La riapertura della miniera di rame

«Vi sono degli uomini, ai quali è destino travagliarsi pel pubblico bene senza merito o ricompensa adeguata, arricchire altrui dei propri trovati e fatiche senza giovare a sé stessi; uomini dai più mal compresi o derisi in vita, ingratamente obliati dopo la morte, perché il mondo avaro ed egoista non cura il generoso sentimento che fa obliare l’interesse per l’onore, e sé stessi per la patria; e le sue lodi ed i plausi non a quelli che modestamente ed utilmente operarono, ma a coloro li serba, che con accortezza pari a fortuna seppero collocarsi sopra aureo piedistallo in mostra alle genti. Uno di tali uomini conobbi in Luigi Porte […]».

Così esordisce Lorenzo Leoni, chiamato a quattro mesi dalla morte del nostro personaggio a rendere «alla sua memoria quel pubblico omaggio di lode, che senza sconoscenza non poteva essergli negato». Ma chi era Louis Porte?

Nacque a Tolone, in Francia, l’8 dicembre 1779. Figlio di commercianti di tessuti, viaggiò con la sua famiglia per tutto il Mediterraneo e, costretto a frequenti trasferimenti, trascorse parte dell’infanzia tra Costantinopoli e le isole del Mar Ionio. Attratto dall’attività familiare, fu avviato a tale professione fino dalla giovanissima età, ma né gli affari commerciali né il continuo cambiar dimora lo distolsero dagli studi che coltivò sempre con grande passione.

Dopo tanto girovagare avrebbe trovato in Toscana la sua seconda patria. Agli inizi dell’Ottocento, infatti, si stabilì a Livorno, giovane città che, grazie all’importanza cosmopolita del suo porto nonché all’istituzione del “porto franco”, aveva visto proliferare un gran numero di attività strettamente legate agli affari ed ai traffici del commercio marittimo.

A Livorno, Porte nel 1805 sposò Cammilla Garnier dalla quale avrebbe poi avuto due figlie, Elena e Sofia. E si deve all’influenza della famiglia di Cammilla, forse più che alle sue convinzioni politiche filonapoleoniche, se immediatamente dopo il matrimonio fu chiamato a Piombino alla corte della principessa Elisa Bonaparte Baciocchi, dove – come sottolinea Lorenzo Leoni – «ebbe dignità e lucri, ma non infingardì nei molli piaceri, a’ quali la giovinezza e gli esempj incitavano».

Con il consenso e con il sostegno del governo del Principato, nel 1807 dette vita ad una impresa per la concia delle pelli, finanziata in parte dall’amico banchiere Jean-Gabriel Eynard (1775-1863). Primo in Italia, realizzò l’idea di utilizzare la corteccia delle sughere quale sostanza conciante, e come ricompensa all’introduzione di questo metodo, nel 1808 gli fu concessa la proprietà dello stabile ad uso di fabbrica avuto in comodato l’anno precedente, con l’obbligo di tenere in vita la concia per almeno un decennio.

Da ciò non ritrasse però alcun beneficio personale, in quanto il progetto sarebbe andato a cadere con la perdita del potere da parte di Elisa. Tuttavia a trarne vantaggio furono altri: l’uso del tannino ricavato dalla corteccia delle sughere per la cosiddetta “concia al vegetale”, avrebbe infatti dato modo a numerosi speculatori maremmani di arricchirsi con la produzione di potassa ricavata dalla cenerizzazione delle piante di Quercus Suber che morivano a causa della decorticazione intensiva cui erano sottoposte.

Ma la mente operosa del Porte manifestò ben presto altre idee, tanto numerose quanto feconde. Sappiamo che nel 1810 propose l’adozione nel Principato del sistema metrico fiorentino; nel 1812, in qualità di ricevitore della Regia Imperiale dei Sali e Tabacchi, risulta al nono posto nella «Lista dei 23 Notabili di Piombino»; si fece quindi promotore della realizzazione di una Società Enologica per il miglioramento del vino dell’Elba e del Piombinese; sempre in quegli anni fu pure impegnato in affari immobiliari a Piombino e cointeressato nel traffico di carbone per gli stabilimenti di Follonica.

L’apice della sua carriera nel Principato è da far risalire, però, al 1811, quando, prima come direttore ed amministratore alle dirette dipendenze di Elisa e poi come affittuario, ebbe la gestione delle cave di allume di Montioni. Ma solo tre anni più tardi, caduto Napoleone, lo stabilimento che impiegava oltre 400 lavoratori venne occupato dalle potenze alleate: Porte fu incarcerato nel castello di Piombino e minacciato di morte se non avesse saldato l’ingente debito dovuto a canoni scaduti e canoni correnti. Riuscì comunque a dimostrare che le accuse addebitategli erano infondate e le sue proteste furono accolte in pieno. Tanto da poter poi riprendere l’attività di direttore delle allumiere sotto la gestione Kleiber – Lampronti, poi Kleiber – Le Blanc (titolari della I. e R. Amministrazione delle Miniere e Magona, istituita il 6 settembre 1816 dal granduca Ferdinando III, consapevole dell’importanza delle risorse minerarie), che dello stabilimento ottennero dal 1820 la concessione a livello perpetuo, dando vita nel 1826 alla Società di Montioni della quale anche Porte sarebbe diventato socio.

È pure da sottolineare che per la sua attività in ambito industriale il primo febbraio 1815 era stato nominato socio corrispondente della Reale Accademia dei Georgofili, e fu quella l’occasione in cui dette lettura del suo studio sulla convenienza dell’utilizzo Del cammello toscano per il trasporto di materiale in zone impervie. La Memoria fu subito pubblicata presso Niccolò Capurro di Pisa e Porte poté fare esperimento con lusinghiero successo dell’utilità del cammello, presente a San Rossore, presso lo stabilimento di Montioni, mentre i numerosi impegni in Maremma non gli consentirono, come gli era stato accordato, di sperimentarne l’uso anche in Spagna ed in Sardegna.

Ma intanto, forte dell’appoggio finanziario di Sebastiano Kleiber e Giacomo Luigi Le Blanc, Porte che nel frattempo si era trasferito a Firenze, dette inizio – non prima di aver rilevato nell’aprile 1827 una cava di marmo a Caldana nei pressi di Campiglia – a quell’impresa che lo avrebbe reso famoso anche ai posteri.

Risale infatti al novembre 1827 il «cominciamento [della] intrapresa della riattivazione» della miniera di Caporciano «dovuta a Luigi Porte, il quale, studioso di nuove intraprese, più specialmente dirette al bene ed alla prosperità della Toscana, ed illuminato da ciò che aveva letto nell’opera del Targioni, rivolse la sua mente a tentare le miniere cuprifere».

Dopo i suoi sopralluoghi a Montecatini il 15 ottobre 1827, certo di non sbagliarsi poté scrivere ai soci finanziatori: «Je suis charmé que vous acceptiez l’achat de la Mine de Montecatini: jamais une chance de seccès, n’aura, en fait de mines, été courue à moins de frais».

La sua intuizione non si rivelò errata e, dopo circa due secoli di abbandono e vari tentativi infruttuosi di riattivazione, per la Cava di Caporciano ebbe inizio quel periodo aureo che nei successivi ottant’anni l’avrebbe posta al centro delle attenzioni internazionali come una delle più importanti miniere d’Europa.

I primi lavori interessarono l’investigazione di due filoni che mostravano qualche affioramento in superficie: al primo, che per le sue caratteristiche fu riconosciuto come filone principale, venne dato il nome di Ferdinando, il secondo, che apparentemente ne costituiva una diramazione, fu chiamato Leopoldo. L’escavazione intrapresa «in Sant’Antonio, mediante l’apertura che forma attualmente l’ingresso principale della miniera» nel maggio 1828 dette luce al filone denominato Ferdinando che – secondo quanto era stato segnalato da Giovanni Targioni Tozzetti – si rivelò tutt’altro che di scarsa consistenza.

Sorse così l’esigenza di avvalersi di un tecnico esperto dell’arte mineraria e nello stesso mese di maggio fu assunto Augusto Schneider, giovane ingegnere uscito dalla Accademia Montanistica e Metallurgica di Freyberg in Sassonia.

Nel luglio 1830, appena tre anni dopo la riattivazione, a 45 metri di profondità fu scoperto un grosso agglomerato di materiale cuprifero. L’impresa stava dando buoni risultati e fu quindi deciso di costituire nell’ottobre 1830 la Società d’Industria Minerale con l’intento di gestire la fabbrica di allume di Montioni, la cava dei marmi di Caldana e la miniera di rame di Montecatini. Oltreché socio della Società, insieme a Kleiber e Le Blanc, Porte ebbe anche l’incarico di direttore.

Nel 1832, risultando attivo il bilancio della Società, fu acquisita anche la miniera di rame di Montecastelli e i diritti di ricerca ed eventuale escavazione nei territori di Massa Marittima, fino a Roccatederighi. Nel frattempo, sempre nel 1832, Porte aveva ottenuto la concessione dello stabilimento dell’Accesa per adattarlo a fonderia del rame, fino ad allora lavorato nei forni fusori della Magona di Cecina.

Fu quello un periodo assai fortunato del nostro imprenditore che, spinto dal successo della miniera di Montecatini, nel 1833 dette alle stampe il suo Ragionamento intorno alla riattivazione che si propone di intraprendere di alcune miniere in Toscana . Per impegno di imprenditore ed anche di uomo di cultura fu accolto fra i soci di numerosi importanti sodalizi, quali l’Accademia Labronica di Livorno, l’Accademia de’ Filomati di Lucca e l’Accademia dei Sepolti di Volterra.

A Caporciano, intanto, per l’estrazione del minerale rinvenuto nel grosso filone a quota meno 45, si era resa necessaria l’immediata realizzazione di un pozzo al quale fu dato il nome Luigi e di un altro pozzo per facilitare l’estrazione delle acque che fu chiamato Giacomo. Il problema dell’acqua sul fondo del giacimento non ebbe però risoluzione, tanto che di lì a poco, con l’assenso dei soci finanziatori e su progetto di Augusto Schneider, si procedette alla realizzazione di una galleria di scolo ad una profondità di 60 metri. Iniziato lo scavo in località la Concia nel gennaio 1831, la galleria chiamata Santa Maria, che si estendeva per una lunghezza circa 430 metri, fu ultimata dopo tre anni, nel febbraio 1834, con un costo di circa 20.000 franchi. Un investimento eccezionale che, pur risolvendo il problema dello smaltimento delle acque, avrebbe rappresentato l’inizio del declino economico imprenditoriale di Porte.

Prima della messa in servizio della Santa Maria, la presenza dell’acqua aveva nel frattempo impedito il normale andamento dei lavori di indagine e di estrazione, che ripresero a pieno regime solo nel 1835. La ricerca del minerale non dette però nell’immediato i frutti sperati, ed anche le previsioni non si dimostrarono affatto lusinghiere. Fu così che la Società, con una perdita di oltre la metà del capitale sociale, entrò in crisi, e Kleiber e Le Blanc, impegnati anche in altre imprese assai poco fortunate, decisero di sospendere i loro finanziamenti per la miniera di Caporciano.

Per non giungere allo scioglimento, Porte rinunciò ai suoi diritti nelle varie imprese a favore dei soci finanziatori: gli fu accordata una piccola partecipazione agli utili ed il mantenimento della direzione tecnica. Fu comunque costretto inizialmente a ridurre il numero dei lavoranti e quindi durante l’anno 1836 a sospendere i lavori. Ad aggravare ulteriormente la situazione contribuì poi la scomparsa di Kleiber avvenuta nel gennaio 1836 e quindi, nell’ottobre del medesimo anno, il ritiro di Le Blanc che abbandonò il Granducato per rientrare a Parigi. A Kleiber erano subentrati i nipoti Orazio e Alfredo Hall che poi avrebbero rilevato in affitto anche la quota societaria posseduta da Le Blanc.

Nel frattempo Porte si era messo alla ricerca di nuovi finanziatori in Inghilterra, presso le Fonderie di rame di Cornovaglia, ma il rapporto eseguito per conto dei capitalisti inglesi sulla miniera di Caporciano da parte di Vivian, un esperto capitano di miniere di loro fiducia, fu così poco lusinghiero da scoraggiare qualsiasi forma di intervento finanziario nell’impresa mineraria di Montecatini.

Eravamo nell’aprile 1837, i lavori dovettero esser di nuovo interrotti e di lì a poco fu sciolta anche la Società, alla quale, nel settembre 1837, ne subentrò un’altra composta inizialmente dai fratelli Hall e da Pietro Igino Coppi, con funzioni di direttore amministrativo, ai quali, dopo aver rilevato le quote Le Blanc, si sarebbe poi aggiunto Francis Joseph Sloane.

Terminava così per Luigi Porte l’avventura montecatinese, dove nei dieci anni di sua gestione erano stati realizzati 4 pozzi per un totale di 198 metri di profondità, gallerie orizzontali per 1.970 metri, escavazioni ascendenti e discendenti per 4.500 metri cubi con una produzione di minerale di 626 tonnellate, per una spesa complessiva di 357.744 lire.

Gli azionisti della nuova Società Fratelli Hall e Soci avrebbero ben presto dimostrato che riguardo alle potenzialità dei giacimenti cupriferi di Montecatini Vivian si era sbagliato di grosso e che l’intuizione e le speranze di Porte erano assai ben riposte.

Quest’ultimo, nonostante il fallimento di Caporciano non si perse di coraggio: dette vita, anzi, a nuove imprese altrettanto poco fortunate, associandosi, per la realizzazione dei suoi disegni, con finanziatori che mai credettero fino in fondo nella genialità dei suoi progetti.

Caduto in disgrazia economica e costretto a cedere, quindi, tutti i suoi diritti sulle miniere del Massetano, morì d’infarto il 6 luglio 1843 a Firenze, dove fu sepolto all’interno dei Chiostri della Basilica di Santo Spirito.

Nonostante gli insuccessi, nella sua veste di imprenditore fu da subito considerato un grande, un benefattore, un benemerito dell’industria mineraria granducale, della quale fu sicuramente l’iniziatore.

Ad un anno dalla scomparsa, di lui scriveva Ignazio Cantù: «[…] Luigi Porte è assai benemerito dell’industria mineralogica, comunque le sue intraprese non fossero in generale di felice successo, e comunque non pochi per le perdite dei capitali affidati al suo zelo forse si dolgano d’avergli creduto. Ma egli stesso fu vittima di questo zelo; e ciò basta a mostrarne la purezza, e far fede del convincimento profondo e della lealtà d’ogni sua operazione. Il Porte riattivò le allumiere di Montioni in Maremma […] Poi si dette a scavar metalli; e la bella miniera di rame, oggi così produttiva a Montecatini di Val di Cecina, a lui finalmente deve il principio di sua coltivazione, che per scoraggiamento non del Porte ma dei colleghi, si abbandonava appunto quando altri più fortunati speculatori subentrando, colsero il frutto delle loro e delle altrui fatiche, spese e premure […].

Lorenzo Leoni nel suo necrologio fece appello perché «nelle miniere aperte o da aprirsi nel territorio della Maremma, una galleria, un pozzo o la miniera stessa abbia nome da Luigi Porte, affinché se quelle intraprese avranno la prosperità desiderata e sperata, duri con esse il nome di colui, che v’impresse la vita».

Pochi, tuttavia, recepirono la sollecitazione di Leoni. Non fu così per gli azionisti della Società di Caporciano, che nell’atrio di accesso alla miniera da lui riattivata, sotto un suo busto in marmo fatto scolpire appositamente da Lorenzo Bartolini, nel 1845 apposero questa iscrizione: LUIGI PORTE / ALLE MINERALI RICCHEZZE DELLA TOSCANA / VOLGENDO LA MENTE OPEROSA / QUESTE ABBANDONATE FODINE DI RAME / NEL 1827 RIAPRIVA / ALL’UTILE CITTADINO / I PROPRIETARI DELLA MINIERA / Q.M.P. / 1845.

Fabrizio Rosticci

Fabrizio Rosticci

Nato a Montecatini Val di Cecina (Pisa) nel 1950, dal 1974 al 2009 ha svolto la sua attività lavorativa presso lo stabilimento Solvay di Rosignano, in qualità di responsabile tecnico di impianto.
Profondamente legato al paese d’origine dove, dopo oltre quarant’anni, è tornato ad abitare e a fare ricerca, realizzando una serie di pubblicazioni di storia locale.

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