La Cassa di Mutuo Soccorso

Una delle prime società operaie della Toscana

Dalla Statistica delle Società di Mutuo Soccorso del 1862, si apprende che in quell’anno, sparse sul territorio dell’ex Granducato di Toscana, si potevano contare quindici società operaie di mutuo soccorso.

Occorre ricordare che allora, in caso di malattia o infortunio, non esisteva alcuna forma di legislazione a tutela dei diritti dei lavoratori; c’era solo da confidare nella generosità del datore di lavoro che eventualmente poteva provvedervi di propria iniziativa.

Solo da pochi anni, e prevalentemente nelle maggiori realtà produttive, per iniziativa della classe padronale stavano prendendo vita sodalizi mutualistici.

La prima società operaia era stata istituita nel 1829 dal marchese Lorenzo Ginori per i dipendenti delle sue Manifatture di Doccia; altre erano sorte poco dopo a Livorno, Arezzo, Firenze, San Marcello Pistoiese, Prato, Lucca e Montecatini Val di Cecina.

Più puntuale, in riferimento all’associazione tra i minatori di Caporciano, è Capitini, quando afferma che «fin dal 1844 esisteva […] a Montecatini in Val di Cecina una cassa di mutuo soccorso fra gli operai addetti alle miniere di rame».

E ne abbiamo conferma da Calvi (1818-1846), studioso di problemi del mondo del lavoro che, appassionato sostenitore dell’utilità del mutuo soccorso operaio, ravvisava in tali istituzioni anche un fattore di ordine e di pace sociale. Nello studio commissionatogli dal Quinto Congresso degli Scienziati Italiani tenutosi a Lucca il 19 settembre 1843, fra le società censite registrò, appunto, quella fra gli operai delle miniere di rame di Montecatini Val di Cecina.

Grande, per i tempi, fu l’attenzione riservata fin da subito alle condizioni e alla sicurezza del lavoro dei nostri minatori, tanto che nel Fondo Martelli, alla voce Miniera di rame di Montecatini, Notizie diverse 1840-1841 è possibile leggere:

«Non mancano previdenze igieniche e di sicurezza per i lavoranti, tra i quali la salute è preservata e rarissimi esempi si contano di avvenimenti disgraziati, più imputabili alla confidenza che l’improvido operante prende col pericolo che alla mancanza di precauzioni. A scemar le fatiche sono stati adottati (ed è tutto merito dell’abile direttore) congegni semplicissimi ed operativi, per la estrazione, lavatura e separazione del minerale. Salde e ben intese sono le armature che reggono la discesa e le comode caverne».

Ed in favore dei dipendenti e dei loro familiari, altrettanta considerazione fu rivolta all’aspetto sociale e assistenziale.

Fu grazie al filantropismo e all’oculatezza di Francis Joseph Sloane (1794-1871), il più presente e operativo degli azionisti della Società di Monte Catini, soprattutto nel decennio 1838-1848, che si sperimentò a Caporciano uno dei primissimi esempi di «villaggio sociale». Sicuramente si deve a lui, imprenditore di estrazione culturale nord europea, attento alle necessità primarie dei lavoratori, se fin dagli anni immediatamente successivi al decollo industriale dell’attività estrattiva, si concretizzarono utili iniziative di tipo assistenziale.

La presenza della miniera e la sua prosperità, che non tardò a manifestarsi, avevano dunque fatto sì che un sodalizio mutualistico, uno dei primi del Granducato, avesse messo le sue radici proprio a Montecatini Val di Cecina.

Già Ridolfi, nella relazione della sua “passeggiata” del 1839, a proposito degli effetti derivati dalla presenza della miniera, aveva potuto esprimersi in questi termini:

«[…] l’esito dell’intrapresa superò tutte le speranze che allora potevano concepirsi, e il più ricco prodotto desiderabile premia adesso gli sforzi perseveranti, e i lavori assidui ed intelligenti dei coraggiosi imprenditori […] E di già si hanno segni di questo risorgimento dall’accresciuta popolazione, dai non rari miglioramenti campestri, e più di tutto dall’aumento e miglioria che nelle abitazioni si scorge, non che dalla molto mutata condizione degli abitanti, che insiem col paese tutto poco fa squallidi e vagabondi vedevansi, ed ora son fatti floridi ed operosi, e più che dello stretto necessario provvisti. Lode e sincero plauso a coloro che di una fortunata speculazione non abusano; che al proprio interesse provvedono lasciando a chi suda per loro un guadagno che lo fa vivere non solo, ma che permette un avanzo, avanzo che una Cassa di Risparmio conserva e moltiplica, e che una buona Scuola feconderebbe coll’istruzione desiderabile».

Alcuni anni più tardi Gräberg de Hemsö (1776-1847), che nel 1844 aveva soggiornato alcuni mesi a Montecatini, nei suoi “cenni storici”, poté tratteggiare con maggior dettaglio l’aspetto sociale della gestione dello stabilimento minerario.

«[…] Avendo […] esposta la succinta relazione istorica montanistica, e topografica di questa bella intrapresa, mi rimane di discorrere la parte di essa, che riguarda la sua direzione morale, regolatrice, incoraggiativa ed economica; parte in special modo affidata alle cure dei comproprietarii signori Sloane, e Coppi, i quali ognuno in quella parte di gestione che gli spetta, con somma e quasi paterna vigilanza e sollecitudine la moderano e governano, coll’intento di accoppiare alla più grande utilità il più grande costrutto morale possibile nei costumi del personale dei minatori, e degl’inservienti in quella amministrazione, da ridondare in vantaggio pure del paese, nonché impegnare ad un tempo tutti i lavoranti ed artigiani arruolati a concorrere nel buon successo dell’impresa, che a quest’ora impiega circa 160 individui.

Gli attuali proprietarii unendo alle vedute del proprio interesse il desiderio di dar prove di riconoscenza ad un paese, nel quale la Provvidenza elargisce loro i suoi benefizii, non perdonano né a tempo, né a fatica, né a dispendio per tirare innanzi, e recare al sommo il loro piano di rendere questo stabilimento il più solido, ed anche il più pubblicamente e perennemente utile del suo genere. Quindi è che fin dal principio pensarono a fondarvi, e mantenervi […] lodevolissime istituzioni […]».

Tra queste cita una «Cassa di Beneficienza» alimentata con «il prelevamento di un mezzo per cento sopra i prodotti della miniera nel corso dell’anno», nonché con «le penali» comminate ai minatori.

Tale istituzione serviva a fornire assistenza, con «sussidi di carità», ai lavoratori colpiti da malattia o infortunio riportato in miniera, ed a quei dipendenti con famiglie particolarmente bisognose, «o dei quali la condotta sia stata tale da esserne meritevoli». Inoltre i minatori iscritti alla cassa, ed i loro familiari, potevano usufruire dell’assistenza medica e della somministrazione dei farmaci gratuita.

Credo di poter stabilire che uno dei primi provvedimenti di Sloane, divenuto socio dei fratelli Hall nel 1838, sia stata proprio la Cassa di Beneficenza. Entrò in funzione, come risulta dalle carte dell’Archivio Storico della Miniera, nell’agosto 1840, e la troviamo già menzionata nel citato Fondo Martelli fra le notizie sullo stabilimento di Caporciano relative all’esercizio 1840-1841, dove è specificato che si «corrisponde ai lavoranti malati mezza giornata, a quelli che rimangono impediti per disgrazia derivante dalla escavazione l’intera giornata».

Inoltre, per «assuefare» al risparmio i ragazzi impiegati in miniera, «e così coltivare in essi il sentimento di economia», veniva trattenuta una parte dello stipendio e, ad iniziare dal 1846, depositata a loro credito nella Cassa Centrale di Risparmio di Firenze aperta a Volterra nel 1844. In caso di necessità il capitale versato poteva esser ritirato, in parte o in toto, nel rispetto delle clausole imposte dall’apposito regolamento.

Altro istituto cui fa cenno Gräberg de Hemsö è la Festa dei Ramai. Una solenne ricorrenza che la tradizione fa derivare da uno sciagurato episodio avvenuto nel corso di lavori sotterranei nei primi anni della riattivazione della miniera. Scongiurata la tragedia – come ci ricorda Aroldo Schneider – la popolazione pensò di dover render grazie alla Madonna di Caporciano che tanto aveva contribuito alla salvezza dei minatori implicati, per cui fu istituita la Festa dei Ramai, da celebrarsi ogni anno «nella prima domenica dopo l’ottava del Corpus Domini». Fin dal 1840, in quell’occasione, dalla Cassa di Beneficenza (in seguito dai proprietari della miniera) venivano elargiti, per estrazione, tre consistenti assegni dotali a favore delle figlie e sorelle dei minatori.

Le doti, nel 1847, secondo quanto riferisce lo studioso svedese, ammontavano a 350 lire, la prima, e a 200 lire ciascuna la seconda e la terza. E per rendersi conto dell’importanza di tali cifre, basti pensare che nel 1839 – stando a quanto riportato nel Fondo Martelli – «al medico condotto di Montecatini per curare gratis gli addetti alla Miniera [anda]va di paga fissa annualmente £. 200».

Sempre da Gräberg de Hemsö sappiamo che nel 1844 era stata anche istituita una scuola gratuita per i figli dei minatori di età compresa tra gli otto e i tredici anni, in cui si insegnava loro «il leggere, lo scrivere, le prime regole dell’aritmetica e del disegno lineare, ed a coloro che ne sono suscettivi, il canto fermo».

Queste erano le opere sociali che avevano preso vita fin dai primordi della gestione dei fratelli Hall, Sloane e Coppi. Istituzioni che in modo più o meno diretto andavano a coinvolgere l’intera comunità montecatinese, che vedeva la propria condizione economico-sociale sempre più indiscutibilmente legata alla presenza ed ancor più al risultato di esercizio dello stabilimento minerario.

Nel 1861, quando il Censimento Nazionale rilevava nel capoluogo della Comunità di Montecatini di Val di Cecina la presenza di 2.198 abitanti – 1.242 in paese e 956 nella campagna, suddivisi in 418 famiglie – la consistenza della forza lavoro impiegata direttamente in miniera si aggirava intorno alle 380 unità, con un indotto difficilmente quantificabile ma certamente non indifferente. È possibile quindi affermare che (quasi) ogni nucleo familiare poteva risentire dei benefici apportati dalla ricchezza della miniera e dello stato sociale che ne derivava.

Un’isola felice che, dalla fine degli anni Trenta, mantenne tale prerogativa almeno fino alla seconda metà degli anni Sessanta. Dopo, con il manifestarsi delle prime crisi produttive della miniera, la situazione andò mutando. Per la costituzione di una nuova società di mutuo soccorso avremmo dovuto attendere il 1891, allorché il 20 agosto fu approvato lo statuto dell’Unione e Lavoro. Ma, come detto, sia i tempi che gli intenti erano ben diversi. Pur andando a svolgere, per pochi anni, una funzione senza dubbio importante e raccogliendo almeno inizialmente un’adesione significativa, la nuova associazione mutualistica, nata in un momento in cui imperversavano le idee democratiche e socialiste, fu espressione soprattutto della necessità e dello sforzo da parte della Società Anonima delle Miniere di Montecatini di recuperare una situazione che non riusciva più a governare.

Rappresentò, insomma, un tentativo – risultato poi vano – di riappropriarsi del controllo del mondo operaio, ormai legato alla Fratellanza Artigiana e soprattutto al Circolo Operaio Istruttivo e Ricreativo che faceva sempre più proseliti tra i minatori in larga maggioranza conquistati dal verbo del socialismo. Già dipinto, almeno dal 1886, come «Comune tendenzialmente socialista», nelle amministrative del novembre 1889 Montecatini risultò prima e unica località del Circondario volterrano in cui prevalse una lista di «candidati democratici».

Trascorsero alcuni anni e nel luglio 1895 si insediò in Comune una amministrazione socialista, antesignana delle «giunte rosse» della Toscana. Di lì a poco fu infine costituita la Lega di Resistenza dei lavoratori della miniera di Caporciano. E proprio la federazione della Lega di Montecatini Val di Cecina con quelle di Massa Marittima, Boccheggiano, Tatti, Castelnuovo Val d’Arno e successivamente con le Leghe sarde – all’inizio del nuovo secolo avrebbe dato origine al Sindacato Nazionale Minatori.

Ma tornando alla nostra Società Operaia – la cui realizzazione sembra essere stata seconda solo a quella delle Manifatture Ginori di Doccia – mi piace concludere ricordando che Sloane, protagonista primo del concepimento di tale apparato solidaristico, andrà poi a replicare quanto realizzato a Montecatini anche in altre realtà che si troverà a sovrintendere, come La Briglia in Val di Bisenzio, villaggio in cui la Società Hall, Sloane e Coppi aveva messo in opera una importante fonderia per il rame di Caporciano, o la Comunità del Pellegrino di Firenze, che comprendeva la sua villa di Careggi dove la morte lo colze il 25 ottobre 1871.

Fabrizio Rosticci

Fabrizio Rosticci

Nato a Montecatini Val di Cecina (Pisa) nel 1950, dal 1974 al 2009 ha svolto la sua attività lavorativa presso lo stabilimento Solvay di Rosignano, in qualità di responsabile tecnico di impianto.
Profondamente legato al paese d’origine dove, dopo oltre quarant’anni, è tornato ad abitare e a fare ricerca, realizzando una serie di pubblicazioni di storia locale.

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