Lucio Vesonio

Il “sindaco” della Populonia romana

Non abbiamo una testimonianza diretta e completa degli avvenimenti che portarono Populonia, città etrusca indipendente, a diventare suddita di Roma, ma esiste in proposito una interessante ipotesi del prof. Daniele Manacorda, basata su un breve e controverso brano dello storico antico Frontino e su un bollo con la scritta PAAPI, impresso su un laterizio ritrovato negli scavi dell’Acropoli populoniese. Secondo lo studioso, è possibile che Populonia sia stata conquistata nel 282 a.C., durante il bellum Etruscum (guerra etrusca) dal console romano Quinto Emilio Papo, divenendo così civitas foederata, cioè città alleata di Roma, naturalmente in posizione subordinata.

Il bollo suddetto potrebbe dimostrare che gli Emili Papi instaurarono un patronato sul centro etrusco, secondo l’uso romano per il quale singoli cittadini o comunità intere si ponevano sotto la protezione di una potente famiglia, in cambio dell’assunzione di una serie di obblighi. Anche se non abbiamo alcun documento in proposito, è molto probabile che a Populonia, come nelle altre città etrusche nella stessa condizione, dopo la conquista siano rimaste in vigore le antiche cariche amministrative, quali ad esempio lo zilath, il magistrato principale, che era eletto annualmente ed esercitava, da solo o con alcuni colleghi, un ampio potere politico, militare e sacrale.

Le cose cambiarono profondamente intorno al 90 a.C. con la “guerra sociale”, cioè con la rivolta di molte città italiche sottomesse (i socii, gli alleati) per ottenere la piena cittadinanza romana, fino ad allora ad esse negata. Essere infatti civis Romanus, cioè cittadino di Roma, consentiva di votare per le cariche dello stato e di accedere ad esse, oltre a dare vantaggi sul piano fiscale e, soprattutto, la possibilità di potersi presentare in giudizio attraverso i meccanismi del diritto romano.

Gli Italici, dunque, con l’eccezione degli Etruschi e degli Umbri, si ribellarono a Roma e si organizzarono in una Lega Italica, con un proprio esercito e una propria capitale, posta dapprima a Corfinio, in Abruzzo, poi ad Isernia, nel Molise. Coniarono persino delle loro monete, alcune delle quali sono le prime a recare la scritta Italia. La guerra vide la contrapposizione di due eserciti di 100.000 uomini ciascuno e fu molto sanguinosa.

Per dividere i rivoltosi, il console Lucio Giulio Cesare decise nel 90 a.C. di promulgare la Lex Iulia, con la quale si concedeva la cittadinanza romana agli Italici che non si erano ribellati e a quelli che avessero cessato di combattere. Nell’89 a.C. tale diritto fu confermato per tutti gli Italici a sud del Po, a patto che essi deponessero le armi entro 60 giorni. La maggior parte dei ribelli si arrese, mentre quelli che continuarono a resistere in nome dell’indipendenza, come i Sanniti, furono sterminati.

Lo scopo che gli Italici si erano proposti fin dall’inizio era comunque stato raggiunto, perché essi potevano divenire a pieno titolo cittadini romani. In conseguenza di questi avvenimenti, Roma riorganizzò il territorio della penisola italiana trasformando le città alleate in municipia (municipi) e dando il via ad un grande processo di costruzione delle strutture urbane che il nuovo tipo di amministrazione cittadina richiedeva, come il foro, cioè la piazza principale, il tempio della Triade Capitolina, cioè Giove, Giunone e Minerva, ed un luogo di riunione per il senato locale.

Il diritto di voto per le cariche dello stato, invece, poteva essere esercitato soltanto essendo presenti nella capitale, cosicché per chi abitava lontano, in particolare per le classi meno abbienti, non era certo facile recarsi a Roma per votare nelle assemblee popolari, tant’è vero che talvolta i candidati pagavano parte delle spese del viaggio per i loro sostenitori. Di fatto, perciò, a beneficiare della cittadinanza furono soprattutto le “borghesie” italiche, che conquistarono anche l’ambita possibilità di accedere alle magistrature romane.

Anche Populonia, nell’89 a.C. diventò un municipium con le relative nuove cariche dell’amministrazione locale di epoca romana, cioè i quattuorviri (collegio di quattro magistrati), l’ordo decurionum (il senato locale) e i comitia (l’assemblea popolare). I quattuorviri erano eletti annualmente dall’assemblea: due si chiamavano IIIIviri iure dicundo ed erano i magistrati supremi con poteri giurisdizionali, mentre gli altri due, detti IIIIviri aedilicia potestate, sorvegliavano le strade, gli edifici pubblici e i mercati, col relativo controllo sui prezzi delle derrate e quindi in genere sugli approvvigionamenti; essi avevano inoltre la cura ludorum, cioè l’organizzazione dei giochi pubblici.

I membri del senato locale, generalmente ex magistrati, si chiamavano decuriones ed erano i più influenti e prestigiosi personaggi delle grandi famiglie del luogo, soprattutto proprietari terrieri. Essi emanavano decreti sulle materie più diverse come, ad esempio, la nomina di sacerdoti e sacerdotesse della città, la gestione e la distribuzione delle acque, l’autorizzazione a costruire o a restaurare edifici pubblici o le concessioni di suolo per innalzarvi statue o monumenti funerari.

I documenti che ci permettono di capire che a Populonia si formò una tale struttura politica, anche se può sembrare strano, sono due sole epigrafi, oltre tutto frammentarie. La prima, di carattere funerario, rinvenuta sulla spiaggia di Baratti circa sessant’anni fa e pubblicata da Fabio Fedeli nel 1983, ci rivela il nome di un magistrato supremo, praticamente uno dei due “sindaci” del municipio populoniese alla fine del I secolo a.C.

L’iscrizione infatti dice, con l’integrazione proposta da Giulio Ciampoltrini: L. Vesonius Gal. IIIIvir i. d., cioè “Lucio Vesonio, della tribù Galeria, quattuorviro con poteri giurisdizionali”. Vesonius è un nome gentilizio che appare anche in lingua etrusca, nella forma Vesuna, ad Orvieto. La “tribù Galeria”, alla quale Populonia venne ascritta insieme a Pisa, rappresentava, come si direbbe oggi, la circoscrizione elettorale per chi avesse voluto (e potuto) esercitare il suo diritto di voto a Roma per le cariche statali.

L’altra iscrizione è su una lastra di marmo, trovata anch’essa a Baratti nel 1922, contenente la dedica di un monumento a un imperatore. Essa è frammentaria, ma può essere integrata con precisione grazie anche ad un’epigrafe del tutto analoga rinvenuta a Roselle: Optimo Caesari Flavio Valerio Constantio ordo Populoniensis d(evotus) n(umini) m(aiestatique) e(ius), cioè “All’ottimo Cesare Flavio Valerio Costanzo il senato di Populonia, devoto alla sua divina maestà”. Dato che tale imperatore, meglio noto come Costanzo Cloro, ha regnato tra il 293 ed il 306 d.C., se ne deduce che ancora all’inizio del IV secolo d.C. era ben vitale non solo l’ordo, cioè il senato locale, ma evidentemente tutta la comunità populoniese.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 23 (marzo-aprile 2018)

Piero Cavicchi

Piero Cavicchi

Si è laureato in glottologia nel 1976 presso l’Università di Pisa. Ha insegnato materie letterarie all’ITI Pacinotti di Piombino fino al 2012. I suoi interessi e la sue pubblicazioni sono inerenti alla dialettologia, all’onomastica etrusca e latina ed alla toponomastica.

Indice delle categorie

Pagina Facebook