Campiglia durante l’occupazione francese del 1799

Il 21 gennaio 1793, a Parigi, il governo rivoluzionario ghigliottinò il re di Francia, Luigi XVI.

I governi dei principali stati europei, preoccupati che la rivolta potesse uscire dai confini francesi e diffondersi in tutto il continente, si allearono contro la Francia. Inglesi, Austriaci, Russi, Prussiani, Spagnoli, Napoletani, Piemontesi e altri misero in piedi una potentissima macchina bellica, che però fu contrastata e in gran parte sconfitta grazie all’entusiasmo dei rivoluzionari e all’abilità del giovane generale francese Napoleone Bonaparte. Questa guerra senza confini fu combattuta anche in Italia dove, in seguito alle vittorie dei transalpini, nacquero una serie di repubbliche “sorelle” che si ispiravano a quella francese. In breve, i Francesi conquistarono la Lombardia, l’Emilia, il Veneto, lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli.

Il Granducato di Toscana, in un primo momento, fu risparmiato, perché il suo sovrano – Ferdinando III d’Asburgo Lorena – in tutta questa confusione, era rimasto fuori dalla mischia. Questa sua neutralità gli aveva evitato una disfatta sicura, dato che l’esercito toscano era praticamente inesistente, essendo stato smantellato quasi del tutto dal pacifico e illuminato predecessore Pietro Leopoldo. Nonostante l’amicizia dimostrata ai Francesi, Ferdinando era pur sempre il fratello dell’imperatore d’Austria Francesco II, ovvero uno dei più acerrimi nemici della Francia repubblicana, e questo bastava a rendere il granduca sospetto di doppiogiochismo.

E poi c’era Livorno, con il suo porto trafficatissimo, che faceva concorrenza a quello di Marsiglia e che, oltretutto, era molto frequentato dalla marina mercantile e militare degli odiati Inglesi. I Francesi ci avrebbero messo le mani sopra molto volentieri ma, per far guerra ad uno stato amico, ci voleva un motivo valido. Il pretesto fu trovato dicendo che in quella città si offendeva la bandiera della Repubblica e si danneggiavano i beni dei commercianti francesi, sotto gli occhi compiaciuti degli Inglesi che la facevano da padroni. Così, il 27 giugno 1796, Napoleone fece occupare Livorno dalle sue truppe.

Gli Inglesi non stettero con le mani in mano, bloccarono immediatamente con la loro flotta l’accesso al porto e, poco dopo, occuparono Portoferraio, l’isola di Capraia, e poi Campiglia e Castiglione della Pescaia.

Come se non bastasse, oltre all’occupazione militare inglese, a Campiglia, nel novembre di quell’anno, era in corso un’epidemia bovina e si era dovuto provvedere alla soppressione e al sotterramento del bestiame.

Verso la metà di novembre, fu interdetto il campo santo di Campiglia perchè gli Inglesi vi avevano fucilato un soldato. Fino alla fine di gennaio dell’anno successivo, le salme dei campigliesi defunti furono inumate negli antichi sepolcri esistenti sotto la chiesa di San Lorenzo, in attesa che venisse riaperto il cimitero di San Giovanni.

L’indisciplinatezza di alcuni membri delle truppe inglesi, insieme forse ad un tentativo di diserzione, portò all’esecuzione, il 19 dicembre 1796, di un altro militare di stanza a Campiglia, il trentatreenne Federigo Sciolsi, originario del principato d’Orleans, soldato al servizio di sua maestà britannica, fucilato per ordine dei suoi superiori, il quale fu sepolto nella chiesa parrocchiale di Campiglia, essendo di religione cattolica.

Intanto il granduca Ferdinando e il suo stato si trovavano stretti tra l’incudine (gli Inglesi) e il martello (i Francesi).

Nella Livorno francese, il 14 luglio 1796, per festeggiare la ricorrenza della presa della Bastiglia, era stato fatto erigere in mezzo a piazza Grande, l’Albero della Libertà. A parte però i pochi patrioti presenti in città, il resto della popolazione non aveva dimostrato alcun entusiasmo per i nuovi arrivati. La disperazione per l’enorme danno economico causato dal blocco dei commerci portuali, le continue requisizioni di beni per mantenere l’esercito e la violenza gratuita, portarono ben presto la gente ad odiare gli invasori.

Nel gennaio del 1797, fu finalmente raggiunto un accordo tra il granduca e il governo francese. Le truppe avrebbero lasciato Livorno se gli Inglesi avessero evacuato le zone da loro occupate lungo le coste toscane, compresa Campiglia. Il granduca però, per toglierseli di mezzo, avrebbe dovuto pagare anche una penale di un milione di lire tornesi in argento. La somma fu versata e così gli ultimi contingenti francesi lasciarono la città il 14 maggio 1797.

I soldati inglesi di stanza a Campiglia, accampati nei locali della scuola comunale, dovettero quindi andarsene, senza avere avuto neanche il tempo di raccogliere tutte le loro cose. Alla riapertura della scuola, il maestro comunale fece un elenco di quello che era stato lasciato, ovvero: 72 libbre di lana e quattro casse di munizioni.

I rappresentanti del Comune, per la paura di essere accusati di appropriazione indebita, scrissero subito una lettera al colonnello Montresor, comandante delle truppe inglesi, il quale però non li degnò di risposta. Fu così deliberato di donare tutta quella roba all’ospedale di Campiglia.

La guerra della Francia contro il resto d’Europa proseguiva e le forze alleate pressavano il granduca per convincerlo ad entrare a far parte della coalizione, ma lui resisteva mantenendosi neutrale.

Sul finire del 1798, truppe napoletane e inglesi sbarcarono a Livorno, temendo una nuova invasione francese della città ma, quando il granduca lo seppe, li pregò di andarsene immediatamente per non stuzzicare il cane che dormiva. Nonostante gli sforzi però fu tutto inutile. L’invasione ci fu lo stesso e settemila soldati francesi entrarono nel Granducato senza incontrare ostacoli. Gli unici ad opporre resistenza furono gli abitanti dell’Elba e la guarnigione napoletana di Porto Longone, che riuscirono per mesi a portare avanti una guerriglia contro gli invasori. L’isola fu salvata dall’occupazione, ad eccezione di Portoferraio che non poté essere difesa.

Il 25 marzo 1799, giorno di Pasqua, i Francesi entrarono a Firenze da Porta San Gallo, con un ramoscello d’olivo infilato nella baionetta, mentre il granduca fuggiva a Vienna.

La sera del 27 marzo, le truppe francesi pernottarono per la prima volta a Campiglia. Il gonfaloniere e i priori della Comunità, furono subito obbligati ad approvvigionare di viveri e foraggi l’esercito invasore, facendo fronte alle spese necessarie con le povere casse comunali. Fiorenzo Lapini, Vincenzo Freschi e Vincenzo Mussio furono incaricati di occuparsi materialmente dell’approvvigionamento.

Tre giorni dopo, Lorenzo Freschi, Gaetano Montemerli e Gaetano Tardò – di ritorno da Piombino dove erano stati inviati dal consiglio comunale per dimostrare, bilancio alla mano, che il Comune di Campiglia non aveva i mezzi per provvedere ai viveri richiesti – esibirono ai consiglieri campigliesi due ordini, uno del comandante delle truppe francesi di stanza a Piombino e un altro del commissario Chuchat, che di fatto obbligavano la Comunità di Campiglia a cercare «per tutto ove crederà necessario», per provvedere alla sussistenza delle truppe stanziate all’interno dei confini comunali e al forte di Baratti, fornendo sia la farina o il grano che il vino e la carne.

Il 9 aprile, Gaetano Tardò comunicò di essere riuscito a raccogliere dai comuni vicini – anzi, “dalle” comuni, al femminile, come si cominciò a dire per compiacere i francesi – 48 barili di vino, che furono subito spediti a Piombino, e 230 sacchi di grano, in parte già arrivati a Campiglia. Fu deliberato di far ripulire una parte di questo grano e macinarlo, per inviare quanto prima la farina alle truppe a Piombino e tenere il resto a Campiglia per distribuirlo ai “panivendoli” del paese, per «provvedere ai bisogni delle truppe stanziate nel territorio campigliese o a quelle che vi transiteranno». In realtà l’obbiettivo era quello di mantenere riforniti i fornai del paese per sottrarre di nascosto per il popolo una parte del pane, che cominciava a scarseggiare.

Nel frattempo all’Elba, mentre a Portoferraio si innalzava l’Albero della Libertà, dopo lo sbarco sull’isola di un migliaio di soldati francesi, il popolo era insorto, liberando centinaia di galeotti detenuti nel penitenziario di Porto Longone per combattere gli invasori.

Il 10 aprile, giunse a Campiglia una lettera del comandante delle truppe francesi in Piombino, con la quale si comunicava l’imminente arrivo in paese di un caporale con dodici cacciatori appartenenti ad una brigata di fanteria leggera, che aveva il compito di condurre a Livorno dieci napoletani che erano stati fatti prigionieri di guerra all’isola d’Elba e ventisei galeotti liberati dal popolo.

Tanto per cambiare, nella lettera si ordinava ai campigliesi di fornire alloggio e viveri alla truppa e preparare le prigioni per i galeotti. Si comunicava anche che altri 150 scellerati criminali evasi a Longone si erano imbarcati a Rio ed erano passati in terra ferma, avvertendo che questi uomini avrebbero potuto commettere altre atrocità se non si fosse trovato il modo di impedirglielo. I campigliesi erano invitati quindi a stare in guardia e a prendere le misure necessarie per far arrestare gli evasi e condurli a Piombino. Fu dunque deliberato di vigilare sulla sicurezza del paese in vista di possibili incursioni da parte di quei malviventi.

Venne messo in piedi un servizio di sorveglianza, incaricato di controllare giorno e notte le porte del paese per verificare che non entrassero forestieri sospetti. Il comune dovette far fronte così ad un’ulteriore spesa, autorizzando Cosimo Lazzerini a provvedere di olio e legna i quartieri delle sentinelle.

Un sospiro di sollievo fu tirato il 14 aprile, quando giunse la lettera di Carlo Mellini di Suvereto, con la quale si avvisava che i galeotti evasi da Longone – che erano già transitati da Suvereto – avevano venduto tutte le loro armi e proseguito il loro viaggio lasciando la Val di Cornia. La notizia fu confermata anche da Gaetano Tardò il quale, di ritorno da Piombino, assicurò i suoi compaesani che, dalle nostre parti, era tutto quieto e tranquillo. Scampato il pericolo, fu deliberato di sospendere le guardie, riducendo la vigilanza ad un solo picchetto di sei uomini guidato da un capo, nella speranza di tornare alla normalità quanto prima.

Nonostante tutto questo trambusto, in quei giorni gli amministratori campigliesi trovarono il tempo e il modo di occuparsi di un problema umanitario, compiendo un gesto in linea con i principi enunciati nella “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1789, il testo giuridico emanato dieci anni prima al momento dello scoppio della rivoluzione francese.

Nelle carceri pubbliche di Campiglia erano alloggiati quattro detenuti. A causa del recente aumento del costo del grano non potevano più essere mantenuti spendendo quotidianamente quattro soldi per ciascuno, come si era fatto fino ad allora, perché questo avrebbe significato dar loro da mangiare una pagnotta di pane al giorno. Considerato che «la giustizia e l’umanità esige che i carcerati non languiscano di fame durante la loro custodia», fu deciso di spendere di più e portare la razione a due pagnotte di pane al giorno.

Nonostante questi slanci di generosità, il bilancio comunale rimaneva un disastro. Il mantenimento delle truppe stava mandando in rovina le casse della Comunità di Campiglia e di molte altre della Toscana. Anche il governo francese era consapevole che la corda era stata tirata un po’ troppo e che si sarebbe rotta da un momento all’altro. Per questo, il 10 aprile, fu emanato un decreto che riconosceva la situazione. Le comunità dove si trovavano le truppe francesi sarebbero state rimborsate dal Governo, ma solo dopo aver pagato in anticipo i due terzi delle tasse di quell’anno.

Il 21 aprile, il decreto fu affisso e reso pubblico, assegnando ai contribuenti campigliesi il termine di otto giorni per pagare la prima e la seconda rata della “tassa di macine”. Si trattava di una tassa sulla macinazione della farina, istituita nel 1552 per far fronte alle spese militari della guerra di Siena, che col tempo si era trasformata in una tassa personale, ripartita tra le varie famiglie della comunità in base al numero delle “bocche”.

La situazione era davvero grave: nelle casse comunali erano rimaste soltanto 2.171 lire. Tutti sapevano che non sarebbe stato possibile riscuotere in soli otto giorni, come ordinava il decreto, i due terzi delle tasse, che ammontavano ad oltre 7.300 lire. Nella migliore delle ipotesi si sarebbe riusciti a incassarne solo una piccola parte, dai contribuenti più solventi e solleciti, mentre il resto lo si sarebbe riscosso solo dopo la prossima raccolta del grano, dato che in Maremma nelle ultime due annate i raccolti erano stati molto scarsi.

Il comune doveva pagare gli stipendi agli impiegati e agli operai e non poteva esporsi ulteriormente. Gli amministratori comunali inviarono quindi al provveditore dell’Uffizio de’ Fossi di Pisa una copia del bilancio comunale per dimostrare che Campiglia non avrebbe potuto sostenere altre spese per garantire viveri e foraggi alle truppe francesi.

Fu incaricato il dottor Crespino Marsini di recarsi a Piombino, dal comandante francese di quella piazza, per mostrargli tutte le ricevute delle spese sostenute dal Comune con i negozianti di Campiglia e con l’oste di San Vincenzo e per assicurarsi della regolarità dei “buoni” presentati dai soldati di stanza nelle torri del litorale.

Le casse comunali erano quotidianamente sotto pressione. Lorenzo Freschi e Gaetano Montemerli, esigevano il compenso per la loro “missione” a Piombino, mentre il “donzello” comunale Giovanni Battista Gemignani voleva un paio di calzoni nuovi, essendo i suoi «molto laceri»; Antonio Nardi “soprastante” alle carceri di Campiglia chiedeva di essere rimborsato per l’acquisto dell’olio servito a illuminare le celle in occasione del pernottamento fattovi da alcuni prigionieri portati dalle truppe francesi; c’era da pagare Denis Boussenard – un francese originario della zona di Lione che da qualche anno abitava a Campiglia – «per avere impiegate due giornate a interpretare il dialetto delle truppe francesi in occasione del loro transito»; e poi si doveva rimborsare anche il caporale Angelo Dolci, dei soldi spesi nell’acquisto di legna e olio per la sua squadra e per la guardia nazionale, e retribuire i tre deputati comunali per i servizi prestati dal 27 marzo.

I “patrioti” campigliesi insistevano affinché anche a Campiglia si procedesse ad organizzare una cerimonia a loro molto cara. Per questo il “cittadino” Lorenzo Freschi di Campiglia, in nome anche di altri, propose di erigere formalmente l’Albero della Libertà, per far cosa gradita alla Repubblica Francese, naturalmente a spese della Comune di Campiglia, così come era stato fatto in altri luoghi. Considerato però che le casse comunali erano ormai del tutto vuote, fu deciso di «dilazionare l’erezione formale dell’albero… non mai per esser contrari a sì lieto spettacolo, ma per il solo oggetto di essere di presente priva di denari la… cassa comunitativa».

Il Comune eresse l’albero ma non lo addobbò a sufficienza e così, il 30 aprile, il dottor Freschi e Gaetano Montemerli, facendosi portavoci anche di altri campigliesi filorepubblicani, proposero di «ridurre in miglior forma l’Albero della Libertà, già eretto in questa terra» e così il Consiglio Comunale fu “costretto” a deliberare l’acquisto di «due bandiere tricolori di panno dozzinale», l’allestimento di un «piedistallo» – servendosi della colonna inutilizzata del palazzo pretorio – e la fabbricazione di un «berretto di latta colorito con vernice rossa per collocarsi in cima all’albero».

Con i tre colori della Repubblica Francese doveva poi essere dipinto tutto l’albero. In occasione dell’addobbo sarebbe stato distribuito del pane ai poveri di Campiglia, utilizzando quattro sacchi del grano requisito per le truppe. Questa grande festa di popolo – almeno nelle intenzioni dei suoi organizzatori – avrebbe dovuto avere luogo il 15 maggio, nel giorno in cui i Campigliesi ricordavano il loro patrono san Fiorenzo, subito dopo la messa, abolendo però, per quell’anno, la tradizionale corsa di cavalli, non avendo il Comune i soldi per organizzarla.

Alla festa avrebbero dovuto intervenire le autorità della Comunità

e tutto il popolo, con illuminazione serale delle finestre prospicienti la strada. Visto il clima di tensione che si respirava, l’ordine pubblico sarebbe stato garantito dalla Guardia Nazionale, perché non nascessero «degl’inconvenienti».

Il tutto doveva essere realizzato con la «maggiore economia possibile».

Nove giorni prima della festa di san Fiorenzo, nella notte tra il 5 e il 6 maggio, nelle campagne di Arezzo scoppiò una rivolta antifrancese al grido di “Viva Maria” (la Madonna) e “Viva Ferdinando” (il granduca). In città l’albero della libertà fu dato alle fiamme e la guarnigione francese messa in fuga. La notizia dell’insurrezione aretina si diffuse rapidamente nel resto della Toscana. Anche a Campiglia scoppiò una sommossa della quale ritroviamo traccia in un articolo pubblicato sul periodico fiorentino dell’epoca La Gazzetta Universale: «Anche nelle Maremme di Pisa si diffuse l’assurda notizia dell’arrivo dei Tedeschi in Toscana. Nel 17 Fiorile (6 maggio) il Popolo di Campiglia fu attaccato dal contagio universale. Le insegne della Libertà furono calpestate o deposte, e fu applaudito strepitosamente al supposto ingresso Austriaco.

Il Notaro di quel Tribunale Dott. Giovanni Francesco Bozzi prevedde ben le nostre terribili conseguenze del fanatismo di un Popolo per natura ardente, e coraggioso, e seppe opportunamente prevenirle. Si gettò egli nel mezzo alla folla tumultuante, e col tuono imperioso della ragione, e della autorità poté persuaderla e rientrare nell’ordine, e a chiuder le orecchie alla voce ingannevole dei suoi nemici. I patriotti di Campiglia, e tutti i tranquilli abitatori di quelle contrade riconoscono da lui la salvezza, e la pace, che attualmente posseggono. Quando si predica la verità, quando il core detta gli argomenti alla lingua, è cosa ben rara, che l’eloquenza rimanga senza effetto. Felici i Popoli, se tutti quelli, ai quali si affida il geloso incarico della loro religiosa e civile direzione, dicessero, e credessero seriamente, che la Democrazia è la sorgente di tutti i vantaggi sociali, ed imitassero l’attività, e le premure del Cittadino Bozzi!

Non è questo il primo segno del di lui coraggio, e della sua virtù, egli era avvezzo anche nel passato Governo a impedire i disordini, e ad arrestare i movimenti popolari. Egli si era trovato in Campiglia nel mezzo alle truppe Francesi, allorché portarono per la prima volta in Toscana la dolce lusinga della libertà ed aveva acquistato la loro benevolenza. Egli aveva saputo dipoi farsi rispettare anche dalle truppe Inglesi, che vennero per qualche tempo ad infestare questa Terra, e il littorale vicino. Illuminato, prudente, e pieno di zelo, egli avrebbe da gran tempo meritato una carica più decorosa, e di maggiore influenza, ma era riserbata alla giustizia republicana la cognizione dei meriti disprezzati dall’insensibilità, e dal capriccio. Egli è stato destinato ora per Vicario d’Anghiari. La notizia dell’esposto avvenimento giunta posteriormente alla di lui elezione, giustifica la determinazione del Governo, e promette al popolo di Anghiari nell’impiego del Cittadino Bozzi la giustizia, la pace, e la felicità».

Questo elogio sperticato al notaio del tribunale campigliese, Giovanni Francesco Bozzi, dipinto nell’articolo come un campione di lealtà alla causa repubblicana, non piacque ai patrioti di Campiglia che evidentemente, conoscendolo di persona, lo consideravano piuttosto un uomo “per tutte le stagioni”, un trasformista pronto a mettersi in mostra con il padrone di turno.

Il 21 maggio decisero quindi di scrivere una lettera al giornale per far conoscere la loro versione dei fatti: «Abbiamo letto nel num. 41 della Gazzetta Universale un panegirico, che non finisce mai, del cittadino notaro Bozzi, ora Vicario d’Anghiari. Vi comparisce l’uomo il più dedicato alla causa della Repubblica Francese, e vogliamo sperare, che lo sarà di fatto. Potea però risparmiarsi di dire che ha salvato la vita a tutti questi patriotti, giacché non vi era neppure bisogno del suo patrocinio.

L’affare di Campiglia non fu brutto, quanto è stato dipinto. Ecco il fatto. Un frate nella mattina del 17 fiorile sparse la voce, che l’Imperatore con 60 mila uomini era a Firenze. Fu lasciato predicare liberamente questo religioso allarmista; molti in conseguenze non esitarono a credere la nuova. Nel giorno giunse il macellaro Luigi Batini procaccia, colle lettere di Pisa. Nell’entrare in Campiglia fece dei solenni evviva all’Imperatore. La nuova acquistò maggior credito, e il Vicario antico e il Vicario novello parve che la credessero come di fede. Furono subito minacciati i Patriotti.

Questi, insultati, ricorsero al notaro, meravigliandosi che si lasciasse spacciare una chimera sì fatta e non si impedisse il fanatismo che eccitava. In aria di consolazione rispose: “Ma se il Popolo volesse eccedere?” A questa replica i patriotti si viddero in pericolo. Frattanto il notaro passò a pigliar le lettere dal procaccia. In vece dell’aquila vi trovò rinchiusa la libertà. Allora si diede molte premure. Se in Anghiari arrivasse per caso un baffo tedesco, cosa si dovrebbe ripromettere dalla sua energia e coraggio? Compiacetevi di stampare sollecitamente queste notizie nel vostro foglio. Salute e fratellanza».

La rivolta campigliese si risolse in un nulla di fatto. Il giorno seguente il commissario del Governo francese in Toscana, considerando che il mantenimento delle truppe esigeva risorse ingentissime, per alleggerire il peso sui cittadini, ordinò di far raccogliere gli argenti e gli ori superflui nei luoghi di culto e di farli trasportare alla zecca entro tre giorni per essere fusi.

Anche Campiglia dovette offrire il suo contributo, inviando a Firenze Luigi Guasconi, incaricato di depositare alla zecca le quattro lampade d’argento della chiesa parrocchiale di San Lorenzo, fatte consegnare dal parroco don Niccola Mibelli, e altre della Madonna di Fucinaia.

Il giorno 11 maggio il consiglio comunale stanziò la consueta somma di 38 lire per l’organizzazione della festa di S. Fiorenzo, sospendendo per quell’anno, come già deciso in precedenza, la corsa del palio e anche l’intervento dei cavalleggeri. Fu confermata anche la decisione di utilizzare quattro sacchi di grano requisito per fare del pane da distribuire ai poveri ma, vista la delicata situazione di ordine pubblico, si preferì farlo privatamente e «senza strepito».

Le due bandiere con il tricolore francese da apporre sull’albero della libertà furono finalmente acquistate, spendendo 50 lire; fu deciso però di rimandare ancora la cerimonia di “addobbo” dell’albero, vista l’estrema ristrettezza economica.

La fame cominciava a farsi sentire tra la gente e, il 16 maggio, il panettiere campigliese Sebastiano Marro chiese al Comune otto sacchi di grano, di quello requisito, per macinarlo e usare la farina ricavata nella sua bottega, ma la domanda venne respinta perché i rappresentanti della comune dissero di non essere autorizzati ad alienare «alcuna quantità di grano che deve servire per le truppe» e anche perché «se avesse voluto il Marro avrebbe potuto acquistare di quello arrivato da Portoferraio e restato nel porto di Baratti per tre giorni a disposizione di chi voleva acquistarlo».

Intanto, due giorni dopo le rivolte, temendo il peggio, il generale Gaultier emanò un proclama che ordinava il sequestro al popolo delle armi da fuoco.

Il comandante delle truppe francesi di stanza a Piombino avrebbe voluto che i Campigliesi consegnassero anche tutte le armi bianche in loro possesso, ma i rappresentanti della comunità si opposero e fecero depositare presso il tribunale soltanto fucili e pistole, che poi vennero trasportati a Livorno per essere lasciati all’arsenale.

Il problema principale rimaneva quello della fame. Il 31 maggio i venditori di pane di Campiglia si lamentarono pubblicamente di non avere abbastanza grano a causa del consumo straordinario e incalcolabile che ne era stato fatto per alimentare le truppe francesi e che, per questo, il popolo era prossimo a ridursi «mancante del primo articolo di sussistenza». I panivendoli Sebastiano Marro, Giustiniano Ricci e Giovanni Mari, dichiararono di essere rimasti con pochi sacchi di grano e che questo non sarebbe stato sufficiente all’approvvigionamento delle loro botteghe fino all’imminente raccolto.

Dato che la situazione poteva diventare esplosiva e che «dalla deficienza di un tal genere potevano risultare delle sinistre conseguenze», per conservare «la buona armonia e la tranquillità», fu deliberato di consegnare ai panai venti sacchi del grano requisito, con l’ordine di farlo macinare a loro spese e farne pane.

Intanto la comune di Massa Marittima scriveva a quella di Campiglia di restituire ai proprietari di Monterotondo i 60 sacchi di grano requisiti oppure di pagarli.

I Campigliesi risposero di aver agito secondo gli ordini ma accettarono di pagare quanto dovuto, facendosi prestare 100 scudi dal cittadino dott. Giovanni Maruzzi.

Il pane fatto con il grano requisito fu spolverato in pochissimi giorni e, il 3 giugno, l’emergenza si ripresentò. Vista l’assoluta mancanza di farina a Campiglia, per «evitare inconvenienti», fu deciso di acquistare 100 sacchi di grano di Alessandria che si diceva fossero in vendita a Pisa a 22 lire al sacco. Il comune si rivolse ai cittadini Pietro Romani e Sisto Benvenuti, incaricandoli di curare la trattativa, stipulando ogni opportuna obbligazione che fosse richiesta per il pagamento del grano, da effettuarsi alla fine di giugno, facendo presente, se necessario, che il magistrato di Campiglia si era mosso soltanto per «conservare in questa terra la massima quiete e tranquillità». Anche questa speranza però andò in fumo e, l’11 giugno, Pietro Romani scrisse da Pisa che, al momento, non era possibile ottenere il grano richiesto.

I fornai tornarono all’attacco lamentandosi che, col grano in loro possesso, non avrebbero potuto far fronte al bisogno di pane del popolo per più di otto giorni. Anche nelle comuni vicine c’era la stessa penuria e non sembrava esserci speranza di riuscire a trovare del grano, neanche a prezzo altissimo.

Essendo venuti a sapere che da Portoferraio era arrivata una quantità di grano diretta al cittadino capitano Tommaso Pezzella, per essere macinata, deliberarono, vista l’urgenza, di invitare il Pezzella a soccorrere il comune o con la vendita di almeno 50 sacchi o con un prestito, con la promessa di restituirgli, appena possibile, altrettanti sacchi di farina, facendo presente che «Campiglia è quella che fornisce a Portoferraio il mezzo della macinazione dei suoi grani – i mulini di Caldana – che dal nostro territorio ha ricevuto in passato la detta piazza molti e molti articoli di sussistenza e che questo generoso soccorso nel momento più critico c’impegnerà a corrispondergli con altrettanta premura in qualunque occorrenza».

Il timore di una nuova sommossa da parte del popolo, sempre più affamato, e soprattutto la minaccia di incursioni da parte dei ribelli elbani, convinsero le autorità campigliesi che era giunta l’ora di mettere in piedi un contingente di uomini armati a difesa del territorio.

Il 23 giugno fu deliberato di scrivere alla municipalità di Pisa per chiedere informazioni sull’organizzazione di una Guardia Nazionale locale di circa cento uomini e ottenere dal governo francese le armi bianche e da fuoco necessarie a «renderla attiva e rispettabile», allegando alla petizione una relazione sul tentato sbarco dei Longonesi a Populonia e la lista dei volontari campigliesi che si erano iscritti a «difensori della patria».

Il 28 giugno, l’incaricato comunale Pantaleo Poli faceva presente che, delle 187 armi da fuoco depositate presso il tribunale di Campiglia e trasportate all’arsenale di Livorno dal vetturale Francesco Manfredini, ne erano state consegnate soltanto 162. Il Manfredini dichiarò che le armi mancanti gli erano state sottratte da alcuni francesi a Cecina e a Livorno, prima che fossero consegnate. Il vetturale fu pagato ugualmente per il trasporto, ma rimase il sospetto che avesse fatto sparire lui le armi per rivenderle di contrabbando.

Intanto, nei due forti del litorale campigliese, quello di San Vincenzo e quello di Torre Nuova, arrivavano rinforzi per prepararsi a contrastare i nemici in avvicinamento. Il comandante De Tiller chiese al comune di contribuire alle necessità dei soldati delle due torri e così fu deciso di trasferire in prestito dall’ospedale «un letto consistente in una materassa, capezzale, saccone, panche e tavole di legno e due lenzuoli, come pure una pentola di rame capace per dieci persone», nell’attesa di recuperare altra mobilia.

Non ce ne fu il tempo perché le truppe “aretine” stavano per arrivare a Campiglia.

La liberazione di Campiglia dal giogo francese è descritta in un articolo dell’epoca che racconta i fatti avvenuti dall’8 all’11 luglio 1799: «Saputosi appena, che le Vincitrici Armi Austro-Russe dopo la conquista di Bologna dirigevano il loro cammino a Firenze per restituire anche alla Toscana la pace, e la tranquillità toltale dalla Nazion Francese, non poté il popolo di Campiglia ulteriormente trattenersi a dimostrare la gioia, ed il giubilo, che provava per sì fausta notizia. Questo si palesò indistintamente in tutti. Nessuno capiva in se per la contentezza. Dopo replicati applausi alle Armi Imperiali si scagliò un’ immensa folla di popolo contro l’Albero infame della Libertà, stato già inalzato nella pubblica Piazza, e nel momento fu atterrato, la Tricolore fu lacerata, e ridotta in minutissimi pezzi.

Non si contentò di vederlo soltanto atterrato, ma lo volle dare alle fiamme, e quindi fu tutto incenerito, ed arso. Questa funzione venne eseguita sempre fra gli applausi, e fra le acclamazioni del maggior giubilo, che continuò per molto tempo. Traspariva però nei bravi Campigliesi il lume della Religione. Inalzarono nella pubblica Piazza l’Immagine del Crocifisso, cui porsero i più caldi ringraziamenti per sì lieto avvenimento. Furono rispettate le persone, e le proprietà di ciascuno individuo, ed inclusive di quei medesimi, che vedevano di mal’occhio subentrare alla Tirannia Francese la dolcezza di un Governo, che tutto spira pace e tranquillità. Fino a notte avanzata continuò nel cuore di ciascuno un’inesprimibile contento. Riposava ognuno in seno della propria famiglia, quando si sentì improvvisamente, che i Francesi già stanziati in Piombino con alla testa il superbo Casterà dirigevano la loro marcia verso Campiglia.

Non si era appena propalata questa infausta novella, che si vedde tutto questo Popolò in numero di circa 1000 persone armato con armi bianche, da fuoco e rurali per opporsi al perfido Aggressore. Questa brava gente andò, vedde, e vinse: fece 14 prigionieri. Per loro buona sorte gli altri Francesi non si portarono verso Campiglia, ma proseguendo la marcia si fermarono al Forte di S. Vincenzio. In esso era già stata inalzata la Bandiera Toscana.

I Repubblicani, vollero atterrarla, ed inoltre rendere inservibile i cannoni del Forte medesimo continuando i loro tratti insultanti, ed ingiuriosi finché ivi rimasero. Mentre erano tuttora a S. Vincenzio il Popolo di Campiglia memore sempre delle ingiurie e delle prepotenze Francesi, ed ansioso di misurarsi con essi, si portò in massa a quella volta. Sentì con inesplicabile rincrescimento, che i Francesi avevano ripreso il loro cammino, dirigendosi alla volta di Livorno.

Intanto il coraggioso Francesco Anichini che aveva fedelmente servito in qualità di guardia Palatina il R. Ferdinando III volò in compagnia di altri due soggetti a San Vincenzio per intendere le intenzioni del Comandante, e Guarnigione di quel Forte. Non tanto il Comandante, che la Guarnigione tutta, ormai stanchi delle violenze, e degl’insulti Repubblicani non esitarono un momento a dichiararsi prigionieri. Furono condotti dallo stesso Anichini a Campiglia, ove entrarono fra gli applausi popolari. Già era ritornata una perfetta calma nei cuori di ciascuno. Questa però si aumentò all’eccesso, quando la mattina del dì 10 stante si sentì imminente l’arrivo nel Paese dei valorosi Aretini. Volarono rapidamente ad incontrarli pieni di zelo, e di contento il Sig. Vicario Matteo Giannini, il Cancelliere Comunitativo Sig. Jacopo Antonio Anichini, Il Molto Rev. Sig. Preposto, e gli altri Ministri di Campiglia.

Non può esprimersi l’ansietà, con la quale attendevano il loro arrivo il Cap. del Corpo di Bande Sig. Domenico Malfatti, il Ten. Sig. Boldrini, le Famiglie Maruzzi, Orzalesi, del Mancino, Bongi, Lapini, Dini, Tardò, e tutte le altre, che sotto l’empio giogo prudenzialmente avevano saputo conservare un cuor fedele, e costante verso il nostro Amabilissimo Sovrano. Già si erano mossi a cavallo, non potendo più resistere all’ardente desiderio di abbracciare gli Eroi Aretini i Sigg. Dott. Anacleto del Mancino, Dott. Maruzzi, sotto Cancelliere Dott. Marsini, Poli, Francesco Anichini, Lapini, Beldrotti, Corsini, Crovetti, Batini, ed infiniti altri buoni, e zelanti sudditi. Fece finalmente ingresso in Campiglia alle ore 10 il prode e Pio Sig. Antonio Sforza Comandante la vincitrice armata Aretina con numero di circa 60 Uomini di Cavalleria, unitamente al Generoso Sig. Antonio Lorenzini suo Commissario. Le acclamazioni del Popolo Campigliese sempre esultante echeggiarono al di loro arrivo. Non può esprimersi una gioia simile a questa. Intanto le Bandiere Imperiale, e Toscana sventolavano per le contrade di Campiglia.

Le truppe Aretine, e Campigliesi dopo aver percorse le strade principali di Campiglia si fermarono nella Piazza della Chiesa. Al suono di replicati applausi, ed al rimbombo d’infiniti colpi di fucile entrarono in essa con le spiegate Vincitrici Bandiere, ed assisterono all’Inno Ambrosiano, che fu cantato solennemente porgendo all’Altissimo le più vive offerte di un cuor leale, e costante. Il Religioso, e zelante Sig. Proposto Mibelli con tutto il suo Clero eseguirono tali funzioni ed accompagnarono fino alla porta della Chiesa i meritissimi guerrieri.

Questi passarono in mezzo a nuovi applausi popolari alla casa Malfatti, ove si trattennero a pranzo. Intanto i prefati Ministri di Campiglia, ed infiniti altri soggetti si portarono a contestare ad essi quella stima, e riconoscenza giustamente dovuta alle loro Eroiche virtù. Non si trascurò di riguardare con occhio caritatevole la classe degl’indigenti: fu dispensata un’abbondante limosina di pane, e di vino nella pubblica Piazza. Il prelodato Comandante Sig. Antonio Sforza per lasciare al Popolo Campigliese un monumento della sua gratitudine, e della sua generosità, organizzò due Compagnie di truppa Civica per conservare la quiete, e garantire la pubblica sicurezza.

Devenne inoltre alla scelta dell’Ufizialità Maggiore; in tutta la notte non si videro che fuochi di gioia, ed un trasporto di sincera allegria. Nella mattina del dì 11 corrente lasciarono Campiglia i Vincitori Aretini, dirigendo il loro cammino alla volta di Massa Marittima. I prigionieri tutti, che quivi erano detenuti, passarono pure con essi alla detta Città. Intanto il Popolo Campigliese si contentava di refocillarsi con nuovi evviva, e di pascersi col contento, che assolutamente gli promette il ristabilito comando Austriaco. Una tal promessa di futuro giubbilo aveva già commosso i perfidi cuori dei partitanti dell’empio Governo Repubblicano. Questi già languivano, piangevano. Le generosità da buoni Campigliesi assicurava tutti del più ampio perdono. E non serve forse di un aspro rammarico, e di un acuto dardo ad un folle repubblicano anche un trattato di generosità?»

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 15 (novembre-dicembre 2016)

 

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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