L’uomo di Botramarmi

Indagine sui misteriosi abitanti della Val di Cornia vissuti 50.000 anni fa

Nel maggio del 1971, Attilio Galiberti e Giancarlo Bartoli, membri dell’Associazione Archeologica Piombinese, mentre percorrevano la strada provinciale 20 – che oggi collega Campiglia alla zona industriale di San Vincenzo – notarono, tra gli strati del terreno visibili sul fianco della collina, alcune pietre lavorate. Si trattava di un deposito di utensili preistorici contenente anche resti di ossa di animali. I due capirono subito di aver fatto un’importante scoperta che testimoniava la presenza in quel luogo di un insediamento umano molto antico. La zona in questione si chiama Botro ai Marmi, o come dicono i campigliesi “Botramarmi”, dal nome del piccolo corso d’acqua che vi scorre. Anche se è difficile stabilire con certezza l’epoca esatta dei manufatti, è ormai assodato che chi li costruì vi abitò all’incirca 50.000 anni fa.

Chi erano dunque quegli uomini e quelle donne che popolavano la nostra terra in un’epoca tanto remota? Che cosa sappiamo di loro? Come vivevano? Che aspetto avevano?

Cinquantamila anni per la storia della Terra sono un’inezia, ma per le nostre capacità di comprensione si tratta di un’eternità. Se prendiamo come unità di misura il tempo che ci separa dagli antichi Romani o dall’epoca di Gesù Cristo, per arrivare a 50.000 anni dobbiamo moltiplicarlo per venticinque volte. Se invece volessimo paragonare questo lasso di tempo alla durata di una vita media, diciamo di 80 anni, per arrivare a totalizzare quei fatidici 50.000 anni dovremmo vivere ben 625 volte. Un altro modo empirico per intuire l’abisso temporale che ci separa da quelle persone è pensare che ci dividono circa duemila generazioni. Tra noi e i nostri antenati vissuti all’epoca della scoperta dell’America, giusto per fare un esempio, ci sono “soltanto” venti generazioni, eppure si tratta già di una distanza considerevole.

Ma la cosa più difficile da immaginare per noi è un’altra. La scienza ci dice che gli esseri umani che abitavano anche la Val di Cornia, all’epoca di cui stiamo parlando, non appartenevano alla nostra stessa specie.

Oggi esiste una sola umanità, un’unica specie: la nostra. Le attuali differenze somatiche tra i vari popoli del mondo, come il colore della pelle, dei capelli, degli occhi o l’altezza, sono solo dettagli. La genetica ha infatti dimostrato che gli uomini moderni sono tutti fratelli, discendenti dagli stessi progenitori. Ma allora cosa significa appartenere a due specie diverse?

La “specie” indica un insieme di esseri viventi con caratteristiche simili, in grado di accoppiarsi e generare una prole feconda. Se incrociamo un cavallo maremmano con un pony o un pastore tedesco con un bassotto, cioè due animali apparentemente diversi ma appartenenti alla stessa specie, i loro figli potranno avere discendenza. Al contrario, dall’accoppiamento di un cavallo con un’asina o una zebra, appartenendo questi animali a specie diverse, nasceranno figli sterili.

Ma allora, a quale altra specie umana apparteneva l’uomo di Botramarmi?

Il primo ritrovamento dei resti di un uomo con quelle caratteristiche avvenne in Germania nell’Ottocento, nella valle del fiume Neander, che in tedesco si dice “Neandertal”. La forma delle sue ossa era diversa da quella degli uomini moderni e così quella creatura fu classificata come nuova specie, con il nome di “Uomo di Neandertal”. Resti simili furono poi ritrovati anche in molte altre località europee e presto si capì che quegli uomini avevano vissuto in tutto il continente, per decine o addirittura centinaia di migliaia di anni, molto prima che i nostri antenati mettessero piede in Europa.

Abbiamo quindi svelato il mistero sull’identità dell’uomo di Botramarmi: anche lui era un “neandertaliano”. Ma che aspetto aveva? Possiamo farci un’idea delle sue caratteristiche fisiche analizzando i resti scheletrici ritrovati altrove.

Prima di tutto erano molto robusti. Sia gli uomini che le donne, e addirittura i bambini, avevano un fisico da culturista, con muscoli potenti e ben scolpiti, per questo anche le ossa erano particolarmente massicce. La loro postura era imperfetta rispetto agli standard attuali, perché avevano la testa e le ginocchia leggermente piegate in avanti. Da questa descrizione possiamo dedurre che la velocità non fosse la loro qualità migliore; ai vantaggi derivanti dalla grande potenza fisica doveva fare da contrappeso una relativa lentezza.

L’altezza media non era eccezionale, dato che si aggirava intorno al metro e sessanta. Ma la caratteristica fisica che più di tutte differenziava gli uomini di Botramarmi da quelli moderni è la diversa conformazione del cranio. La loro testa era sensibilmente più grossa della nostra e, di conseguenza, anche il cervello era più voluminoso. Ovviamente ciò non significa che fossero più intelligenti di noi, ma di questo parleremo più avanti. Il grande cranio, anch’esso massiccio come tutto il resto dello scheletro, era allungato nella parte posteriore. La fronte era piuttosto sfuggente, così come anche il mento, le arcate sopraccigliari molto pronunciate e sporgenti, il naso era largo e prominente.

Recentissimi studi basati sull’analisi del DNA ci permettono di aggiungere al nostro identikit dei particolari che fino ad oggi non sarebbe stato possibile ipotizzare, come il colore della pelle, dei capelli e degli occhi. Pare che queste persone fossero tendenzialmente di carnagione chiara, con occhi altrettanto chiari e capelli rossi o biondastri. Ovviamente non tutti; le caratteristiche somatiche cambiavano da individuo a individuo e da zona a zona, proprio come accade anche oggi tra popoli diversi. Nel complesso però molti neandertaliani avevano un aspetto nordico, che per certi versi ricorda quello degli irlandesi di oggi.

Ora che ci siamo fatti un’idea di come poteva apparire l’uomo di Botramarmi, l’altra domanda che stimola la nostra curiosità è: in che mondo vivevano queste persone? L’ambiente di 50.000 anni fa era molto diverso da quello di oggi. Se avessimo a disposizione una macchina del tempo e potessimo tornare indietro nella Val di Cornia di cinquecento secoli fa, sicuramente stenteremmo a riconoscerla.

Ci mancherebbero molti dei punti di riferimento ai quali oggi siamo abituati, primo fra tutti il mare e la linea di costa. Cercheremmo disperatamente all’orizzonte l’isola d’Elba senza riuscire a trovarla, semplicemente per il fatto che, all’epoca, l’Elba era collegata al continente da un’ampia lingua di terra che si trovava al posto del canale di Piombino. Il mare si era ritirato di diversi chilometri per gli effetti della glaciazione ancora in corso, che aveva fatto abbassare il livello delle acque. Faceva piuttosto freddo, senz’altro molto più freddo di oggi.

Le temperature erano di almeno una decina di gradi inferiori alle attuali e le precipitazioni più scarse. Al posto della rassicurante macchia mediterranea alla quale siamo abituati, le colline erano cosparse di fitti boschi di latifoglie. Nelle valli scorrevano fiumi e torrenti, con percorsi però molto diversi da quelli odierni. Le acque termali si spargevano liberamente, formando sui terreni argillosi immensi laghi caldi e fumanti che, talvolta, in inverno, nei punti più lontani dalle sorgenti, si raffreddavano fino a congelare.

Nel complesso era un ambiente ostile, dove ogni giorno si doveva lottare duramente per la sopravvivenza. Obbiettivo numero uno: procurarsi il cibo; obbiettivo numero due: non farsi ammazzare da qualche bestia. Nella Val di Cornia dell’epoca infatti scorrazzavano liberamente animali giganteschi e molto pericolosi che, in gran parte, oggi non esistono più. Tra i più temibili c’erano i leoni e gli orsi delle caverne, ma anche il rinoceronte lanoso e il mammut.

Ma torniamo ai nostri protagonisti preistorici di Botramarmi. Vivevano in gruppo, ma non si trattava di una vera e propria tribù, era piuttosto una “famiglia allargata”, una specie di clan formato da maschi consanguinei, dalle loro “mogli” e dai figli, con qualche “anziano” superstite. In genere questi gruppi non superavano le 10-15 persone. Il concetto di età era molto diverso dal nostro, all’epoca infatti si diventava adulti intorno ai quindici anni e verso i quaranta, se non prima, la fine era ormai prossima.

Mentre nelle fredde pianure settentrionali i neandertaliani erano costretti ad inseguire, per centinaia di chilometri, le prede lungo le rotte migratorie, il gruppo di Botramarmi si era insediato abbastanza stabilmente sul greto sassoso del torrente, che garantiva la risorsa più importante di tutte: l’acqua. Inoltre, si trattava di un ambiente favorevole alla caccia e alla raccolta dei vegetali, che nascevano spontaneamente lungo le rive umide.

In estate vivevano quasi completamente all’aperto, mentre durante l’inverno, per ripararsi dalle intemperie, sfruttavano le grotte e i rifugi naturali. Quand’erano costretti a spostarsi, si portavano dietro pali di legno e pelli di animali, che utilizzavano per costruire capanne e tende provvisorie. Anche se da noi il freddo non era estremo come nelle congelate terre del nord Italia o dell’Europa centrale, bisognava coprirsi bene e per farlo si usavano le pellicce degli animali cacciati, accuratamente ripulite e cucite insieme con aghi d’osso. Le pelli degli animali erano utilizzate anche come copertura nella costruzione delle tende, fermate a terra con delle pietre per renderle più stabili.

Nel sito di Botramarmi, insieme agli utensili in pietra, sono state rinvenute anche ossa di animali che ci permettono di capire cosa mangiassero questi antichi abitanti della Val di Cornia. Sembra che gli animali più cacciati fossero i cervi, i caprioli e gli uri – una specie oggi estinta di bue selvatico – ma cacciavano anche gli uccelli. Raschiavano la carne dalle ossa e rompevano quelle degli animali più grandi per estrarre il midollo osseo.

Ritrovamenti di ossa bruciate dimostrerebbero che le carni venivano cotte prima di essere mangiate, in focolari delimitati da un cerchio di pietre. Poi c’era la pesca, praticata con tecniche ancora molto rudimentali ma ugualmente efficaci. Questa loro alimentazione, quasi del tutto “carnivora”, era integrata da cibi di origine vegetale. Ovviamente l’agricoltura era ancora molto lontana dall’essere “inventata” (le prime coltivazioni appariranno solo circa 40.000 anni più tardi) e quindi i vegetali presenti nella loro dieta erano in gran parte frutti e bacche spontanee raccolti dove capitava.

Gli strumenti di pietra ritrovati a Botramarmi – ora esposti al Museo Archeologico del territorio di Populonia e Piombino – erano impiegati quotidianamente per i vari usi per i quali erano stati creati. C’erano gli affilatissimi “raschiatoi” – ottenuti scheggiando ciottoli di radiolarite, una pietra locale – utilizzati per ripulire le pelli dai resti di carne e grasso.

I “bulini” in pietra invece servivano per forare, incidere e lavorare il legno e le parti dure degli animali. I “grattatoi” non erano altro che strumenti per grattare e lisciare il legno. C’erano poi lame e punte di varie forme e dimensioni per tagliare la carne o cacciare gli animali. Molti di questi manufatti in pietra, finemente lavorati con grande perizia e abilità, erano uniti a dei manici in legno – che ne facilitavano l’uso – dei quali non è rimasta traccia, trattandosi di materiali facilmente deperibili.

La caccia era un’attività pericolosissima, ai limiti delle possibilità umane. Si era costretti ad affrontare animali giganteschi, frontalmente e a distanza ravvicinata, armati soltanto di una pesante lancia di legno con la punta di pietra affilata. Le squadre erano formate da pochi uomini ben affiatati che, durante la stagione invernale, erano costretti a rincorrere le loro prede nella neve, per avvicinarvisi il più possibile, non esistendo armi più sofisticate, come l’arco e le frecce, in grado di uccidere da lontano. L’unica alternativa possibile al corpo a corpo era quella di utilizzare l’ingegno per spingere gli animali in qualche trappola, servendosi magari del fuoco per spaventarli.

Eccoci giunti alla domanda forse più interessante di tutte: fino a che punto arrivava l’intelligenza degli uomini di Botramarmi? è impossibile rispondere con certezza a questa domanda. Tuttavia, diversi indizi dimostrerebbero che le capacità intellettive dei neandertaliani non erano molto diverse dalle nostre. Abbiamo visto che il loro cervello era più grande di quello dell’uomo moderno, questo però non influiva direttamente sull’intelligenza; quello che conta infatti è il rapporto tra la massa del cervello e la massa corporea, che nei neandertaliani era pressoché identico a quello che si ritrova negli umani moderni.

Ma come si fa a misurare l’intelligenza? Probabilmente il principale indizio di un’intelligenza “superiore” è la capacità di concepire pensieri sempre più astratti, che sono alla base di facoltà quali il linguaggio, il senso estetico, le doti artistiche, musicali e ritmiche, il senso del soprannaturale e molte altre ancora.

Per quanto riguarda il linguaggio, tutto fa pensare che la capacità di parlare degli uomini di Botramarmi fosse del tutto simile a quella di noi uomini moderni. Confrontando l’osso ioide, quello cioè che si trova alla base della lingua e che ci permette di articolare i suoni, è emerso che non esistono particolari differenze tra noi e loro, se non forse nella timbrica vocale, essendo stata la loro voce probabilmente un po’ più profonda della nostra.

Ma veniamo al senso dell’estetica e quindi del bello. Sappiamo che questi uomini – e forse ancor di più le loro donne – creavano monili con conchiglie e altri oggetti messi a disposizione dalla natura. Recenti studi sembrano dimostrare addirittura la presenza di una pratica – oggi nota come “body painting” – che consisteva nel dipingersi le varie parti del corpo con coloranti naturali, esattamente come fanno tuttora alcune tribù del mondo. Il giallo, il rosso e il viola erano i colori più in voga, ricavati dai minerali in varie tonalità. Anche il nero – preparato con la pirite e l’ematite, che davano uno straordinario effetto brillante – era molto apprezzato dagli uomini di Botramarmi.

Se l’abbellimento del corpo è un comportamento che denota senz’altro un’intelligenza molto sviluppata, ancor più strabiliante sarebbe scoprire che queste persone erano in grado di creare strumenti musicali. Alcuni scienziati ne sono convinti, perché credono che il femore di orso delle caverne, scoperto in Slovenia qualche tempo fa, non sia altro che un flauto, il primo della storia. Qualcuno, 50.000 anni fa, vi avrebbe fatto dei fori sapendo che in questo modo avrebbe potuto utilizzarlo per soffiarci dentro e creare musica.

Da una cultura che possiede senso estetico ed artistico, ci si aspetterebbe anche una certa propensione alla cura della famiglia e ai rapporti interpersonali all’interno del clan. In effetti così era, i neandertaliani si prendevano cura dei membri più deboli del loro gruppo, come i bambini, gli anziani e i malati. Probabilmente conoscevano i poteri curativi di alcune erbe ed erano in grado di medicare le ferite.

Quando qualcuno moriva, invece di abbandonarlo dove si trovava, lasciandolo esposto alle intemperie e alle bestie, lo seppellivano con cura in un luogo sicuro. L’inumazione era una pratica diffusa, i cadaveri erano di solito disposti in fosse di forma ovale, nelle quali si inserivano anche cibo o oggetti appartenuti al defunto. In molti casi poi il tutto veniva ricoperto con lastre di pietra, per evitare che gli animali disseppellissero i corpi. Alcuni pollini ritrovati nei luoghi di sepoltura sarebbero addirittura la prova che i neandertaliani deponevano dei fiori sulle tombe dei propri cari.

Ora che lo abbiamo conosciuto più da vicino, ci siamo resi conto che l’uomo di Botramarmi non era affatto un rozzo primitivo. Aveva uno sguardo intelligente, profondo e sensibile tanto quanto il nostro. Anche le differenze fisiche tutto sommato non erano tali da rendere i neandertaliani così “brutti”, come invece vengono mostrati in alcune ricostruzioni. Se per assurdo un bambino di allora fosse allevato ed educato ai giorni d’oggi, probabilmente riuscirebbe ad integrarsi senza troppi problemi.

Il motivo di questa grande somiglianza tra i neandertaliani e noi uomini moderni è dovuta al fatto che entrambi discendiamo da un progenitore comune, vissuto circa mezzo milione di anni fa in Africa. Gli antenati dei Neandertal furono i primi a lasciare l’Africa, per colonizzare l’Europa e l’Asia, mentre quelli dell’uomo moderno rimasero in Africa. Quando, più tardi, anche i nostri antenati cominciarono ad emigrare dal continente africano, entrarono in contatto con i loro cugini neandertaliani.

Non sappiamo se l’incontro tra queste due specie all’inizio sia stato traumatico o se invece abbiano trovato il modo di convivere fin da subito più o meno pacificamente. L’unica cosa certa è che questa convivenza durò per molte migliaia di anni. In questo lunghissimo periodo avvennero continui scambi tra le due culture. I nuovi arrivati, più longilinei e dalla pelle scura, appresero molte cose dai loro forzuti cugini europei, dai quali impararono soprattutto a cavarsela in ambienti e climi molto diversi da quello africano.

Fino ad oggi si credeva che le due specie fossero incompatibili geneticamente e che quindi gli eventuali figli nati dal loro incrocio non potessero riprodursi. Recentemente invece si è scoperto che le cose non andarono esattamente così, i “matrimoni” misti infatti erano molto più comuni di quanto non si pensasse.

Noi uomini moderni abbiamo ereditato una parte del DNA dell’uomo di Neandertal – estintosi definitivamente intorno ai 30.000 anni fa – che, tra le altre cose, ci ha permesso di sopravvivere alle glaciazioni. I geni neandertaliani, oltre ad averci resi più robusti e immuni a molte malattie, ancora oggi influenzano alcune nostre evidenti caratteristiche fisiche, come il colore della pelle, degli occhi e dei capelli. Guardandoci allo specchio quindi non possiamo fare a meno di notare che l’uomo di Botramarmi non è scomparso del tutto, ma vive ancora oggi dentro ognuno di noi.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 7 (luglio-agosto 2015)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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