Un “accidente funesto”

17 giugno 1769: la tragica fine della piccola Maria Rosa e dei suoi soccorritori

Dopo la peste del 1631 – che aveva falcidiato la popolazione campigliese, riducendola drasticamente – il paese faticava a riprendersi. I pochi campi coltivati a grano non erano sempre in grado di garantire il sostentamento ai campigliesi che, in più di un’occasione, si ritrovarono senza farina e senza pane.

In realtà non si trattava di una novità, dato che le carestie erano sempre state frequenti. Nelle cattive annate di raccolto, mentre i miserabili si rassegnavano a fare la fame e a chiedere l’elemosina, le famiglie più ricche del paese, quando era possibile, attingevano alle loro scorte di grano, conservate in luoghi sicuri: granai all’aperto, ma soprattutto locali sotterranei, posti spesso all’interno delle mura paesane, talvolta direttamente nella propria abitazione.

In questi casi, le “buche” o “tane” da grano – come venivano chiamate all’epoca – si trovavano sotto alle stanze del piano terreno, collegate al pavimento per mezzo di una botola.

Lo stoccaggio del grano nelle buche e la sua successiva estrazione non era un’operazione priva di pericoli. I rischi erano ben noti fin dall’antichità, come si deduce dalle parole dello scrittore romano Varrone – vissuto tra il primo ed il secondo secolo avanti Cristo – che qui riportiamo tradotte in italiano, riprendendole da un trattato di sitologia – la scienza che si occupava di studiare gli alimenti e in particolare il grano – pubblicato a Livorno nel 1765: «coloro che custodiscono il grano sotto terra dentro le buche si guardino dalle medesime quando sono aperte di poco poiché vi è da incorrere in dei pericoli, vi sono degli esempi di alcuni che nel calarsi nelle buche si sono sentiti levar il respiro e vi sono morti. Sicché, volendo metter fuora il grano riserrato, è necessario qualche tempo avanti l’aprirle per dar loro uno sfogo».

Quando, per vari motivi, le buche cessavano di essere utilizzate per conservare il grano, rimanevano vuote per periodi più o meno lunghi. è quello che era successo anche nella casa dei Bartolucci, una famiglia originaria di Camugnano trasferitasi a Campiglia sul finire del Seicento. Nella loro abitazione esisteva una vecchia tana da grano non più in uso e ormai dimenticata che, per anni, era stata riempita di immondizia e rifiuti, soprattutto vinacce. Prima della diffusione della mezzadria e della nascita delle case coloniche nella campagna campigliese, la spremitura dell’uva era un’operazione che veniva svolta prevalentemente in paese, in cantine improvvisate all’interno delle case. Gli ingombranti e maleodoranti residui della lavorazione dell’uva venivano poi fatti sparire gettandoli dove capitava.

In casa Bartolucci sono circa le otto del 17 giugno 1769, un sabato sera. L’estate sta per cominciare, tutto sembra tranquillo e mamma Angela – rimasta vedova tre anni prima per la morte del marito Antonio – sta preparando i letti, mentre le sue due belle bambine, Maria Rosa di undici anni e mezzo e Caterina di 9 anni e mezzo, giocano allegramente con una monetina guadagnata forse per qualche commissione o faccenda domestica da loro svolta. Ad un certo punto la monetina cade sul pavimento sconnesso del pian terreno. Il sole ormai è tramontato e la luce nella stanza è fioca, le due bambine cominciano a cercare ansiosamente la moneta, temendo i rimproveri della mamma, ma non la trovano. Vedendo una piccola fessura tra due assi di legno, pensano che il soldo possa essersi infilato lì dentro e allora Maria Rosa, la più grande delle due, solleva le tavole per vedere cosa c’è sotto. In un attimo la piccola cade nel vuoto, inghiottita da una voragine nera.

La sorellina Caterina, resasi subito conto della gravità della situazione, corse a chiamare aiuto. Poco dopo in diversi si erano già precipitati sul posto per cercare di salvare la bambina che però non rispondeva ai soccorritori che gridavano il suo nome. Si decise quindi di andare a vedere cosa fosse accaduto. Una scala di legno fu calata nel buio e appoggiata al bordo della botola. Il primo a scendere nel sotterraneo fu il giovane ventunenne Domenico Monterastelli, originario di Fanano in provincia di Modena. Non appena il ragazzo mise i piedi sul fondo melmoso della buca fu asfissiato dai miasmi, cadendo morto sul colpo.

Dopo di lui fu la volta del trentaquattrenne campigliese Luigi Vannetti che, dopo essere sceso anch’egli, fece la stessa fine del povero Monterastelli. Si capì che non era possibile scendere con le proprie gambe e, sperando che la bambina e i due uomini fossero soltanto svenuti, un terzo coraggioso si fece calare con una corda legata alla vita ma, dopo pochi secondi, il soccorritore già non respirava più; fece appena in tempo a farsi ritirare su prima di essere ucciso anche lui dai gas.

A questo punto fu chiaro che l’unico modo per poter recuperare i corpi delle vittime era quello di lasciare aperta la botola per un tempo sufficiente a far entrare ossigeno nel vano sotterraneo, in modo da renderne respirabile l’aria. I cadaveri delle tre vittime furono estratti il giorno seguente. Il 18 giugno, il parroco Galgano Papi poté finalmente celebrare le esequie. Nel registro dei morti scrisse: «Maria Rosa Bartalucci di questa cura, d’anni 12 in circa, cadde, il giorno antecedente in circa le ore 8 della sera, in una tana da grano ripiena però d’immondezza e subito morì, e questa morte istantanea si crede che procedesse dalla privazione dell’aria e dal fetore, e fattegli le solite esequie fu sepolta nella sepoltura del Rosario, a ore 8 della sera del dì suddetto».

L’incidente avvenuto a Campiglia fece talmente clamore da essere riportato su La Gazzetta Toscana, il periodico fondato nel 1766 dal Governo toscano per tenere informati i sudditi sull’opera riformatrice del granduca Pietro Leopoldo. Si trattava di un settimanale di politica interna, dove si potevano leggere anche le notizie regionali più importanti di cronaca locale.

L’articolo, datato 1 luglio, è intitolato: «Accidente funesto successo in Campiglia a motivo d’aria riserrata». Riportiamo la cronaca dei fatti – talvolta imprecisa – pubblicata dall’anonimo cronista.

«La sera del dì 17 dello scorso mese essendo due piccole ragazze di questa Terra in un piano terreno di loro casa a trastullarsi, ad una di queste cadde un soldo che aveva in mano, e nel ricercarlo apersero una certa copertura di legno, che serviva di lapide ad una buca vecchia fatta ad uso di quelle da riporre il grano. In tal atto vi cadde la maggiore che era in età di sette anni, e alle grida dell’altra accorse uno zio della medesima, il quale affacciatosi alla buca, né sentendo movimento alcuno, vi discese con una scala per trovar la nipote. Dopo breve spazio di tempo costui non comparendo.

Né rispondendo alle chiamate, mosse un altro uomo a far l’istesso, e questo pure non si vedde più comparire. Allora un famiglio che lì si trovava legatosi con una fune, vi si fece calare, ma appena arrivato alla meta, gettò un grido, per cui fu subito ritirato in su, essendo quasi semivivo. In questo stato di cose pensarono al compenso di poter riavere almeno le persone rimaste in detta buca, già credute morte, come lo erano di fatto, lo che ottennero con fatica, e per mezzo di certi graffi di ferro, e dopo 12 ore di tempo. Vollero fare l’esperienza anco sopra un animale che appena calato lo estrassero morto. Esaminata la ragione, fu ritrovato che questo luogo era stato chiuso per il corso di trenta anni, a riserva di quel poco di tempo che ci voleva per buttarvi anno per anno le vinacce, le quali avevano ripieno questo vuoto di particelle spiritose, che unitamente a quell’aria riserrata, hanno cagionato i sopraddetti mortali effetti».

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 10 (gennaio-febbraio 2016)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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