Saluti dal fronte

Il dialetto nella corrispondenza dei soldati di cent’anni fa

Alla signiora Cleuniscie Spini, Campiglia M. Cafagio, per la Cigniarella, provincia di Pisa

Piano Senatico il di 11. 4. 1916

Carissima zia oggi visgrivo una mia carto lina per farvi sapere della mia ottima salute perora vasicuro che sono in piena salute eccosì spero che sia divoi e Giemma esui bambini quando mi sgrivete ditemi quante che una sgritto Angiolino e ditemi se il marito di Giemma sei lesonero glielaciettano perché nso come fate davoialtri atirare cotesta azienda vedete ancora emiei genitori enno restati soli donque maraccomando di lavorare meno che potete perché esci rimetete più disalute dipoi quando vedano ipadroni che ilpodere viene trascurato allora ci pigliano rimedio. Riscevete tanti saluti dal vostro persempre nipote e cugino Dante Biasci. salutate Angiolino quando li sgrivete a Dio apresto. Questo ene il mio indirizo Al Sordato Dante Biasci Piano Senatico Provincia di Firenze

In questa cartolina di un nostro conterraneo destinato al fronte durante la prima guerra mondiale, come in altre scritte in quel periodo, possiamo trovare chiare ed interessanti testimonianze del dialetto parlato nella Val di Cornia agli inizi del 1900. Gli scriventi sono perlopiù contadini della nostra terra, finiti al fronte nel Nord-Est dell’Italia o in un campo di prigionia, oltre ai loro familiari ed amici, che sono ovviamente in apprensione per loro; in alcuni casi, soprattutto quando si tratta di donne, a causa dell’analfabetismo il messaggio è stato fatto scrivere da un conoscente, che è comunque sempre qualcuno del posto. Emerge da questi scritti un mondo semplice ma ricco di umanità, un mondo “antico” ormai scomparso per sempre, che ci commuove e ci fa riflettere, offrendoci molti elementi degni di interesse, anche dal punto di vista linguistico. Gli autori di queste lettere, infatti, cercano di esprimersi “correttamente”, ma hanno (non tutti, a dire il vero) una conoscenza molto incerta della lingua scritta, cosicché incorrono in diversi errori, una parte dei quali è particolarmente interessante, perché costituisce un’involontaria attestazione del dialetto che si parlava allora quotidianamente dalle nostre parti. Si tratta in gran parte di forme delle quali avevo già esperienza diretta oppure avevo raccolto testimonianza nel corso della mia attività di studio del nostro vernacolo, ma trovarle scritte in documenti di cento anni fa è particolarmente suggestivo ed emozionante, oltre che importante dal punto di vista scientifico.

Escludendo ciò che è dovuto solamente all’ignoranza delle regole di scrittura, vediamo le caratteristiche che riflettono l’uso del dialetto, cominciando dalla lettera sopra riportata.

In Cleuniscie ( = Cleonice) si notano due fenomeni: il passaggio di “o” ad “u” nella sillaba che precede l’accento (come in “cugnato, curtèllo, pumodoro” ecc.) e la riproduzione della pronuncia “strascicata” (scientificamente “fricativa”) di ce e ci , come si vede anche in esci rimetete, cioè “e’ ći rimettete” e in riscevete, vale a dire “rićevete”.

Piano Senatico per “Piano Sinatico” rivela che era ancora attivo allora il passaggio di “i” ad “e” nella sillaba che precede l’accento (come in “nepote, menuto, pescina” ecc.), perché lo scrivente trasforma subito un nome che ha sentito per la prima volta.

In sgrivo, sgritto, sgrivete appare la trasformazione dialettale di -cr- in -gr- quale si ha ad esempio anche in “śgrollà, gristiano, demograzzia” ecc.

Eccosì è stato scritto dal nostro soldato esattamente come si pronuncia, sia nel dialetto che in italiano, dove il “rafforzamento sintattico” (così si chiama scientificamente) non viene invece riprodotto nella scrittura.

Con una sgritto si ha la forma dialettale “un ha sgritto” ( = non ha scritto).

Voialtri è italiano, ma denota la preferenza del parlante dialettale per “voiartri” rispetto al semplice “voi”.

Ancora col significato di “anche”, che in dialetto era usato in alternativa all’altro termine “anco”.

Emiei genitori ( = i miei genitori) mostra l’articolo maschile plurale “e” per “i”.

In enno restati e questo ene il mio indirizo appaiono due forme dialettali del verbo “èsse”, cioè “ènno” (= sono) e “ène” (= è).

Donque è il termine classico del nostro vernacolo per dire “dunque”.

Maraccomando, cioè “m’araccomando” (= mi raccomando) con la -a- iniziale che ritroviamo aggiunta ai verbi che cominciano per ri-, come “aritornà, araccontà, aritrovà” ecc.

Vedano (= vedono), in alternativa nel dialetto con la più antica forma “védeno”.

Quando li sgrivete, dove appare li (=gli)

Angiolino: il nome Angelo ha avuto larga diffusione in Val di Cornia nel corso del 1900, diventando sistematicamente nell’uso quotidiano “Angiolino”, diminutivo che accompagnava una persona per tutta la vita.

In sordato (= soldato) troviamo il conosciutissimo fenomeno per il quale “l + consonante” diventa “r + consonante”: così è anche in “sarto (= salto), cardo (= caldo), sorco (= solco)” ecc.

In un’altra cartolina del 2 luglio 1917 lo stesso Dante Biasci scrive al cugino Angelo Spini prigioniero a Braunau am Inn (Austria):

Il di 2 luglio. Carissimo Cugino rispondo alla tua desiderata cartolina duve godo innesentire che sei in piena salute perora tasicuro che siemo tutti in piena salute quanto restai contento che duve mi dici che ai pasato un bel linverno che sei stato sempre ar coperto e sento che fai il falegname speriamo che quando sarai accasa farai il lengnaiolo caro Cugino miscuserai seo tardato a sgrivere quando marivò eramo di segatura gredi che siemo in tante faciende che un si sa come fare a finirle riscievi uno basci dame e dalla mia famiglia mi disci se ai riscievuto i ritratti io nullo risci(e)vuto nel inverno. Cugino Dante. La mimadre ti sgrisse una sua lettera …

Anche qui si hanno testimonianze interessanti, come duve ( = dove), che nel dialetto si alterna con “induve”.

Innesentire, cioè “in ner sentire” con “in ner” o “inder” che significa “nel”.

Siemo è una via di mezzo tra il dialettale “semo” e l’italiano “siamo”.

Ar coperto (= al coperto), in cui “l + consonante” diventa “r + consonante”.

Accasa, come nell’altra lettera eccosì, è stato scritto come si pronuncia, con il “rafforzamento sintattico”.

Lengnaiolo, cioè “legnaiòlo”, che significa “falegname”. Si noti che lo scrivente, con una certa ironia, ricorda al cugino, il quale ha usato il termine italiano, che quando sarà tornato in Val di Cornia potrà fare semmai il “legnaiòlo”.

Marivò, cioè “m’arivò” (= mi arrivò). Qui si nota un altro tratto caratteristico del nostro dialetto, vale a dire la semplificazione di -rr- in -r- , come in “tèra, guèra, fèro” ecc.

Eramo, in italiano “eravamo”.

Segatura, è il termine genuino del nostro dialetto per “mietitura”. Nelle nostre campagne non si “mieteva”, ma “si segava ’r grano”.

Gredi (= credi), con -cr- passato a -gr-, come in “sgrivere, demograzzia” ecc.

Un si sa (= non sappiamo), con “un” col valore di “non” e la prima persona plurale del verbo fatta col “si”.

La mimadre, cioè “la mi’ madre”, con l’aggettivo possessivo “mia” che diventa “ mi’ ” davanti al nome.

Un altro nostro conterraneo, Sinibaldo Serini, dal fronte il 5 aprile 1916 scrive al cognato:

Carissimo cugniato io cuestoggi avendomi giunto latua amata e stimatissima tua lettera date mie stata molto gradita inelsentire che di salute stai bene credi io ne godo tanto piaciere perdite sapendo di tutto cio che midici ti trovi bene e vogliamo sperare che la fortuna cia sista io pure somperdirti inelmomento godo ottima salute caro cugniato e solo che cuesta brutta vita nonvole piu fenire. Sai o passato caro cugniato 2 mesi molto male pero piu per causa della stagione fredo eneve che siamo stati sempre molli notte e giorno pero ora sono due giorni parrebbe che il tempo si fusse di sposto albono speriamo che venga cosi potremo vive piu meglio. Sai cierto se vavia la neve prencipieranno lazzioni piu atroci che ora cui efermo motivo della stagione. Altro che tiri di canonaggiamenti arifornimenti tanto non ti posso spiegare solo vivemo sempre colla speransa che tutto andia bene e potendo rivedere lenostre care famiglie e poterle abracciare contanti afetti che ogni momento lio imente. Caro cugniato so lo che sono numpunto no troppo bello pero io vado sempre via ogni giorno pero cio tanti tratti di sdrada scuperta ma ogni modo facciamoci sempre di coraggio potremo sempre isperare di megliorare. Caro sento che midici se ò avansato di grado cuesto sai no lo ancora voluto perche o paura di peggiorare e cuello sarebbe cierto io o pauradelalbania … sera 6 cap. maggiore siamo restati 2 lialtri tutti stroferiti inalbania con 50 soldati che ora cianno dinovo compretati. Caro cugniato ora sento che voi sapere chi cio di paesani il piu vicino cie 2 dei Fossi dirochicione poi isoliti dentro Campiglia Flamignio del Sivieri poi cie Confortini che facieva il mercante pure passa danoi lagnielli di Suvereto pero sono rit(o)rati … c(o)prile io livedo spesso poi cienno dimonterotondo come daltre parte li conocievo … da Burchiese. Altro notidico che salutarti afetuosamente con tanti affezionatissimi baci, tuo affezionatissimo cugniato Sinibaldo.

In cugniato ( = cognato) abbiamo il passaggio di “o” ad “u” nella sillaba che precede l’accento (come anche in “muneta, curtèllo, pumodoro” ecc.). Lo stesso è nel successivo scuperta (= scoperta).

Inelsentire, cioè la forma semi-italianizzata di “in ner sentire” (= nel sentire) con “in ner” o “inder” che significa “nel”. Lo stesso si ha in inelmomento, che è “in ner momento” (= nel momento).

Nonvole piu fenire, cioè “non vòle più fenire” (= non vuole più finire). In “fenire” il passaggio di “i” ad “e” nella sillaba che precede l’accento (come in “nepote, menuto, pescina” ecc.); lo stesso nei successivi prencipieranno (= principieranno) e megliorare (= migliorare).

Molli, aggettivo prettamente toscano per “bagnati” (è anche termine della lingua italiana).

Fusse (= fosse), forma del verbo “essere” diffusissima fina alla metà del 1900.

Bono (= buono), con -ò- per -uo- dell’italiano, comunissimo ancora oggi (“bòno, vòto, fòri, scòla” ecc.)

Vive per “vivere”, il tipico infinito troncato ancora oggi molto frequente.

Lazzioni, cioè “l’azzioni” (= le azioni). Lo scrivente mette la doppia zeta perché segue la pronuncia, che è doppia anche in italiano, nonostante si scriva una sola zeta.

Vivemo (= viviamo), prima persona plurale del presente indicativo, come in “mettemo, bevemo, vedemo” ecc.)

In speransa abbiamo un “ipercorrettismo”, cioè una correzione non necessaria di -z- in -s-, dovuta al fatto che nel dialetto avviene il fenomeno contrario, cioè “penso > pènzo, polso > porzo, scarso > scarzo” ecc. La stessa cosa avviene nel successivo avansato (= avanzato).

Andia (= vada). Il presente del congiuntivo di “andà” era “che io andia, che tu andia” ecc.

Numpunto, cioè “in um punto”, con la -n- che davanti a p- nella pronuncia diventa -m-.

Cio, cioè “ciò” (= ci ho), come è comune dire ancora oggi. A questo proposito si eviti l’orrenda grafia “c’ho” che si incontra spesso.

Stroferiti (= trasferiti). Qui lo scrivente cerca di riprodurre una parola colta che gli restava difficile.

Dirochicione, cioè “di Rochiccione” (= di Roviccione). Questa strana forma è dovuta al fatto che l’autore della lettera ha cercato di italianizzare il nome della località (in italiano si dice “rogo”, in dialetto “rovo”), ma evidentemente anche “Roghiccione” gli sembrava troppo dialettale, e così è venuto fuori questo strano “Rochiccione”.

Flamignio del Sivieri (= Flaminio Sivieri). Bellissima attestazione dell’uso di inserire la preposizione “del” (o “der”) tra il nome proprio ed il cognome, formando così una specie di «patronimico». In “Flamigno” appare il passaggio di “-ni-” a “-gn-”, come in “cerimògna, magnèra, pagnèri” ecc.

In cienno dimonterotondo come daltre parte, cioè “c’ènno di Monterotondo come d’altre parte” si nota la forma verbale “ènno” ( = sono) e il plurale dialettale in “-e” di “parte” (= parti), come è anche in “le chiave”, “le nave”, “le farce” ecc.

Angelo Spini, prigioniero a Braunau am Inn (Austria), scrive alla mamma Cleonice, che abita al podere La Cignarella, presso il Cafaggio, nel comune di Campiglia Marittima, il 21 ottobre 1917:

Carissima Mamma. Ho ricevuto la cartolina del 14 settembre, sento che siete in buona salute tutti, così potete essere sicuri che segue di me. Mi è giunto il pacco con la carne salata e l’altro con il formaggio e la camicia dove era le fotografie di Amelindo e Elisa, le ho gradite molto quanto prima le hanno fatte le mando ancora io. La vostra cartolina che vi premeva tanto mi giungesse lo ricevuta e vi risposi subito; dove mi dicevi che avete parlato con il fattore e lassereste volentieri il Podere, io vi ripeto non so darvi consigli da 28 mesi che sono assente non posso sapere le cose come vanno, per mio conto lassate pure io la rimetto in voi e Gemma, vi prego di non lassarvi soffrire a costo di finire ogni cosa, al mio ritornosi potra vivere lostesso. Mi a fatto piacere di sapere che il gianferotti si trova in licenza si prenda i miei saluti, ne ricevete tanti voi e Gemma e baci a bimbi, vostro figlio Angelo.

Come si può vedere Angelo Spini ha un livello d’istruzione senz’altro superiore a quello dei due autori delle lettere precedenti, perciò si esprime in un italiano molto più corretto, ma anche in lui sopravvivono alcune interessanti forme dialettali. Ad esempio il verbo che rimane singolare quando precede il suo soggetto, come in dove era le fotografie di Amelindo e Elisa (= dove erano le fotografie…), oppure l’uso del verbo “lassare” (= lasciare) in lassereste, lassate, lassarvi. Si nota anche l’uso di ancora col valore di “anche” e, in a bimbi ( = ai bimbi) la preposizione “a’ = ai”, comunissima anche oggi nel parlato quotidiano, come “de’ = dei”, “su’ = sui”, “ne’ = nei” ecc.

Lo stesso Angelo Spini è autore di un diario di guerra e di prigionia, che nelle pagine precedenti è stato presentato da Gianluca Camerini, in una forma che è stata italianizzata per renderla più facilmente fruibile. L’originale, però, presenta diversi riferimenti al nostro dialetto di un tempo, che propongo qui di seguito:

furomo sorteggiati (= fummo sorteggiati), in cui appare la prima persona plurale del passato remoto di “esse(re)”, che si presentava anche come “furmo”.

Si stiede (= stemmo), passato remoto di “stà(re)”, che poteva essere anche “stièdimo”. Nel diario si trovano altre forme simili, come si andiede (= andammo), potiedi (= potei), mi sentiedi (= mi sentii), stiedi (= stetti).

Trincera (= trincea). “Trincera” un tempo era usato anche nella lingua italiana, ed infatti ancora oggi usiamo il termine “trincerarsi”.

Un tristo viaggio, una trista vita. “Tristo” è forma tipica del dialetto e dell’italiano letterario, ma nel primo significa “doloroso”, nell’altro vuol dire “malvagio, crudele”.

In altiglieria, dolmire, selvire ci sono ipercorrettismi (cioè correzioni non necessarie) dovute al fatto che nel dialetto “l + consonante” diventa “r”, come in “parco” ( = palco), “arto” (= alto) ecc.

I termini menuti ( = minuti) e prencipiò (= principiò) rientrano nella categoria di “mesura”, “pescina” ecc., in cui la “i” prima dell’accento diventa “e”.

Altri ipercorrettismi sono avansava, rinforso e sbalsi, perché lo scrivente cerca di evitare la pronuncia dialettale per la quale -ns- , -rs- e -ls- dvientano -nz- e -rz-, come in “farzo” (= falso), “pènzo” (= penso) ecc.

La frase si cagionò la morte un sotto tenente rivela la presenza nel nostro vernacolo di termini che si trovano anche nell’italiano letterario, come “cagione” (= causa) e “cagionarsi” (= procurarsi). Altro elemento in comune è la presenza di aggettivi terminanti in -evole, come, nel diario dello Spini, giorno ricordevole e lavoro spaventevole.

Nell’espressione quando furomo in cima addoppati dal fronte appare il termine tipico “addoppàssi” (= ripararsi dietro qualcosa) formato sulla parola “doppo” (= dopo).

Il monte Sabotino, che fu teatro di furiosi combattimenti, per il nostro soldato è il monte Sabatino, prendendo così un’aria più familiare, dato che nella Val di Cornia del tempo i nomi propri Sabatino e Sabatina erano molto comuni.

Bellissimo è quel grande sfaceto (= quel grande sfacelo), che tante volte ho sentito sulle bocche dei nostri vecchi.

In le munizzione abbiamo il plurale dialettale in “-e” (come è anche in “le chiave”, “le nave”, “le farce” ecc.) e la riproduzione della doppia -zz- presente nella pronuncia.

Altro elemento dialettale è per fino a l’ultimo momento, che vuol dire “fino all’ultimo momento”. “Che ci” al posto di “in cui”, come è ancora oggi nel parlato, appare in una baracca che ci medicavano i feriti.

L’espressione dun piccolo coltile (= in un piccolo cortile) mostra questo “dun” che deriva dal vernacolare “ind’un” ( = in un).

Nel nostro dialetto “altri ancora” si dice “dell’artri”, ed infatti nel diario troviamo dell’altri prigionieri.

Ad un certo punto Angelo Spini dice: Lungo la via si trovava dei campi di rape, noi eravamo costretti, di soppiatto alle sentinelle, di cogliere degli zucchi per potersi sostentare. Nella nostra parlata il vocabolo “zucco” indica la radice della rapa, ed anche della barbabietola.

Infine, la frase io credevo di dovermi avvilire ci ricorda un altro termine tipico del nostro dialetto, cioè “avvilìssi” o “avvelissi”, che significa “svenire” e deriva da “vile” nel senso di “debole”.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 6 (maggio-giugno 2015)

Piero Cavicchi

Piero Cavicchi

Si è laureato in glottologia nel 1976 presso l’Università di Pisa. Ha insegnato materie letterarie all’ITI Pacinotti di Piombino fino al 2012. I suoi interessi e la sue pubblicazioni sono inerenti alla dialettologia, all’onomastica etrusca e latina ed alla toponomastica.

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