Per i biografi ottocenteschi, i Montemerli di Campiglia vantavano nobili origini. Si raccontava infatti che, ai tempi di Federico Barbarossa, durante l’assedio di Tortona, l’imperatore avesse minacciato una certa Clementina Montemerli, feudataria di alcuni castelli posti nei dintorni, di fare guerra contro i suoi domìni se non si fosse arresa. La donna però non cedette ed ebbe la peggio. I figli di Clementina riuscirono a fuggire, andando ad abitare a Pisa.

Il racconto continua così: «i Montemerli, creati patrizi della Repubblica medioevale pisana, conservarono sempre la loro nobiltà e l’accrebbero anzi contraendo illustri parentadi colle nobilissime famiglie Giachini, Sandonnini e Delbecco. Ed è fama che una figlia di Jacopo III Appiani d’Aragona andasse sposa ad un conte Montemerli, legandosi così la famiglia di costui in parentela con Lorenzo de’ Medici. In quell’epoca erano i Montemerli così ricchi e potenti che i Medici inibirono loro con legge speciale di estendere maggiormente i loro domìni nella Maremma toscana e segnatamente nella nobil terra di Campiglia».

In questa ricostruzione dei fatti si mescolano elementi reali ad altri di fantasia. Non è quindi possibile confermare, ma nemmeno escludere, il legame genealogico tra i da Montemerlo tortonesi e i Montemerli campigliesi.

Secondo gli studiosi di araldica invece «un Tommaso, di antica famiglia tortonese trasferitasi nei primi del Seicento a Campiglia nella maremma pisana, dove visse sempre signorilmente imparentandosi con famiglie di civile e nobile condizione, fu ascritto alla nobiltà di Pisa con diploma imperiale del 28 marzo 1760 e successivo decreto della Règia Deputazione del 20 aprile 1761».

Il titolo nobiliare fu concesso a Tommaso Cesare che, nel 1784, successe, in qualità di erede, nella commenda stefaniana, fondata dal conte tenente Carlo Giovan Battista Giachini Del Becco, già Sandonnini.

In realtà i Montemerli, che furono probabilmente la più importante tra le casate di Campiglia, erano già qui nel 1528.

Il capostipite è Giovan Francesco, figlio di mastro Francesco. è possibile che il padre del primo Montemerli campigliese fosse un artigiano minerario, cosa che giustificherebbe la grande competenza di Giovan Francesco in materia di estrazione e lavorazione di minerali, che lo portò a svolgere incarichi per conto di Cosimo I de’ Medici. Se così fosse, si potrebbe ipotizzare una possibile provenienza della famiglia da Montemerlo, situato nella zona dei Colli Euganei – oggi frazione del comune di Cervarese Santa Croce, in provincia di Padova – dove l’attività estrattiva era già sviluppata nel medioevo.

Nella seconda metà del Cinquecento, Giovan Francesco – che ricoprì la carica di gonfaloniere del Comune nel 1550 e 1551 – possedeva una casa a Campiglia, in Castello, nel luogo detto “la Ruga”, con un casalino e un magazzino per tenere i foraggi; una vigna al Pero Sanese con terreno lavorativo e due case; un altro terreno agricolo con qualche ulivo e un magazzino; un terreno alberato e un castagneto alla Canapaia.

Oltre a questi beni di proprietà, il Montemerli ne aveva altri in affitto perpetuo dal Monastero di S. Quirico di Populonia. Tra questi c’era anche la ferriera col mulino sulle acque di Caldana e, più precisamente, nel luogo detto Guadalto. Si trattava del primo nucleo dell’impianto siderurgico che, poco dopo, sarà rilevato dall’amministrazione granducale.

I Montemerli ricoprirono per quasi tre secoli cariche pubbliche nella comunità di Campiglia, essendo svariate volte gonfalonieri. Avevano un sepolcro privato nella chiesa parrocchiale di San Lorenzo che doveva trovarsi nella cappella degli Ubaldini, con i quali molto probabilmente si imparentarono. Successivamente costruirono, accanto alla loro abitazione, una chiesetta privata che, secondo quanto riportato da Isidoro Falchi, fu disfatta nel 1838.

I Montemerli campigliesi intrattennero in ogni epoca rapporti di amicizia e relazioni sociali con le più influenti famiglie toscane e con personaggi di rilievo della nobiltà, del clero, dell’esercito e della politica.

I membri principali della famiglia Montemerli furono Bartolomeo, vissuto nella seconda metà del Cinquecento, padre di Cosimo – deceduto nel 1611 – e di due figlie, Vetruria e Deifile, andate in spose rispettivamente a Bastiano Vivucci (nel 1577) e al piombinese Giovanni Melelli (nel 1603).

Antonio (1597-1659), figlio di Cosimo, fu padre di Giovanni Battista, di Deifile (1627) – sposatasi nel 1640 con Orazio Giovannetti di Pisa e nel 1661 con il campigliese Piermaria Tardò – e di Paola (1637), maritata in prime nozze nel 1654 con Carlo Abati e nuovamente, nel 1660, con Francesco Antonio Faini di Montemiloni.

Giovan Battista (1636-1695), prima alfiere, poi capitano e “lancia spezzata di Sua Altezza Serenissima” – ovvero guardia del corpo del granduca – sposò Vittoria Melelli, dalla quale ebbe i figli Cesare; Antonio (1659-1735), sacerdote e dottore; Francesca (1667), sposatasi nel 1683 con Leonardo Malfatti; Anna Cristiana, coniugata nel 1692 con Filippo Bombardieri di Rosignano; e Tommaso, morto all’Elba, secondo quanto si legge nel registro delle sepolture di Campiglia alla data 17 gennaio 1681: «fu trasportato in cassa dal porto di Lungone in Campiglia il cadavere del Signor Alfier Tommaso Montemerli et a me Dottor Zanobi di Buonaccorso Daiti pievano della pieve di San Lorenzo di detto luogo consegnato dal Reverendo Signor Domenico Retali sacerdote di Campiglia d’ordine di Monsignor Illustrissimo e Reverendissimo Pavolo Pecci vescovo di Massa, come per lettera a me diretta, ordinandomi il medesimo… che io li dessi ecclesiastica sepoltura con fare l’esequie con la pompa che ordinava il signor comandante Giovan Battista Montemerli suo padre, che tutto fu da me puntualmente eseguito, avendo prima fatto aprire la cassa dove era il cadavere e riconosciuto il medesimo in presenza di tutti i sacerdoti di Campiglia che si ritrovorno al funerale e del signor Andrea Capitani, capitano di Giustizia, e del signor Carlo Rossi, capitano de’ cavalli di questo terzo di Campiglia et altri uffitiali e soldati che ivi si ritrovorno presenti accompagnare il cadavere dalla chiesa di San Giovanni, dove prima fu porto, fino in pieve di Campiglia, e fatte le solite esequie… fu seppellito in pieve nella sepoltura di San Michele Arcangelo».

Non è escluso che la morte di Tommaso all’Elba possa essere in qualche modo legata al fatto d’armi riportato da Isidoro Falchi, il quale afferma che, nel 1680, suo padre, il capitano Giovan Battista Montemerli, fu ascritto nell’ordine dei cavalieri di S. Stefano per essere riuscito a strappare dalle mani dei Turchi una bandiera mentre stavano per impadronirsi del porto di Longone. Questa bandiera fu conservata nella Chiesa Montemerli fino al 1838, epoca in cui fu dismessa la stessa chiesa, la quale serbava ancora un’iscrizione a memoria del fatto narrato.

Sempre secondo il Falchi, nel 1686, Giovanni Battista sarebbe stato invitato dalla signoria di Firenze a far compagnia al Serenissimo Francesco Maria de’ Medici nel suo viaggio a Roma per ricevere il cappello cardinalizio.

Il Montemerli, che aveva ricoperto la carica di governatore di Suvereto dal 1667, fu coinvolto in una causa giudiziaria con il principe di Piombino Giovanni Battista Ludovisi.

Suo figlio Cesare (1672-1752) fu gonfaloniere di Campiglia per ben dodici volte. Nel 1701, sposò Virginia, la figlia del cavalier Rutilio Neri di Massa Marittima. Rimasto vedovo nel 1708, passò a seconde nozze, nove anni dopo, con Francesca Maria Maddalena Giachini Sandonnini di Empoli.

Da quest’ultimo matrimonio nacque Tommaso (1725), colui che nel 1761 ottenne la concessione alla sua famiglia del titolo nobiliare.

Tommaso si sposò nel 1747 con Maria Lucrezia, figlia del dottor Giulio Antonio Mostardini di San Gimignano, la quale però morì giovanissima dopo solo due anni dalle nozze, avendo avuto il tempo però di mettere al mondo un figlio maschio, Giuseppe. Tommaso si risposò con Rosa, figlia di Andrea Centurelli di Livorno. I loro figli furono Gaetano, Francesco e Filippo.

Giuseppe (1747-1794), figlio di primo letto, creato cavaliere nel 1785, aveva sposato Caterina, figlia del livornese Giuliano Ricci. Le loro due figlie, Lucrezia e Clementina, erano andate in spose a due pratesi: Filippo Regnadori e Alessandro Goggi.

Le sorelle Montemerli furono grandi amanti della cultura, dell’arte e soprattutto della musica.

A Lucrezia Montemerli fu dedicata la rappresentazione del dramma giocoso La testa riscaldata, posto in musica dal compositore Ferdinando Paer «nel Teatro degli illustrissimi signori Accademici dei Semplici nella città di Prato» nell’autunno del 1814.

Clementina Montemerli invece fu la madre di Emilia Goggi (1817-1857), famosa e apprezzatissima cantante lirica. Dopo che il fratello Giuseppe aveva dilapidato il patrimonio paterno, Emilia si era dedicata al canto, ottenendo un discreto successo e contribuendo con i suoi guadagni al mantenimento della madre e del fratello.

Le cronache mondane dell’epoca ne parlano come di una donna bellissima: una vera signora, di grande intelligenza e animo buono. Nelle pochissime occasioni in cui era libera dagli spettacoli, si recava in visita a Prato, ricevendo deliranti manifestazioni di affetto da parte dei suoi ammiratori che, oltre ad apprezzarne le doti artistiche, erano attratti dal suo grande fascino e dall’amabilità del suo carattere.

La Goggi suscitava negli uomini una vera idolatria, ma all’amore e al matrimonio antepose sempre l’arte «ed accanto alla gloria dei palcoscenici – scrisse lo storico pratese Ruggero Nuti – e dopo i fragorosi applausi delle platee, la Goggi manifestò in più occasioni il suo cuore caritatevole, beneficiando i poveri d’ogni paese, proteggendo e sovvenendo agli artisti cui mancavano i mezzi per proseguire agli studi, largheggiando di soccorsi verso gli istituti di beneficienza, consolando la vereconda sventura che andò a cercare sotto gli umili tetti». Morì improvvisamente a soli 39 anni, mentre stava preparando una tournée in Inghilterra.

Anche l’avvocato Filippo Montemerli, zio di Lucrezia e Clementina – oltre ad esercitare la professione e ad aver ricoperto la carica di vicario di Piombino dal 1775 – era stato un artista. Si dilettava a scrivere componimenti poetici, come quello dedicato ad una delle opere più belle dello scultore Antonio Canova, la Venere Italica: «O del Greco scalpello/Emulator sublime,/O Canova divin, Fidia novello;/Alle forme leggiadre,/A quel celeste animator sorriso,/Vedo d’Amor la Madre,/Lo scolpito da Te marmo ravviso./Che se invano presume/Render Fabro mortale al vivo espressa/L’immagine di un nume:/Se qual si mostra in Cielo/Non è dato ritrar la Dea più bella;/Qual sotto umano velo/In terra si mostrò, Venere è quella».

Francesco Montemerli, fratello dal cavalier Giuseppe, fu capitano di lungo corso su navi mercantili. Nel 1788, era al comando della nave “Reali Arciduchi di Toscana”, diretta in Bengala con scalo al Capo di Buona Speranza, carica di «mossolini, telerie, salnitro, droghe, porcellane ed altre mercanzie per conto del signor Giuliano Ricci». Sulla Gazzetta di Weimar del 10 gennaio 1789 – un periodico tedesco in lingua italiana – fu pubblicato un articolo dedicato all’arrivo nel porto di Livorno della nave capitanata dal Montemerli, nel quale si esponevano i vantaggi del commercio con l’Oriente: «oltre lo smercio de’ nostri prodotti trasportati in quelle contrade dell’Asia, non è piccolo il guadagno per noi, l’introdurre in su le navi nostrali quelle mercanzie, che prima ci convenne comprare da’ forestieri».

Cinque anni dopo, ritroviamo il capitano Montemerli al comando di un altro mercantile. Sulla Gazzetta Universale del 16 dicembre 1794 si legge: «fino dal 3 novembre… arrivò a Cadice dalle Indie Orientali la nave mercantile il “Ferdinando III” partita da questo nostro porto fino dal marzo 1792 sotto il comando del sig. Francesco Montemerli capitano e sopraccarico di essa, il quale per incomodo di salute è rimasto in Calcutta. La suddetta nave viene ora condotta dal sig. Paolo Micheli che partì sulla medesima col rango di sotto capitano e sopraccarico».

A quel viaggio prese parte anche il letterato e viaggiatore Lazzaro Papi, autore del libro Lettere sulle Indie Orientali. Da una sua biografia, scritta da Raffaele Dal Poggetto, veniamo a sapere che: «in quel frattempo che era tornato a Pisa scioglieva dal porto di Livorno una nave mercantile che facea vela per l’Indie Orientali, n’era capitano il Montemerli, abile e ben per que’ suoi tempi valoroso marino; questi essendo stretto in amicizia col Papi lo invitò ad accompagnarlo in quella sua spedizione per l’Indie, egli libero com’era, e acceso fors’anche dalla speranza di miglior fortuna, accettò l’invito, e con esso lui partì sul principiare del 1792, in qualità di chirurgo di quella nave. Grave di molti incomodi fu quel viaggio, e per poco non vi perdé la vita; perciocché spinta a gran furia da una bufera di mare diede la nave nelle secche in vicinanza di Calcutta, e precisamente sulla destra sponda del fiume Houghly, e lì confitta dové ristarsi finché non venner gonfie le acque… Anche alcune erbe che il Papi aveva mangiato il tennero in acuti dolori e nell’incertezza di vita. Approdati al fine dopo otto mesi di noiosa navigazione in Calcutta il Montemerli preso da gran febbre, messosi in letto, commise al Papi di rispedire pel suo luogotenente la nave in Toscana. Abbisognando frattanto costui di qualcuno che lo aiutasse nei bisogni della malattia, e nell’esecuzione di vari suoi affari spettanti il commercio, si rimase il Papi con esso, e egli prestò la sua opera sì relativamente alla medicina, che all’ordine commerciale come il meglio gli fu possibile. Quegli alfin risanato, e le urgenti commissioni alquanto ritardate richiamandolo in Toscana, dovette accomiatarsi dal Papi, cui però non mancò prima della sua partenza di rendere larga ricognizione».

Francesco Montemerli aveva sposato la nobildonna Paola, figlia di don Paolo de Barletta di Cadice, ma molto probabilmente non ebbe discendenza, visto che il patrimonio del capitano, dopo la sua morte – avvenuta nel 1820 – fu ereditato dai nipoti.

Francesco Montemerli negli ultimi anni della sua vita si dedicò anche alla politica e, durante il periodo francese, nel 1809, fu nominato maire (sindaco) della Comune di Campiglia.

Gaetano, fratello di Francesco, aveva sposato Vittoria, la figlia di Stefano Gobbi di Roma, soprintendente generale della città e stato di Piombino. Dal loro matrimonio era nato Tommaso (1787).

Nel 1795, Gaetano aveva fatto battezzare a Campiglia un bambino indiano, di circa 9 o 10 anni, originario della città di Cochin, nel regno di Malabar, schiavo di suo fratello Francesco. Il bimbo fu battezzato col nome e cognome del fratello di Gaetano, Filippo Montemerli.

Il continuatore della linea maschile dei Montemerli di Campiglia fu Tommaso, ritenuto dai critici letterari quel «monsieur le Chevalier Montemerli à Florence», confidente e amico del grande scrittore Ugo Foscolo, destinatario di una lettera che il poeta scrisse il 28 marzo 1801: «questa Milano mi farà morire, mio caro, s’io ci sto ancora un mese. Tutto è grave, mortale. Gli uomini stupidi, le donne corrotte, il governo vacillante, lo straniero prepotente… i miei affari vanno… zoppicando; oggi o domani cadranno. La miglior cosa che fo è di ristampare orrevolmente il mio libro, unico conforto fra tante sciagure. Scrivimi del modo di inviarvene un paio di esemplari».

Tommaso, militare dell’esercito toscano di stanza all’Elba, sposò Gaetana Gaudiano di Longone, l’attuale Porto Azzurro. Dal loro matrimonio nacque quello che sicuramente è il personaggio più illustre della famiglia Montemerli, il conte Lorenzo, protagonista del Risorgimento italiano.

Lorenzo Montemerli nacque a Portoferraio il 26 aprile 1817. Suo padre Tommaso morì senza lasciargli fortuna e l’unica eredità che Lorenzo ricevette fu quella dello zio paterno Francesco – il navigatore delle Indie – ma questo patrimonio si dissolse quasi interamente, essendo oberato da un’infinità di liti giudiziarie sostenute con i parenti e con il governo toscano.

Nella prima giovinezza, seguendo le orme del padre, Lorenzo intraprese la carriera militare, ma essendo rimasto nauseato da quel mondo, lasciò l’esercito per dedicarsi a quella che era la sua vera grande passione: la musica e il canto.

Nipote d’arte – suo nonno Antonio Gaudiano era un apprezzato violinista diplomatosi al conservatorio S. Onofrio di Napoli – Lorenzo ottenne grande successo, soprattutto in Portogallo, dove entrò in contatto con gli esuli italiani, che cercò di aiutare economicamente destinando loro parte dei suoi compensi di artista.

Anche in Italia Lorenzo si rese protagonista di azioni filantropiche, devolvendo agli amnistiati l’incasso del concerto tenuto a Bologna il 24 Novembre 1846 e, in favore degli asili infantili, il ricavato delle sue esibizioni a Portoferraio, Piombino, Campiglia e Ravenna.

Verso la fine di gennaio del 1848, Lorenzo si trasferì a Milano, essendo stato scritturato dal Teatro alla Scala. Ai primi di marzo però, provocato dall’insolenza di un ufficiale austriaco, gli chiese “soddisfazione” nell’affollatissimo teatro – al cospetto del celebre musicista Ernesto Cavallini e del marchese Giacomo Brivio Sforza – sfidandolo a duello. A causa di questo episodio, la polizia austriaca lo invitò a lasciare Milano. La sua partenza era prevista per la sera del 18 marzo ma, quella mattina, lo scoppio di una rivolta – passata alla storia come “le cinque giornate di Milano” – cambiò per sempre la vita del Montemerli.

Sacrificando la carriera artistica, rinunciò al suo tour a San Pietroburgo e in altre città europee e impugnò nuovamente la spada.

Si offrì di sovrintendere all’addestramento dei giovani volontari, senza ricevere alcun compenso pecuniario, ottenendo in pochissimo tempo risultati eccezionali che gli valsero l’apprezzamento e la riconoscenza dei comandanti e del popolo.

Il Montemerli riuscì addirittura a mettere in piedi un battaglione di adolescenti lombardi, che rese il suo nome celebre al punto che gli oratori e i poeti cominciarono a lodarne il patriottismo e il valore.

Dopo la disfatta di Curtatone e Montanara, organizzò una colletta, riuscendo a raccogliere 20.000 lire per le famiglie dei caduti.

L’improvvisa celebrità ottenuta dal Montemerli attirò su di lui qualche invidia e a Milano cominciarono a circolare voci che mettevano in dubbio le sue qualità militari, che lo accusavano di essere troppo giovane e di aver lasciato l’esercito per dedicarsi alla musica.

Con l’armistizio del 9 agosto 1848, Montemerli fu costretto a fuggire in Toscana, dove il granduca lo nominò capitano onorario della milizia cittadina, per ricompensarlo dell’aiuto dato alle famiglie dei combattenti toscani.

Nel 1849, dopo la fuga di Leopoldo II, fu nominato dal triumvirato capitano e presidente della Commissione per l’organizzazione dei militi volontari. Il Montemerli riuscì a mettere in piedi un reggimento di 1.800 uomini ma, al momento del ritorno del granduca e della restaurazione del suo governo, preferì evitare lo scontro per salvare le vite di quei giovani e scongiurare lo scoppio di una guerra civile.

Montemerli tuttavia non accettò di ritornare alle dipendenze del granduca. Rassegnate le dimissioni, emigrò in Francia, dove riprese la carriera artistica. Nel 1850 e 1851 si esibì con grande successo a Londra, nel teatro della regina. Tuttavia, l’esperienza risorgimentale aveva lasciato in lui un segno indelebile e la vita da artista non lo appagava più. Si ritirò quindi dalle scene, in cerca di nuovi stimoli.

Nel 1853, creò a Londra “l’Emporio Italiano”, una fondazione per la diffusione della cultura italiana, per la quale dette fondo a gran parte del suo patrimonio. Il progetto però fu abbandonato in seguito allo scoppio della rivoluzione nelle Indie inglesi.

Dopo qualche titubanza iniziale, il Montemerli entrò in una loggia della massoneria londinese e, in breve, ne divenne “maestro”, nel novembre del 1857.

La libertà e l’unificazione dell’Italia rimanevano però costantemente nei suoi pensieri e quando, nel 1859, scoppiò la guerra, si precipitò a Firenze per formare una legione di volontari, ma il suo disegno fu osteggiato dal generale Ulloa.

Avrebbe voluto almeno seguire Garibaldi nella spedizione in Sicilia, ma fu sopraffatto da una grave malattia agli occhi che lo costrinse a rimanere inoperoso a Pisa.

La situazione economica lo persuase ad accettare un impiego nelle Ferrovie Meridionali ad Ancona. Nel 1865, la città fu colpita da una grave epidemia di colera, durante la quale il conte si distinse, come al solito, per il suo filantropismo, compiendo atti di grande umanità.

Nel maggio del 1866, Montemerli avrebbe voluto far parte del Corpo dei Volontari Italiani e partecipare alla terza guerra d’Indipendenza, ma non riuscì ad arruolarsi. La moglie del Montemerli, da Parigi, raggiunse Garibaldi nel Tirolo e, con le figlie, servì come infermiera nell’Ospedale Maggiore di Brescia. Garibaldi, dispiaciuto di non avere tra le sue fila il Montemerli, lo fece invitare ed egli accorse, ma arrivò a Bezzecca verso la fine di luglio, quando ormai i giochi erano fatti. Rimase comunque volentieri al fianco del Generale, nello stato maggiore, pur non avendo alcun tipo di retribuzione.

Nel 1867, per la morte del suocero, dovette trasferirsi per un certo periodo in Portogallo per curare gli affari di famiglia. Due anni dopo era a Parigi, a organizzare una “Società Umanitaria”. In seguito all’invasione prussiana del 1870 e all’assedio della città, riuscì a mettere in piedi una squadra di soccorritori, formata da 250 uomini, che si rivelò indispensabile per tutta la durata del conflitto, meritandosi un solenne riconoscimento da parte del governo francese, che gli assegnò la croce della Legion d’Onore.

Il conte Montemerli e la sua altrettanto generosa consorte elargirono in quella circostanza migliaia di lire in beneficenza.

Dopo pochi mesi, la moglie del Montemerli, la contessa Maria Soares de Albergaria, morì, lasciandolo nel dolore. Dopo questo grave lutto, il conte rimase ancora qualche anno a Parigi, per continuare l’attività filantropica, ma poi alcuni cominciarono ad ostacolarlo per la sua appartenenza alla massoneria.

Nel 1874 lasciò la Francia e, dopo aver soggiornato per un po’ in Inghilterra e in Portogallo, si ritirò a Bologna, in casa di una sua sorella. Le notizie in nostro possesso sulla vita di Lorenzo Montemerli arrivano al 1879, anno nel quale fu pubblicato un libretto, intitolato Cenni biografici del Conte Lorenzo Montemerli, che immortalava la figura di un grande campigliese, del quale nessuno, dalle nostre parti, si ricordava più.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 16 (gennaio-febbraio 2017)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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