Sulle tracce di San Cerbone

Alla ricerca della Cattedrale perduta di Baratti

«…oggi [Populonia] è una piccola città completamente abbandonata, tranne i templi e poche case; più popolata è la zona del porto, che dispone di un ampio bacino ai piedi del colle e di due arsenali … sul promontorio vi è anche un posto di vedetta per i tonni … è il miglior punto di imbarco per le tre isole suddette [Elba, Sardegna e Corsica]».

(Strabone, Geogr.,V, 2, 6)

Questa è la descrizione che il geografo greco Strabone fa di Populonia e Baratti, durante una sua visita alla fine del I sec. a.C.

L’intensa attività metallurgica, durata oltre cinque secoli, che aveva reso Populonia una delle città etrusche più fiorenti della Dodecapoli, era cessata lasciando una forte traccia sul paesaggio: colline brune formate da accumuli di scorie di ferro piombavano a picco sul mare, ricoprendo i promontori circostanti e la spiaggia, soffocando col loro peso la necropoli di San Cerbone rimasta sigillata fino all’età moderna.

Durante le incursioni dei barbari, nel VI sec. d.C, il porto etrusco e romano s’insabbiò, il golfo si ridusse di superficie e la malaria portò la desolazione dove un tempo era stata la vita.

In questo scenario San Cerbone fu Vescovo di Populonia. Di lui parla San Gregorio Magno (590-604 d.C.) nei suoi “Dialoghi” e nelle biografie medievali sulla vita di San Regolo (VII-VIII sec. d.C.).

La tradizione tramanda che il santo nacque in Africa settentrionale da genitori cristiani dove venne fatto sacerdote e in seguito Vescovo dall’Arcivescovo Regolo.

Con le persecuzioni da parte dei Vandali ariani, la comunità cristiana locale si disperse e Cerbone, insieme a Regolo, al vescovo Felice e ad alcuni presbiteri, fuggì in Italia. Sorpresi da una tempesta durante la navigazione, i sacerdoti approdarono fortunosamente sul litorale toscano dove condussero vita eremitica.

Durante la guerra greco-gotica (535-553 d.C.), che opponeva i Bizantini cristiani al paganesimo dei Goti, Regolo fu imprigionato e decapitato, con l’accusa di aver favorito i Bizantini. Alla morte di Fiorenzo, vescovo di Populonia, i cittadini e i chierici scelsero Cerbone come nuovo vescovo.

La leggenda vuole che Cerbone celebrasse la Messa del mattino troppo presto e che per questo i populoniesi non potessero prendervi parte. Irritati per questa abitudine si rivolsero a papa Vigilio (537-555 d.C.) che inviò dei suoi legati a prelevare Cerbone per condurlo innanzi a lui. Durante il viaggio il Santo fece ben tre miracoli: il primo fu quello delle due cerve, che Cerbone munse per procurare latte agli inviati del papa i quali, estenuati dal viaggio, stavano per morire di sete; il secondo nei pressi di Roma, quando guarì tre uomini colpiti da febbri perniciose; l’ultimo in occasione di un incontro con delle oche selvatiche, alle quali, facendo il segno della croce, disse: “Non abbiate facoltà di volare in altro luogo, fintanto che non sarete venute con me alla presenza del Signor Papa…”. E così fu: le oche lo accompagnarono per tutto il viaggio e, solo quando Cerbone fece nuovamente il segno della Croce su di loro per licenziarle, si alzarono in volo.

Quando i legati pontifici annunziarono l’arrivo di Cerbone al Papa, raccontarono quanto aveva fatto durante il viaggio, per questo il Pontefice gli andò incontro accogliendolo litaniando e salmodiando. In memoria di questo episodio, da allora, quello di Massa Marittima è l’unico vescovo che, recandosi in visita a Roma, ha l’onore di essere accolto in piedi dal papa.

La storia prosegue, narrando che il Papa volle partecipare di persona alla messa dell’alba tenuta dal santo, assistendo al miracolo del coro angelico, levatosi melodioso al momento dell’eucarestia. Concesse quindi a Cerbone di proseguire nella sua usanza e di rientrare a Populonia, dove il re dei Goti, Totila, lo accusò di proteggere i Bizantini. Il crudele re ordinò che il vescovo venisse condotto nel bosco, in un luogo chiamato “Campo del Merlo”, e dato in pasto ad un orso, ma l’animale alla vista di Cerbone piegò il collo e, mite, iniziò a leccargli i piedi. Allora Totila, che aveva voluto assistere personalmente all’esecuzione del suo ordine, dispose immediatamente la sua liberazione.

L’arrivo dei Longobardi, nel 573, sconvolse nuovamente la diocesi di Populonia e costrinse Cerbone alla fuga via mare, con il clero al seguito, nella vicina isola d’Elba, controllata dai Bizantini, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Ormai vicino alla morte, nell’ottobre dell’anno 575, espresse l’ultimo desiderio di essere sepolto nei pressi di una “fonte” (probabilmente da indentificare nell’area dell’attuale chiesina, che doveva essere dotata in passato di fonte battesimale) nel Golfo di Baratti, sotto Populonia. I suoi seguaci, timorosi d’incontrare le truppe longobarde durante il tragitto, vennero rassicurati da Cerbone che, prima di spirare, affermò che nessuno avrebbe fatto loro del male.

Infatti, non appena la barca con le spoglie del santo si avvicinò alla costa di Baratti, il cielo divenne nero come la pece e scoppiò una furiosa burrasca che impedì la visibilità e fece approdare il gruppo del tutto inosservato, mentre sulla barca non cadde neanche una goccia d’acqua. Protetti anche da una fitta nebbia, scesa improvvisamente, i fedeli non incontrarono nessuna pattuglia longobarda, raggiunsero la chiesa, seppellirono il corpo del vescovo e se ne tornarono all’isola d’Elba, navigando in un mare liscio come l’olio.

Le reliquie di San Cerbone furono trasferite da Populonia, distrutta nell’anno 809 d.C. dai saraceni, a Massa Marittima, dopo l’elevazione di quest’ultima a sede vescovile. A causa delle continue incursioni, i resti del corpo di San Cerbone furono smarriti, per essere poi finalmente ritrovati nel 1599, accanto all’altare maggiore.

Dalla leggenda narrata ha avuto origine il detto popolare: “Chi non beve a San Cerbone è un ladro o un birbone”. La memoria storica ha identificato la “fonte di San Cerbone” con quella che si trova nelle immediate vicinanze dell’attuale cappella romanica, anche se questa fonte è quasi sicuramente postuma ai fatti narrati.

L’edificio, ad aula unica con un piccolo vestibolo e campaniletto a vela, è stato probabilmente costruito nel Settecento. Tuttavia, sulla base di fonti storiche d’archivio, è possibile stabilire che a Baratti esistesse una pieve già nel 1298 (prima attestazione di un edificio di culto nel golfo) e che a metà del XVI secolo, secondo la testimonianza del monaco domenicano Agostino del Riccio, vi fosse una chiesa dedicata a San Giuliano, situata proprio sulla battigia del Golfo di Baratti. Infine, in una pianta del 1598 dell’Archivio Arcivescovile di Siena, viene raffigurata una chiesetta, dalla quale potrebbe provenire un frammento di lastra, decorata con una croce dentro a cerchi e due animali affrontati, inserito nel campaniletto odierno.

Gli scavi archeologici degli ultimi anni, condotti dall’Università dell’Aquila, hanno evidenziato che la moderna cappella di San Cerbone è stata costruita sopra ad un edificio più antico le cui tracce sono state cancellate dell’erosione marina.

Poco più in là è stato rinvenuto il muro di un altro edificio che a sua volta si trova su una struttura precedente.

I dati archeologici raccolti durante le campagne di scavo riguardano quindi ben tre edifici di epoca diversa, databili tra il X e il XII secolo.

L’ipotesi che si tratti di antiche chiese è avvalorata dal fatto che tutto intorno ai muri perimetrali è stato rinvenuto un cimitero medievale con oltre duecento sepolture contenenti i resti di uomini, donne e bambini vissuti tra il Duecento ed il Trecento.

Appare dunque evidente che la chiesa medievale fosse una pieve dove gli abitanti del luogo andavano a ricevere i sacramenti.

La presenza di una chiesa battesimale, censita dalle Ratione Decimarum nel 1298, situata nel territorio del Castello di Porto Baratti, indica l’esistenza di un nutrito abitato con attività legate alla campagna e al mare, ora confermata dalle centinaia di sepolture rinvenute.

Ogni anno, a Settembre, nel golfo di Baratti, viene organizzata la tradizionale “Luminaria di San Cerbone”. Una suggestiva processione di barche illuminate accompagna le reliquie del patrono della diocesi di Massa Marittima-Piombino fino alla chiesina, rievocando l’ultimo viaggio intrapreso dal santo che, dall’Elba, venne portato a Baratti dove fu seppellito.

Al termine della funzione viene distribuito il pane benedetto che, un tempo, veniva conservato dalle famiglie e posto sulle finestre delle case per difenderle dalla caduta dei fulmini.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 1 (luglio-agosto 2014)

Mattia Fabbri

Mattia Fabbri

Nato a Massa Marittima nel 1984. Laureato in Conservazione e Gestione dei Beni Archeologici all’università degli Studi di Siena, è membro dell'Associazione Archeologica Piombinese. Tra le sue passioni: la biologia del Mar Mediterraneo, l’acquariologia e la tecnologia in generale.

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