La mortalità a Campiglia Marittima quando ancora non c’erano antibiotici e vaccini

Ai tempi dell’università, ebbi il piacere di conoscere il professor Marco Della Pina, all’epoca docente di Storia economica e sociale dell’età moderna a Pisa. Mi chiese di dove fossi e, quando seppe che ero di Venturina e che avevo una grande passione per i registri parrocchiali, mi propose di fare una ricerca di demografia storica su Campiglia Marittima. La demografia è quella scienza che studia la quantità e l’andamento della popolazione e altri fenomeni connessi, per capire come si modifica nel tempo, servendosi di analisi statistiche, grafici e quant’altro.

Non conoscevo la materia e, sinceramente, per quel poco che avevo visto, i demografi utilizzavano troppe formule matematiche, almeno per i miei gusti. Alla fine però accettai, un po’ per la simpatia che il professore aveva suscitato in me e un po’ perché, dicendomi che la ricerca si sarebbe basata in gran parte sui registri parrocchiali, era riuscito a convincermi e a interessarmi.

Prima di buttarmi a capofitto in archivio, dovetti studiare due o tre libri e alcune dispense che il professore mi aveva “prescritto”. Leggendo, mi resi subito conto che gran parte delle conclusioni alle quali erano giunti gli autori di quei saggi in realtà mi erano già note, senza averle mai studiate.

Frequentavo l’archivio parrocchiale di Campiglia come fosse casa mia e certe dinamiche demografiche non erano una novità. Spulciando i registri dei defunti di Campiglia, dal Seicento alla fine dell’Ottocento, avevo avuto modo di constatare quanto la mortalità del passato fosse diversa rispetto a quella di oggi. Ormai ci avevo fatto il callo, ma i primi tempi era stato uno choc “veder morire” sotto ai miei occhi migliaia di bimbi, in gran parte appena nati. Una vera e propria strage degli innocenti, durata secoli.

Che in passato si facessero molti più figli di oggi è una cosa risaputa, basta pensare ai nostri nonni o bisnonni e ai tanti prozii e biscugini che parecchi di noi hanno conosciuto. Così come non importa essere degli specialisti di demografia storica per sapere che, nei secoli scorsi, ci si sposava molto prima rispetto a quanto non si faccia oggi, soprattutto le ragazze. Invece, per comprendere appieno la reale portata del fenomeno della mortalità infantile di un tempo, l’unico modo è studiare con attenzione i documenti storici a nostra disposizione.

Decisi quindi di dedicarmi per prima cosa proprio ai registri dei morti, per capire se Campiglia rappresentasse un caso specifico o se fosse soltanto una delle tante tessere del mosaico italiano. Per chi non lo sapesse, fino all’Unità d’Italia, fatta eccezione per una breve parentesi durante il periodo napoleonico, l’unica “anagrafe” esistente era quella tenuta dai parroci, che registravano i battesimi, e quindi le nascite, i matrimoni e i decessi.

A Campiglia i registri parrocchiali dei battesimi e dei matrimoni furono introdotti nel 1576. Quello dei morti invece fece la sua comparsa trent’anni più tardi. Il primo registro dei defunti esistente per la parrocchia di Campiglia è quello che comincia nel 1606 e termina nel 1620. Gli atti di morte di questo registro sono molto sintetici e privi di informazioni che invece sarebbero preziose, come ad esempio l’indicazione dell’età del defunto. Nella maggior parte dei casi manca addirittura il cognome che, agli inizi del Seicento, a Campiglia come in moltissime altre località, non si era ancora diffuso a tutta la popolazione.

I registri continuano poi ininterrottamente fino ad oggi, con una piccolissima lacuna nel periodo dal 1718 al 1722. Man mano che si va avanti con gli anni, le registrazioni si fanno sempre più accurate. Compaiono le età dei defunti, anche se spesso si tratta di un dato approssimativo, riportato dal parroco un po’ “a occhio”, in base all’età dimostrata più che a quella reale, soprattutto per gli adulti.

Un’altra informazione che per lo storico sarebbe molto importante è la causa della morte, che però purtroppo è quasi sempre assente negli atti, anche in quelli più recenti. Il parroco la riporta solamente in casi del tutto eccezionali, come le morti violente o comunque fuori dall’ordinario.

La prima cosa che mi venne in mente di fare fu la più semplice: contare il numero complessivo dei morti e poi ripartirlo anno per anno per seguirne l’andamento generale. Questa operazione doveva servire ad evidenziare le cosiddette “crisi di mortalità”, ovvero quei periodi in cui il numero dei decessi superò di molto la media generale degli anni precedenti e successivi.

Ne venne fuori che, complessivamente, a Campiglia, dal 1606 al 1915 − e quindi in 310 anni − erano morte circa 26.000 persone, per una media di circa 84 decessi all’anno. Di per sé il dato non aveva molto significato, perché in quei tre secoli il numero degli abitanti di Campiglia non si era mantenuto costante ma, al contrario, aveva subito variazioni considerevoli. Agli inizi del Seicento, Campiglia era abitata all’incirca da 700 persone, ma tre secoli dopo il loro numero era cresciuto di oltre dieci volte, superando quota 7.000. Fu verso gli anni Settanta del Settecento che la popolazione campigliese iniziò ad aumentare velocemente, triplicando nel giro di soli sessant’anni.

Per avere un’idea più precisa di quanto la mortalità incidesse sulla popolazione, dovevo prendere in considerazione un lasso di tempo più omogeneo, durante il quale il numero degli abitanti si fosse mantenuto piuttosto stabile. Scelsi i cento anni a cavallo tra il 1650 e il 1750, periodo in cui, come detto, la popolazione totale doveva aggirarsi intorno alle 700 persone.

Considerato che all’epoca il territorio della Comunità di Campiglia si estendeva su una superficie di 116 chilometri quadrati, la densità media, che in Toscana era di circa 38 abitanti per chilometro quadrato, qui da noi era 6 volte inferiore. Paragonandola a quella attuale, che è 150, si capisce quanto fosse disabitata questa terra. Ovviamente si tratta di semplici calcoli statistici perché quasi tutti abitavano in paese, mentre il piano era praticamente deserto.

Dal 1650 al 1750, a Campiglia nacquero all’incirca 3.900 bambini, con una media di 39 nascite all’anno e oscillazioni periodiche dell’ordine di 20 nati in più o in meno. Nello stesso periodo però i decessi furono ben 7.200, cioè quasi il doppio!

Incredulo, rifeci i calcoli per vedere se fossero davvero corretti, ma il risultato fu lo stesso. La conclusione era chiara: la nobile Terra di Campiglia era stata a lungo una gran mangiatrice di uomini, donne, ma soprattutto bambini.

Mi venne in mente Isidoro Falchi e andai a rileggermi i suoi “Trattenimenti”, nel punto in cui dice che nel 1610 il Comune inviò una supplica al granduca per avere, oltre al grano, anche delle famiglie per popolare il paese che, ormai contava molte case vuote.

Feci il grafico dei morti anno per anno. La prima cosa che mi saltò all’occhio fu l’andamento più irregolare rispetto alle nascite. I decessi infatti oscillavano molto di più da un anno all’altro. La media rimaneva costantemente alta, ma quello che più colpiva era la presenza di numerosi picchi di mortalità, seguiti da anni in cui il numero dei decessi diminuiva, per poi risalire improvvisamente. Oggi l’andamento delle morti è stabile. Ogni anno il numero di decessi si discosta di poco da quello dell’anno precedente. In passato però evidentemente non era così. Perché?

Nel grafico si notava chiaramente un primo periodo, dal 1606 al 1644, in cui il numero di morti all’anno si mantenne più basso rispetto al periodo successivo, con una media di circa 20-25 decessi, ad eccezione del 1611, anno in cui si registrarono 93 defunti, e del 1631 con addirittura 223 morti. Alla base di questo aumento abnorme della mortalità dovevano esserci per forza due eventi traumatici.

Se per il 1631 si sa che la responsabile di tutti quei morti era stata l’epidemia di peste che aveva colpito Campiglia e che conosciamo bene grazie alla memoria scritta dal medico condotto dell’epoca, rimaneva il dubbio su cosa avesse provocato tutti quei morti nel 1611.

Ripensai a quel passo del Falchi sulla grave carestia che si era abbattuta su Campiglia nel 1610 e mi chiesi se potesse esistere una relazione diretta con la crisi di mortalità dell’anno seguente. Possibile che i campigliesi fossero morti per la fame e gli stenti? Mi sembrava molto strano, anche perché, in uno dei libri che avevo studiato − tra l’altro quello che mi era piaciuto di più − l’autore, Massimo Livi Bacci, dimostrava, esempi alla mano, che le popolazioni affamate sarebbero addirittura più resistenti agli agenti patogeni e quindi meno soggette a contrarre malattie infettive.

Il suo ragionamento era convincente e sembrava avere una logica, ma valeva entro un certo limite. Se la malnutrizione si protraeva per periodi lunghi, le cose potevano cambiare. Ma a Campiglia era davvero andata così?

Nel 1683, nonostante la gravissima carestia di cui parla il Falchi, durante la quale i Campigliesi furono costretti a nutrirsi delle carogne degli animali, il numero dei decessi non ne aveva risentito. Così come non avevano avuto un impatto significativo sull’andamento della mortalità neanche le ondate di cavallette che periodicamente devastavano i raccolti.

Andai a vedere in quali mesi del 1611 si era verificata la crisi di mortalità a Campiglia e notai che la maggior parte dei decessi era avvenuta tra febbraio e aprile. Dopo aver scartato tutte le altre ipotesi, rimaneva un unico indiziato: il tifo, detto anche “febbre da carestia”, proprio perché si verificava, soprattutto sul finire dell’inverno, quando alle popolazioni veniva a mancare il pane.

Chiamai il professore, che confermò i miei sospetti. Mi disse che doveva trattarsi proprio di “tifo petecchiale”, una malattia infettiva trasmessa dai pidocchi dell’uomo. Secondo lui il tifo petecchiale era la fine alla quale, quasi sempre, andavano incontro le popolazioni fiaccate dalla sottoalimentazione. Questo avveniva non tanto per l’indebolimento del fisico ma, più che altro, perché nei periodi di crisi i più poveri vagavano da un posto all’altro in cerca di cibo. Nonostante il tifo “preferisse” la stagione invernale, poteva colpire anche in primavera e in estate, quando ormai le scorte alimentari erano esaurite e il clima favoriva lo spostamento degli affamati più disperati, che diventavano il veicolo del contagio da un paese all’altro.

Il meccanismo quindi era abbastanza semplice: una o, ancor peggio, più annate di carestia riducevano alla fame gli strati più deboli della popolazione, le condizioni di vita peggioravano, anche l’igiene ne risentiva, alcuni cominciavano a girovagare da un posto all’altro in cerca di cibo, favorendo la circolazione delle malattie infettive. Ma quali erano le cause in grado di provocare una carestia?

Due cose potevano pregiudicare la buona riuscita del raccolto: il clima irregolare e la guerra. A questo punto non mi restava che verificare se le crisi di mortalità avvenute a Campiglia potessero essere compatibili con questa ipotesi investigativa. Non era però facile, visto che i documenti a disposizione scarseggiavano.

Cominciai dalla prima crisi evidenziata dai registri delle sepolture di Campiglia, quella del 1611. Le uniche notizie che riuscii a trovare furono che in quell’anno il consiglio comunale aveva deciso di aumentare il salario al medico, Giusto Cavalcanti di Volterra, come segno di riconoscenza per aver curato molti malati gravi, senza preoccuparsi del «pericolo di ammalarsi in questa terra et morirsi», ma soprattutto per convincerlo a continuare il suo lavoro, visto che era molto difficile trovare medici disposti a venire a Campiglia, dove l’aria era considerata «cattiva». Si trattava comunque di una conferma del fatto che tutti quei morti erano stati causati da un’epidemia.

Tralasciando le note vicende della pestilenza del 1631 − della quale ci siamo già occupati ampiamente in un precedente numero di questa rivista − passai alla crisi successiva, quella del 1647, che sembrava essersi prolungata fino al 1650. Per il biennio 1646-47, le cronache raccontano che «queste due annate sono da ricordarsi per le lunghe intemperie delle stagioni, le quali addussero la carestia e le infermità». Nel maggio del 1647 nevicava nel pistoiese, in giugno i fiumi e i torrenti della Toscana allagarono le campagne, proseguirono poi le piogge anche in estate e in autunno.

Anche nel periodo 1648-49 «le pessime stagioni produssero la carestia e, per effetto di queste e di quelle, nacquero le febbri maligne petecchiali» che colpirono anche la Toscana, dove l’epidemia fu particolarmente grave e la malattia molto contagiosa.

A Campiglia, la crisi successiva si verificò tra il novembre e il dicembre del 1663, anno che «ebbe inverno rigidissimo». A Firenze in gennaio nevicò così tanto che la neve rimase in terra per tre mesi. Al gran freddo seguì una primavera umidissima, con piogge quasi ininterrotte da aprile a giugno.

Nel 1678, dopo due anni di forte irregolarità climatica, la mortalità a Campiglia esplose nuovamente, nei mesi di luglio e agosto, nei quali si verificarono la metà delle morti di tutto l’anno. L’estate del 1676 era stata torrida al punto che «mancarono le acque de’ fiumi per i molini». Oltremodo piovoso fu invece l’autunno. A mezzo dicembre cominciò a nevicare abbondantemente e così seguitò, con forti gelate, tutto l’inverno. La carestia arrivò puntuale nel 1677 e proseguì nel 1678-79.

Il 1683 è l’anno in cui il Falchi racconta la grande fame dei Campigliesi, costretti a nutrirsi dei cadaveri delle bestie morte. La siccità andò avanti dal novembre del 1682 fino al termine del successivo aprile, tanto che «i maggiori fiumi e lo stesso Po si passavano a guado».

Il 1684 fu detto «anno della gran neve, perché di nevi ebbe tanta copia che nemmeno i più vecchi ricordavano… la terra ne restò coperta fin dopo Pasqua ed il freddo fu così crudo che il Po e l’Arno agghiacciarono… ne conseguì mortalità tra i poveri e penuria di viveri per essersi inaridite le piante in erba… a Venezia a cagione di quell’insolita e rigidissima stagione le pneumoniti formarono epidemia. Nell’estate poi, che fu alquanto umido e burrascoso, vagarono in Livorno certe febbri». Nonostante questo quadro calamitoso, a Campiglia non si verificarono, almeno apparentemente, crisi di mortalità.

Sul finire del 1742 si diffuse in Italia un’influenza di «catarro epidemico» che a gennaio del 1743 giunse a Pisa e Livorno. L’epidemia arrivò anche a Campiglia dove, solo nel mese di febbraio, morirono 36 persone, in molti casi proprio a causa delle complicazioni polmonari dell’influenza.

Nell’estate del 1801, con la guerra in casa, si verificò una delle più gravi emergenze sanitarie della storia campigliese. In luglio e agosto si ammalarono e morirono molte persone. Si ammalò anche il medico condotto, il dottor Francesco Giusteschi, costretto a trasferirsi nella casa paterna a Riparbella per curarsi, lasciando al suo posto il chirurgo Sabatino Noccioli. Campiglia, nel pieno del contagio, restò senza medico. Qualcuno insinuava che il dottore, in realtà, fosse scappato per non essere contagiato. Il paese era nel caos.

Quando il medico condotto rientrò, fu costretto a curare anche il bestiame bovino perché, nel frattempo, era scoppiata un’epizoozia. L’ospedale intanto si era riempito di soldati polacchi malati, mentre i Castagnetani protestavano con gli amministratori campigliesi, accusandoli di non aver messo in pratica i necessari mezzi per impedire l’espansione della epizoozia bovina. La situazione era fuori controllo e anche nel biennio 1802-1803, la mortalità a Campiglia restò sopra la media.

Un’altra annata terribile fu il 1817, preceduto da due anni di forte mortalità. Il tifo petecchiale colpì tutta l’Italia centro-settentrionale e fu la conseguenza più drammatica di una serie di cattivi raccolti tra il 1814 e il 1818. Il 1816 è conosciuto anche come l’anno della povertà o «anno senza estate», caratterizzato da gravissime anomalie climatiche che distrussero i raccolti in molte zone d’Europa. Si ipotizza che questo sconvolgimento climatico sia stato causato addirittura dall’eruzione del vulcano indonesiano Tambora, avvenuta nell’aprile del 1815.

Nell’aprile e maggio del 1817, si dispose che «gli infermi che giungono in Campiglia attaccati dalle febbri correnti siano ricevuti in questo spedale ed ivi siano custoditi e curati» purché restino separati dagli altri malati. Fu autorizzato l’utilizzo anche di altri stabili come ospedali provvisori, per accogliere i tanti malati di tifo petecchiale. Venne prescelta a tale scopo una casa di proprietà di Sebastiano Busoni, perché situata fuori dal paese, dove furono trasferiti anche i malati di tifo precedentemente ricoverati all’ospedale.

I 24 letti allestiti si rivelarono subito insufficienti, dato l’altissimo numero di malati che aumentava di giorno in giorno. Si ammalò anche il dottor Antonio Morelli, medico condotto del paese, e così venne nominato provvisoriamente un altro medico, il dottor Pietro Bernardi, che però si rifiutò categoricamente di curare i malati di tifo per il timore di essere contagiato. Ancora una volta, come già era accaduto nel 1801, toccò ad un chirurgo, Gaetano Giaconi, occuparsi della cura dei colpiti dall’epidemia.

I Campigliesi non vollero ricevere nell’ospedale provvisorio i Suveretani, dato lo scarso numero di letti disponibili. Il 13 maggio si arrivò addirittura ad ordinare l’espulsione da Campiglia di tutti i forestieri, indistintamente, di ogni sesso ed età «giacché dall’affluenza di questi ne deriva l’aumento delle correnti malattie, oltre di che sono con le loro ruberìe di un danno incalcolabile alla campagna».

Il 12 giugno il dottor Morelli rientrò in servizio e prese in mano la cura dei malati di tifo. Con l’avvicinarsi della trebbiatura, in previsione dell’arrivo di un gran numero di forestieri per effettuare la «sega dei grani», venne ordinato ai maggiori possidenti campigliesi di fare in modo che queste persone fossero fatte soggiornare direttamente sul posto di lavoro, impedendogli di entrare in paese. Finalmente, il 10 novembre, essendo cessato il pericolo, l’ospedale provvisorio succursale fu chiuso e la situazione tornò alla normalità.

Il 1855 fu l’anno terribile del colera in Italia che, a Campiglia, durò da agosto a dicembre, con un picco di mortalità a ottobre. I primi casi furono curati a domicilio in luglio e agosto, poi all’ospedale di Campiglia fu predisposto un lazzaretto che rimase attivo dal 10 settembre al 13 dicembre.

La medicina dell’epoca, pur avendo fatto importanti passi avanti rispetto al passato, mostrava ancora tutta la sua ingenuità, come traspare dalle considerazioni fatte dai medici riguardo alla comparsa del colera in Campiglia: «le cause che possono verosimilmente aver dato impulso alla comparsa del male… e all’incremento della malattia furono li abusi di bevanda e di cibo, la non buona qualità di sostanze ingeste, le perfrigerazioni cutanee, ed i patemi tristi dell’animo. Di fatti in alcuni e non pochi il male si sviluppò dopo errori dietetici, in altri dopo sofferte perfrigerazioni cutanee, cose facili ad accadere a cagione dei tanto bruschi cangiamenti atmosferici accaduti in quell’epoca».

Il dottor Tempesti ed altri erano convinti che le condizioni igienico-sanitarie di Campiglia fossero del tutto estranee alla comparsa del morbo visto che: «la posizione di Campiglia è buona, e dominata dai venti; la igiene regolare ed opportunamente curata; la popolazione ben nutrita e non travagliata dalla miseria da cui lo furono altre contrade».

La ricerca in archivio aveva chiarito sufficientemente la situazione campigliese. L’improvviso aumento della mortalità, verificatosi in più di un’occasione, era legato alla comparsa di epidemie e malattie febbrili di vario genere che «facendo un furioso giro per i paesi, assaltano una gran parte degli abitanti, e molti ne uccidono, senza che vi abbiano essi dato manifesta causa, con errori commessi nel regolamento di vita».

Escludendo le epidemie “straordinarie” che colpivano eccezionalmente − come la peste o il colera − esistevano malattie che invece si ripresentavano spesso, essendo rari «gli anni ne’ quali qualche provincia, o grande, o piccola dell’Europa, non provi il flagello di un’epidemia febbrile, o accesavisi spontaneamente, o propagatavisi per seminìo portato da altri luoghi».

Tra queste, il tifo era la malattia che più di tutte le altre sembra essere legata alle carestie, frequentissime, anche se la sua comparsa non era automatica. Poi c’erano le “influenze” stagionali, gli antenati dei virus influenzali di oggi, che rappresentavano un pericolo costante. Non esistendo gli antibiotici, ogni più piccola complicazione poteva rivelarsi fatale.

Si viveva tutta la vita con una spada di Damocle sulla testa, nella consapevolezza che anche il più banale raffreddore avrebbe potuto degenerare e condurre alla tomba. Senza armi adeguate, la guerra contro virus e batteri era persa in partenza e a farne le spese erano soprattutto i bambini più piccoli.

Analizzando i dati sui defunti a Campiglia nelle varie epoche, suddivisi per fascie di età, emerge infatti che i più colpiti da malattie e infezioni mortali sono sempre stati i bambini al di sotto dei 5 anni. Dal 1723 al 1800, i morti a quell’età furono un terzo del totale. è impressionante pensare che un defunto su tre fosse un bambino così piccolo, ma i documenti parlano chiaro e questo dato è del tutto simile a quello registrato nel resto della Toscana negli stessi anni. Nel periodo successivo invece accade qualcosa che differenzia la situazione campigliese da quella del resto della regione.

Con il passare degli anni ci si aspetterebbe un calo della mortalità infantile e invece a Campiglia la percentuale di bambini morti prima del quinto anno, anziché diminuire, aumentò progressivamente, salendo nella prima metà dell’Ottocento al 38%, per raggiungere, nella seconda metà del secolo, addirittura il 52%. Si tratta di un dato incredibile, che però ha una spiegazione logica: la bonifica.

Sembra un controsenso, ma con la bonifica della Val di Cornia, la mortalità infantile aumentò ulteriormente. Il prosciugamento degli acquitrini mise a disposizione nuove terre. Arrivarono centinaia di famiglie di forestieri per colonizzare i poderi. I campi erano fertilissimi, ma la terribile zanzara killer era sempre lì, in agguato, pronta a mietere le sue vittime.

La bonifica andò avanti per gradi e, anche quando si finì di prosciugare i grandi stagni, come quello di Rimigliano o quello di Piombino, nel comune di Campiglia rimaneva ancora troppa acqua stagnante e zone come Caldana, con le sue polle termali, rappresentavano un habitat perfetto per le zanzare.

Così, se in passato la malaria aveva colpito soprattutto i Campigliesi adulti, quelli che scendevano al piano per lavorare − risparmiando i più piccoli, lasciati “al sicuro” in paese − ora invece per i figli dei coloni non c’era alcuna speranza di sfuggire al morbo.

Nelle zone malariche, come la Maremma, la mortalità era maggiore nei bimbi tra i 6 mesi e i 3 anni di età. Come avviene ancora oggi in Africa, la malattia colpiva molto più frequentemente i bambini e le donne incinte, che spesso abortivano.

Ovviamente la mortalità infantile non era causata esclusivamente dalla malaria, ma l’aumento registrato nella seconda metà dell’Ottocento è quasi certamente imputabile a questa malattia, che continuò a fare vittime fino a Novecento inoltrato, quando lo sforzo sanitario da parte dello Stato italiano − che prevedeva la distribuzione di chinino a tutta la popolazione a rischio malaria − dette finalmente i suoi frutti.

Il tempo stringeva e la data dell’esame si avvicinava. Interruppi la ricerca, buttai giù qualche pagina, corredandola di grafici, e mi presentai a Pisa. Il professore fu soddisfatto del lavoro che avevo fatto, molto più di quanto non lo fossi io stesso. Mi erano rimasti mille dubbi ai quali avrei voluto dare una risposta e così, durante l’esame, furono più le domande che io feci a lui di quelle che lui fece a me.

Mi rendevo conto dei limiti della ricerca che avevo svolto. Avrei voluto fare di più, ma il poco tempo a disposizione non me lo aveva permesso. Gli chiesi: “professore, ma se dopo una crisi di mortalità la popolazione si riduce e non c’è un ricambio da parte di nuovi arrivati, come si fa a sapere se il calo di decessi negli anni immediatamente successivi avviene per questo o perché invece non ci sono altre epidemie?” Lui sorrise e mi disse: “Camerini, la storia non è una scienza esatta, possiamo solo cercare di fare del nostro meglio e tu lo hai fatto”.

A distanza di tanti anni, in questi giorni ho ritrovato quella ricerca, dimenticata in un cassetto. Senza alcuna pretesa, non essendo un demografo − perché come ho già detto la matematica non fa per me − ho pensato di pubblicare in questo articolo alcune delle conclusioni alle quali ero giunto, perché non andassero perdute, ma anche per ricordare un amico, Marco Della Pina, che se ne è andato davvero troppo presto.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 18 (maggio-giugno 2017)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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