Alla riscoperta di un antico mestiere

Se mi chiedessero, e ne fossi capace, di disegnare l’emblema rappresentativo di una strada bianca, sicuramente raffigurerei l’inconfondibile simbolica immagine del mitico “spaccapietre”.

Questo specifico appellativo rappresenta perfettamente sia l’uomo che il suo mestiere. Antico personaggio solitario, drammatico erede di un arcaico, umile e ingrato mestiere ormai estinto dalla tecnologia moderna.

Nello specchio della memoria, vedo ancora chiaramente la sua caratteristica figura, che proverò a descrivere, così come l’ho conosciuta verso la fine degli anni Quaranta, quando ebbi modo di vederlo in azione, durante la sua aspra e ingrata attività.

Era il freddo inverno del 1947-1948 e io transitavo insieme ad altri compagni di lavoro al seguito di un convoglio formato da due vecchi trattori funzionanti a petrolio, trainanti ciascuno il proprio rimorchio, per trasportare “ciocchi di erica” che sarebbero serviti per costruire pipe da fumatori.

Percorrendo la strada ancora sterrata e disastrata dai recenti eventi bellici, che da Monterotondo conduce alla stazione ferroviaria di Campiglia, si incontrava spesso lo “spaccapietre” intento nella sua faticosa e impegnativa opera: frantumare grandi cumuli di pietra destinata al riassetto stradale di qualche tratto divenuto intransitabile.

Era un uomo di mezza età, ma i disagi, il maltempo, la fatica, le misere e grame condizioni della vita di quei tempi, lo facevano apparire quasi un vecchio.

Il fisico robusto, ma curvo in avanti, deformato dalla precaria e scomoda posizione, con la quale era costretto a rimanere per tutto il giorno; mani potenti, ruvide, callose, la pelle, a causa della polvere, del sole e del gelo, era diventata dura come il cuoio, anche perché guanti non ne aveva.

Gli capitava, a volte, a causa di un impreciso colpo di martello, sfuggito al suo controllo per l’estrema stanchezza, di procurarsi una dolorosa ferita.

Per ripulirla bastava uno spruzzo d’acqua; poi succhiava il sangue fuoriuscito e la saliva, oltre a disinfettarla, aiutava a farla cicatrizzare più velocemente. Così, avanti come se nulla fosse successo! Non c’era tempo da perdere.

La pelle del viso arida, scura, screpolata dal soffio gelido della tramontana, o dai roventi raggi del sole estivo, era solcata da profonde rughe.

Le ginocchia rigide, con le gambe incurvate dai muscoli tesi, a volte contratti da crampi pungenti. Per lenire il dolore, lasciava cadere di colpo il martello, scattando frettolosamente in piedi per distenderli, stropicciandoli forte con le mani per eccitare la circolazione del sangue, lasciandosi sfuggire uno stizzoso lamento.

Il braccio destro con il quale esercitava il maggior sforzo nel battere il martello, presentava un abnorme muscolatura, di molto superiore a quella del braccio sinistro.

Gli occhi doloranti, lesi e irritati dalla polvere, arrossati da un fastidioso e continuo bruciore, erano insufficientemente protetti da un paio di rudimentali occhiali formati da due alveoli di leggero alluminio, bucherellato per agevolare la traspirazione. Uniti da una strisciolina di cuoio, aderente al naso, erano tenuti in posizione da un nastro elastico che, da sopra le orecchie, gli cingeva la testa.

Viene spontaneo chiedersi: “e le lenti?” Non c’erano affatto, perché sotto i colpi del martello, lo sfaldarsi della pietra scagliava con forza incontrollata schegge che avrebbero potuto romperle, ferendo irrimediabilmente gli occhi. Così, al posto delle lenti, erano fissati due dischi di fine ma robusta rete metallica, che non ostacolava la vista ma resisteva all’urto delle scaglie aguzze. La rete purtroppo non poteva trattenere la polvere, che gli martoriava comunque gli occhi, facendoli lacrimare continuamente.

Nonostante queste misere e precarie condizioni, nel sorriso e nei suoi occhi, si leggeva una rassegnata serenità, consapevole che, anche se con immensa fatica e a duro prezzo, grazie al suo encomiabile sacrificio, poteva sostenere dignitosamente la propria famiglia.

L’abbigliamento non era sicuramente molto protettivo e men che meno “antinfortunistico”. Durante l’inverno, pantaloni di stoffa pesante per pararsi dal freddo ma anche da urti e lesioni; giubba di robusto fustagno con ampie tasche per gli oggetti personali e la tradizionale “tacana”: specie di saccoccia o tascone posteriore a fondo schiena della giacca aperto da entrambi i lati, ampia e capiente, dove si poteva mettere agevolmente di tutto, anche l’ombrello chiuso di traverso: insostituibile e provvidenziale riparo. Berretto di tela felpata, con tesa anteriore e due falde laterali che all’occorrenza si potevano rovesciare per riparare le orecchie dal freddo. Gli scarponi completamente di cuoio, con le suole rivestite da prominenti “bullette” con la capocchia sfaccettata. Queste permettevano una sicura aderenza sul suolo fangoso, scivoloso e un altrettanto valido appoggio a terra sui detriti aguzzi, ma soprattutto lo scopo più importante delle bullette era quello di non far consumare troppo velocemente la suola. Un paio di scarpe nuove infatti non erano una spesa che si poteva affrontare tanto facilmente. Durante l’estate invece indossava pantaloni di tela più leggeri, pur sempre robusti, maglia di lana a mezze maniche, il cappello di paglia per ripararsi dal sole e le scarpe, sempre le stesse.

Lo spaccapietre lavorava dall’alba al tramonto, era un operaio avventizio, casuale.

Ingaggiato temporaneamente, veniva retribuito non in base al tempo impiegato, ma al volume della pietra che a fine giornata era riuscito a spaccare, riducendola in minuta ghiaia.

Al sorgere del sole si trovava già accanto al primo cumulo di pietre.

Prima di preparare la “piazzola” e gli attrezzi principali, impugnava la “mazza” grande e a due mani cominciava a percuotere con potenti colpi i grossi lastroni sparsi qua e là sulla superficie del mucchio, spezzandoli grossolanamente per poi ridurli ancora più velocemente con la “mazzetta” ad una sola mano.

Così ridotti, formavano una minore massa, a questo punto preparava la “piazzola”, vero banco di lavoro: posizionate adeguatamente una sull’altra metteva due grosse lastre ad uso sgabello e vi posava il sacco di iuta pieno di paglia, che portava sempre con se, in funzione di cuscino. A destra metteva gli arnesi ordinari leggeri (martelline e mazzuolo), alla sinistra il fiasco dell’acqua da bere e quant’altro potesse servire in seguito, così in caso di necessità non doveva alzarsi per non sprecare tempo.

In qualsiasi condizione climatica, lo spaccapietre continuava imperterrito per tutto il giorno a spaccare la maggiore quantità di pietra possibile, senza fare soste inutili se non per dissetarsi o consumare un frugale pasto.

Giunto al tramonto, quel cumulo di pietre che al mattino aveva alla sua sinistra, passate sotto al martello, ridotte e frantumate, erano state trasformate in ghiaia e pietrisco e trasferite alla sua destra.

Finalmente, alzatosi dalla sua postazione, poteva muoversi liberamente e sgranchirsi gambe e braccia.

Impugnata la pala, riuniva in un ragguardevole mucchio a forma conica tutto il pietrisco prodotto, in attesa che arrivasse l’accollatario o lo “stradino” responsabile della manutenzione delle strade, per misurare il volume del manufatto e quantificare il valore da retribuire.

Riuniti gli arnesi, finalmente poteva incamminarsi verso casa per godersi il meritato riposo. L’indomani, all’alba, ricominciava la solita ma sempre nuova storia.

Forse lui non lo sapeva, ma il progresso tecnologico era alle porte: da lì a breve, moderne e colossali macchine avrebbero frantumato molta più pietra di quanto lui non avrebbe mai potuto immaginare.

Littoriano Nencini

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 15 (novembre-dicembre 2016)

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