organo di Governo della Repubblica pisana – e indirizzata ai signori di Biserno. Nella lettera si riportano le proteste degli abitanti di San Vincenzo che si lamentano del fatto che i padroni della tenuta di Biserno impediscono il pascolo gratuito degli animali in quelle terre. I signori infatti pretendono che gli sia pagato un affitto per i pascoli, senza tenere di conto l’antica consuetudine che prevede la libertà di pascolo per tutti. Gli Anziani ordinano ai signori di rinunciare alle loro ingiuste pretese e di permettere agli uomini di San Vincenzo di far entrare le bestie «grosse e minute» nei pascoli di Biserno, senza «estorcere denaro», in modo che i sanvincenzini possano continuare ad abitare le loro terre, senza essere costretti ad andarsene. Tuttavia il governo pisano dà la possibilità ai signori di Biserno, nel caso in cui non fossero stati convinti, di argomentare le loro ragioni presentandosi a Pisa.

Il secondo documento rinvenuto dal Falchi a riprova dell’esistenza degli usi civici nel comune di Campiglia è un’altra lettera degli Anziani di Pisa, del 1379, questa volta indirizzata al podestà di Campiglia e ai priori del Comune. Gli Anziani rimproverano gli amministratori della comunità campigliese di aver abusato dei loro poteri, comportandosi in modo scorretto sia nei confronti dei cittadini, sia verso la Repubblica di Pisa. Il podestà aveva infatti sanzionato alcuni uomini, accusandoli di aver mandato a pascolare i loro maiali nei campi e oltretutto si era intascato i soldi della multa. Da Pisa gli fecero sapere che, nel caso in cui i maiali avessero causato danni entrando in campi dove la biada non era ancora stata levata o in vigneti, allora la multa era da considerare giusta – anche se i soldi dovevano essere divisi a metà tra Campiglia e Pisa – mentre, se gli animali erano stati trovati a pascolare nelle stoppie, la sanzione doveva essere immediatamente tolta e i soldi restituiti ai proprietari delle bestie.

Un altro caso analogo coinvolse alcuni campigliesi multati ingiustamente dai piombinesi per aver portato animali al pascolo in Bandita e alla Sdriscia, vicino ai confini con il Comune di Piombino.

Basandosi su questi e altri documenti, Isidoro Falchi giunse alla conclusione che il diritto di pascolo doveva essere esistito nella Comunità di Campiglia fin dal XII secolo, pur ammettendo di non essere certo del modo in cui queste servitù si fossero formate. Ipotizzò che, prima dell’anno Mille, non esistessero usi civici, visti i tanti contratti di donazione e di compravendita o permuta risalenti a quel periodo, che descrivono così minuziosamente la proprietà e i diritti trasmessi con l’atto giuridico, da far escludere il fatto che su quei terreni potessero già esistere servitù pubbliche. Dovendo ricercare una causa alla comparsa delle servitù pubbliche nel periodo tra il Mille ed il XII secolo, Falchi si convinse che l’origine fosse la nascita dei comuni della Maremma. Secondo il medico campigliese infatti non c’era comune in Maremma che non possedesse la gran parte del territorio che amministrava. A causa della popolazione scarsissima e dell’altrettanto scarso valore dei terreni, ritenne probabile che molti possedimenti privati fossero diventati di proprietà dei comuni, o perché abbandonati, o per estinzione delle famiglie proprietarie o, più probabilmente, perché concessi in dono dalla Repubblica di Pisa.

Qualunque fosse la causa, Falchi era convinto che, agli inizi del Quattrocento, il patrimonio fondiario del Comune di Campiglia si estendesse a tutto il suo territorio e che in questi terreni esistessero le servitù pubbliche di pascolo e legnatico, così come regolamentato dagli statuti comunali.

Il fatto poi che gli statuti di Campiglia prevedessero diritti non soltanto per i campigliesi ma anche per i forestieri, secondo il Falchi, era il segno che gli amministratori comunali volevano richiamare gente da fuori, per popolare la loro terra troppo poco abitata. Facendo un paragone con i suoi tempi, il medico campigliese affermava che, come il governo della Toscana granducale aveva recentemente rimborsato la metà delle spese a chiunque costruiva nella pianura maremmana, non sarebbe strano che, anche in un’epoca più remota, fossero stati offerti pascolo e legnatico gratuito per favorire l’aumento della popolazione, così come pure in passato si era regalato il terreno all’interno delle mura di Campiglia a chiunque volesse costruirvi. Il Falchi quindi concludeva il suo ragionamento affermando che, in origine, le servitù pubbliche erano scaturite dal bisogno di aumentare le popolazioni.

Le servitù non erano soltanto sui beni comunali, si estendevano anche a quelli dei privati. Isidoro Falchi, leggendo i documenti, si rese conto che i proprietari terrieri campigliesi, subito dopo aver raccolto il grano, dovevano permettere l’accesso al bestiame altrui, senza segare anche le secce e senza poter recintare in nessun modo i campi. Secondo lui, gli abitanti di Campiglia avrebbero quindi ceduto anticamente la servitù al Comune in cambio di un’esenzione fiscale, per non pagare le decime a Firenze. A dimostrazione di questo ragionamento, Falchi asseriva che, infatti, nel catasto del 1427, l’unico proprietario di terreni nel territorio comunale risulta il Comune stesso.

Nel cercare di capire come fossero nate le prime liti e i primi attriti tra l’interesse pubblico e quello dei privati riguardo agli usi civici, Falchi evince che, per molto tempo, questo sistema funzionò e nessuno si lamentò, fino a quando i campigliesi decisero di affittare tutti i loro beni alla duchessa Eleonora.

Con la cessione in affitto perpetuo dei beni della Comunità, l’amministrazione de’ Reali Possessi subentrò nei diritti e negli obblighi del Comune nei confronti dei possidenti e degli altri comunisti di Campiglia. Il legname fu utilizzato per alimentare le ferriere di Caldana, mentre i pascoli furono destinati all’allevamento dei cavalli, continuando però a permettere, come da statuti, i diritti di pascolo e legnatico ai campigliesi.

La popolazione aumentò notevolmente, secondo il Falchi, e i terreni ripresero credito. I pascoli e i legnami cominciarono a difettare e fu allora che nacquero le prime questioni fra l’Amministrazione medicea, il Comune e i proprietari di Campiglia.

Anche la Contea di Biserno aveva ceduto il pascolo e il legnatico allo Scrittoio de’ Reali Possessi, ed essendo pure quell’immensa estensione gravata dalla servitù di legnatico a favore dei campigliesi, le stesse questioni cominciarono ad agitarsi tra il Comune e i signori Campigli e fra questi e le Reali Amministrazioni. Questioni di confini, di pascolo e di legnatico che ridussero il Comune, i proprietari e i signori di Biserno in condizioni economiche sempre più misere.

Per molti anni i possidenti di Campiglia avanzarono inutilmente ai governanti toscani suppliche e reclami contro le servitù di pascolo nei loro beni.

Intorno al 1750, i proprietari della zona capirono che l’unico modo per averla vinta e veder riconosciuti i danni causati nei loro terreni dalla bestie al pascolo era quello di trasformarli in vigneti e oliveti. Questo espediente, dice il Falchi, è forse il motivo per cui nel Settecento e nell’Ottocento il paesaggio agrario campigliese era caratterizzato da così tanti oliveti e vigne.

Nel 1754, la questione fu portata in tribunale di fronte all’Auditore Fiscale. L’Amministrazione de’ Reali Possessi presentò una memoria che affermava che i campigliesi anticamente avevano ceduto alla Comunità ogni diritto di pascolo e ciò era dimostrato dal fatto che, quando un proprietario levava il grano dai suoi campi, se voleva segare lo strame per uso privato, non poteva farlo e, se voleva tenerci a pascolare le sue bestie, doveva pagare una “fida” (affitto) al Comune. Dato che la Comunità aveva ceduto tutti questi diritti alla corona, con l’affitto del 1550, nessuno era autorizzato a recintare i propri campi senza lo speciale permesso del sovrano, molto difficile da ottenere. Effettivamente erano pochi e molto influenti i proprietari che erano riusciti ad avere l’autorizzazione a recintare le loro terre: il capitano Prete Cola Fazzini, in una sua presa di terra detta la casetta di Pretecola, il balì Gualandi Campigli, intorno a una casa a La Monaca e il Giannelli, in una piccola chiusa nel suo podere.

A seguito di questa memoria, fu quindi emesso un decreto nel 1754 che ribadiva la servitù in favore dello Scrittoio delle Regie Possessioni.

I possidenti di Campiglia però non si dettero per vinti e tornarono a supplicare contro questo decreto, ottenendo, nel 1766, la facoltà di recintare con siepi i terreni posti nelle immediate vicinanze delle mura del paese e questo perché «non restino ristretti i pascoli col pretesto della piantagione di ulivi e viti».

Ma i proprietari campigliesi si appellarono ancora una volta e la questione venne rimessa alla Camera Granducale. Il luogotenente fiscale sostenne i diritti della corona, basandosi su un’altra memoria, scritta nel 1691 da Raffaello Cannavoti – all’epoca fattore del Granduca alla Pulledraia – nella quale si affermava che il Comune di Campiglia non era il solo ad aver ceduto i propri diritti sui beni demaniali. Nel documento erano citati altri esempi simili nella zona: la Comunità di Suvereto che aveva donato la pastura al principe di Piombino, mentre i privati rimanevano proprietari dei fondi; il vescovo di Massa, che aveva due bandite dalle quali ricavava erba da vendere, mentre i fondi rimanevano dei privati; o il Franceschi di Livorno, che godeva la pastura di Vignale mentre la tenuta era ancora dei suoi proprietari.

Questa volta – eravamo nel 1770 – il Granduca non ebbe più il “coraggio” di opporsi alle richieste dei possidenti campigliesi e così la Camera Granducale decise che, nonostante il Regio Scrittoio mantenesse il diritto di pascolo e legnatico, questo poteva essere esercitato solo nei terreni privati incolti e non più anche in quelli coltivati, non essendo il caso di impedire ulteriormente lo sviluppo di un’agricoltura più moderna nella Maremma campigliese.

Nel 1883, oltre alle rivendicazioni sulla legna di Biserno, un’altra questione legata agli usi civici incendiò gli animi dei campigliesi. Quasi cento anni prima, nel 1788, l’ex fattoria granducale della Pulledraia era stata acquistata da Sisto Felice Benvenuti.

All’interno della tenuta si trovava uno dei beni più preziosi della Comunità di Campiglia, le sorgenti termali, e in particolare quella del “Cratere”, conosciuta da secoli con il nome di “Bagno di Campiglia”. Da epoche remotissime gli abitanti del luogo avevano utilizzato questa sorgente sia per scopi igienici che terapeutici. Questo uso era sempre stato tollerato dalle guardie e dai fattori dei granduchi. Anche Sisto Felice Benvenuti, consapevole delle tensioni in atto, per evitare problemi con la popolazione locale, aveva continuato a permettere l’accesso al bagno. Dopo la sua morte però, il figlio Ranieri aveva provato a recintare la sorgente. Ne venne fuori una mezza rivoluzione e ci mancò poco che ci scappasse il morto. Il cancello fu abbattuto con la forza da una folla inferocita e il Benvenuti fu costretto a desistere.

Nel 1882 però la Pulledraia fu acquistata da Domenico Danielli, un personaggio molto diverso dai Benvenuti. I tempi erano cambiati e, ora che la bonifica aveva reso più salubre l’aria, c’erano i presupposti per sfruttare economicamente la sorgente. L’anno seguente il Danielli costruì il primo vero stabilimento termale caldanese: i “Bagni Caterina”. Cercò un aiuto nel Comune per promuovere la sua iniziativa imprenditoriale ma, invece di trovare tra i campigliesi degli alleati, trovò dei nemici. Il popolo insorse nuovamente, seppure in modo più civile, con una dimostrazione di piazza contro la privatizzazione del bagno di Caldana. La vicenda amareggiò molto il Danielli e questo clima di ostilità contribuì al fallimento e al mancato decollo dello stabilimento termale caldanese.

Anche questa volta, il Comune fu costretto a sondare il terreno per vedere se esistevano i presupposti per fare causa al Danielli, ma le ricerche d’archivio non portarono prove sufficienti a sostegno dell’ipotesi che le sorgenti termali fossero pubbliche. Nel 1892, i campigliesi, dopo anni di inutili indagini, dovettero definitivamente rassegnarsi all’idea di non potersi più bagnare gratuitamente nelle acque di Caldana, cosa che per secoli avevano fatto i loro antenati.

La stessa delusione fu provata, trentacinque anni dopo, da chi sperava di poter continuare liberamente a far legna in Biserno. Nel 1927, il Comune di Campiglia Marittima, decise saggiamente di chiudere definitivamente la causa con la famiglia Alliata, dal momento che, anche «se non sia da porre in dubbio che la tesi degli usi civici campigliesi ha un indiscutibile fondamento di serietà in merito, al Comune però, pei giudicati che ha già contro di sé, è ormai preclusa la via ad ogni ulteriore tentativo di vittoria».

Il mondo era cambiato, un’epoca stava volgendo al termine e ai campigliesi non rimase altro che prenderne amaramente atto.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 10 (gennaio-febbraio 2016)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

Indice delle categorie

Pagina Facebook