Appunti di un viaggio immaginario di due forestieri a cavallo

Siamo partiti a cavallo, con la pancia vuota, da Vignale con destinazione la Torre di San Vincenzo percorrendo la via Emilia. Dicono che sia una strada molto antica, un prete ci ha raccontato che gli abitanti del posto sono convinti che esista da sempre. I vecchi la chiamano la “Silice” o anche la “Selice”, perché in qualche punto sono sopravvissuti tratti dell’originario selciato romano.

Dopo circa un’ora di viaggio siamo arrivati in prossimità del fiume Cornia, che in quel punto segue un tracciato abbastanza tortuoso. La strada piega verso sinistra, costeggiando un’ampia ansa del fiume, dove nell’antichità doveva esistere un grande ponte di pietra, del quale oggi non resta più traccia. Siamo costretti ad attraversare il fiume con i cavalli. Per fortuna il letto è quasi completamente asciutto.

Alcune donne, che lavorano nei campi vicini, ci dicono che ci troviamo alle Cortie e che quel punto di passaggio è chiamato Guado al Lupo. Raggiunta l’altra sponda del Cornia, sulla sinistra intravediamo, tra gli alberi, una casetta lungo il fosso della Corniaccia e, poco più in là, un vecchio casolare tutto rovinato. Riprendiamo la via Emilia che, dopo una curva a sinistra, si fa nuovamente diritta.

Sulla destra, a perdita d’occhio, una vasta estensione di terreni, che quelle contadine ci hanno detto chiamarsi La Monaca, mentre la campagna sull’altro lato della strada è detta Pantalla. Dopo circa un chilometro, sulla sinistra troviamo un incrocio, che superiamo, ignorando dove porti.

Subito dopo, sempre sulla sinistra, incontriamo un’altra casetta. La chiamano la Casetta della Venturina. Ci fermiamo a parlare con tre pastori che stanno pascolando un piccolo gregge di pecore. Ci spiegano che tutta quella zona sotto la via Emilia è chiamata La Venturina. Il più anziano di loro ci dice anche che, quaranta o cinquant’anni prima, quelle terre erano della parrocchia di Campiglia, che poi le vendette ai Dini, che vi costruirono questa casetta per comodità dei lavoratori agricoli. Vi fecero anche un pozzo e il più giovane di loro ci dice che, se vogliamo, possiamo fermarci per abbeverare i cavalli. Accettiamo volentieri e ci riposiamo un po’, all’ombra di una grande quercia.

Chiediamo dove porti la strada che incomincia dal bivio che ci siamo lasciati alle spalle e ci rispondono che va al Campo alla Croce e alla Lavoriera, alle casette del Merciai e del Malfatti. Domandiamo anche dove possiamo fermarci a mangiare qualcosa e loro ci dicono che l’osteria più vicina è a Campiglia, a circa quattro chilometri dalla Venturina. Per andarci dobbiamo imboccare la strada che parte proprio da lì, dalla casetta Dini, e che passa sotto al palazzo del granduca, da tutti conosciuto con il nome di Palazzo della Reale Magona, che in Caldana possiede ancora una ferriera, con un bottaccio che alimenta un fosso di acqua calda.

Li ringraziamo per l’abbeveraggio e per le informazioni e riprendiamo il cammino. La fame un po’ ci è passata, ma in compenso ci è venuta voglia di fare una deviazione, per andare a visitare la vecchia ferriera e le sorgenti termali. Dalla casetta della Venturina imbocchiamo la strada per Campiglia e, nel punto dove curva a sinistra, incontriamo un’altra casetta. Troviamo un ortolano, ci dice che la casa non è sua, è di una signora di Campiglia, Marianna Gestri, e degli eredi di un certo Marco Merciai. Gli chiediamo se c’è qualcuno che può darci qualcosa da mangiare e lui ci dice di provare alla casa di un altro Gestri, Ludovico, che si trova lì a due passi.

Per arrivarci giriamo a destra, imboccando uno stradoncino a forma di elle. Vi troviamo una famiglia numerosissima che sta pranzando in una stanzetta, gli chiediamo se hanno qualcosa da venderci ma ci rispondono, dispiaciuti, che quel poco che hanno non basta neanche per sfamare i loro figli. Ci consigliano di provare a chiedere ai più fortunati contadini che abitano lì vicino, nelle due case coloniche sulla Pisana. Chiediamo cosa intendano per “Pisana” e loro ci dicono che è la strada che viene da Suvereto, che dobbiamo riprendere la via che dalla Venturina va a Campiglia e che, subito dopo la casetta di un certo Gianni, c’è un incrocio, chiamato le Quattro strade, dove dobbiamo girare a sinistra.

Lì ci sono i due poderi del Corsi e del Mari. Poi, sorridendo aggiungono: “se un vi danno niente loro, vi tocca andà a Campiglia”. Non volendo disturbare oltre il loro modestissimo pranzo, li ringraziamo e ce ne andiamo. Arrivati alle Quattro strade, ci soffermiamo sotto al poggio sul quale si trova il palazzo della Magona, ad ammirare quell’imponente edificio che domina la pianura dall’alto.

Svoltiamo a sinistra e cominciamo a percorrere la via Pisana, lungo la quale si intravedono quattro o cinque case. Ci sembra che nel primo dei due poderi non ci sia nessuno in casa, così proseguiamo ancora avanti. Arrivati al secondo podere, questa volta scendiamo da cavallo e ci facciamo sentire. Si affaccia una vecchia dal terrazzino in cima alle scale, rientra in casa e poco dopo esce un uomo, forse il figlio. Ci chiede sospettoso cosa vogliamo e alla fine ci vende due pagnotte, un pezzo di cacio e una fiaschetta di vinello che sembra acqua tinta.

Ci domanda quale sia il motivo del nostro viaggio e dove siamo diretti. Gli diciamo che stiamo cercando le sorgenti termali e lui ci chiede se quelle del Forno di Caldana o quelle del Bagno. Gli rispondiamo che vorremmo vederle entrambe. Ci dice di proseguire ancora per altri 300 metri, lungo la Pisana, fino al ponte sulla Fossa Calda: girando a destra si va al Bottaccio della Ferriera e in Santa Lucia, proseguendo avanti invece si attraversa la fattoria della Pulledraia, passando proprio davanti al Bagno. Aggiunge di stare attenti perché il fattore del Benvenuti, il padrone della fattoria, è un’attaccabrighe e dopo il “fatto del cancello” è diventato parecchio scorbutico.

Pare che un tempo tutti potessero andare a bagnarsi liberamente nel Cratere. Poi però il Comune fu costretto a vendere il Bagno al Benvenuti di Pisa, insieme alla fattoria della Pulledraia e a quella di Bandita. Il Benvenuti voleva tenersi il Bagno tutto per sé, per la sua famiglia e per i suoi amici, e non voleva intrusi nella proprietà. Così fece mettere un cancello sulla strada pubblica, per impedire alla gente di entrare, ma un giorno un gruppo di campigliesi imbufaliti glielo sgangherò tutto. Il padrone dovette cedere e abituarsi al viavai dei bagnanti, ma da quella volta è meglio essere prudenti quando si passa dalla fattoria, specialmente se si è forestieri. Dopo aver ringraziato l’uomo per i consigli e soprattutto per averci procurato il pranzo, ci fermiamo a mangiare e a riposare all’ombra di un fico.

Dopo un’ora circa, sotto ad un sole cocente, riprendiamo il viaggio, dirigendoci finalmente verso le sorgenti. Giunti al ponte sulla Fossa Calda ci ritroviamo davanti ad un mulino, dove alcuni giovani garzoni stanno caricando dei sacchi di farina su un carretto. Uno di loro, vedendoci fermi sul ponte, ci domanda se abbiamo perso la strada. Gli facciamo un cenno con la mano per rassicurarlo, ma il ragazzo si avvicina e ci dice che molti forestieri, soprattutto piombinesi, che vengono a macinare ai mulini di Caldana per la prima volta, perdono la strada, confondendo un mulino con l’altro. Gli domandiamo stupiti quanti mulini ci siano nella zona e il ragazzo, molto loquace, ci racconta che i mulini sono quattro lungo il fosso, più uno nuovo dentro alla fattoria, fatto costruire da poco. I mulini sono tutti, tranne uno, di Bartolomeo Bartolommei, un lucchese originario di Pariana, rimasto vedovo e risposatosi cinque o sei anni fa con Uliva, una Guasconi di Campiglia.

Il mulino più lontano è anche un frantoio, si trova circa 800 metri più a valle ed essendo l’ultimo è chiamato Mulin di fondo; accanto c’è un casalone che un tempo fungeva da distendino della ferriera e che oggi è utilizzato dal Benvenuti per la fattoria. Circa 600 metri più a monte, c’è un altro mulino, quello della Torricella, detto così perché lì vicino c’è una torretta tutta piena, fatta di tufo, con un buco alla base, che dicono sia antichissima e che qualche anziano chiama “musoleo”. Alla torretta si appoggia un altra casetta, che si crede sia la più vecchia tra tutte quelle esistenti nel piano, oggi usata dal mugnaio come magazzino. Poi c’è il mulino dove ci siamo fermati a parlare con il garzone, con accanto la casa dove abita la famiglia Bartolommei.

Poco più su, attaccato al bottaccio, c’è un altro mulino, il più antico di tutti, che appartiene alla parrocchia di Campiglia e per questo è chiamato il Mulino della Pieve. Salutiamo il giovane e cavalchiamo fino al bottaccio, che potrebbe sembrare un laghetto naturale se non fosse per il muro che lo circonda, ben visibile per buona parte del suo perimetro. Accanto all’invaso, disposti in un grande piazzale, ci sono gli edifici della Real Magona, che cominciano a mostrare i segni del tempo: un ampio casalone con accanto una casa altrettanto grande e un granaio stretto e lungo. Vediamo anche i forni delle ringrane della ferriera, dove veniva cotto il minerale.

Sul posto, ma anche nei campi vicini, sono evidentissimi i resti della lavorazione del ferro, con numerose scorie e loppe sparse ovunque. Un po’ rialzata rispetto al piano degli edifici, c’è una piccola cappella dedicata a Santa Lucia che, come ci fu riferito da alcune donne di passaggio, un tempo era officiata regolarmente da un cappellano che portava i sacramenti agli operai del Forno di Caldana, mentre ora è ridotta in pessimo stato e quasi chiusa. Chiediamo se quella sia l’unica chiesa della zona e ci rispondono che ora c’è solo quella ma prima ce ne doveva essere stata un’altra, i cui resti sono ancora visibili nella terra del Dini, poco distante.

Subito sopra alla chiesina di Santa Lucia, sul poggio, si intravede una casetta che appartiene alla signora Anna Bini, vedova del signor Tommaso Lega, morto due anni fa. Le donne invece sono lavoratrici del signor Carlo Boldrini, stanno andando alla casetta del loro padrone, che si trova sul lato opposto del bottaccio, lungo un viottolo che loro dicono trovarsi proprio dove inizia la Valle al Vetro. Stanno andando a prendere degli attrezzi che devono trasportare ad un’altra casetta, sempre del Boldrini, che si trova all’Ortino, lungo la via Emilia, vicino al Campo al Tufo.

Incuriositi dalla descrizione dei ruderi della chiesa, decidiamo di andare a vedere con i nostri occhi. Prendiamo la via che dal bottaccio della ferriera porta al palazzo della Magona, nella campagna circostante si intravedono diverse casette. Arrivati quasi in fondo ci troviamo di fronte ai resti di un’antica chiesa della quale sono ancora riconoscibili le muraglie delle tre absidi, che formano un tutt’uno con quelle della casetta del Dini. Ci avviciniamo per vedere meglio, senza scendere da cavallo, e rimiriamo in silenzio per qualche minuto quelle vestigia, recitando una preghiera in suffragio delle anime dei defunti, i cui corpi, ormai dimenticati, giacciono sepolti tutto intorno, in quello che una volta doveva essere un grande cimitero e che oggi è solo campagna.

Il pomeriggio è già a buon punto e così ci affrettiamo a rimetterci in marcia, ma invece di tornare indietro proseguiamo ancora avanti su quella strada e voltiamo a destra, scendendo fino alle Quattro strade e poi, voltando ancora a destra, ripercorriamo al galoppo la Pisana fino al ponte sulla Fossa Calda e oltre, entrando nella fattoria della Pulledraia che è tagliata in due dalla strada. Memori dell’avvertimento ricevuto, ci muoviamo con cautela rimanendo sulla strada.

Da quella posizione rialzata, si vede una bella campagna e due edifici, uno dei quali è senz’altro la casa padronale. Ce n’è un altro, più piccolo, capiamo che si tratta del nuovo mulino di cui ci ha parlato il garzone, perché si trova a cavallo di un fosso. Lo stradone di ingresso è molto ampio e aperto al passo, ma non osiamo entrare. Più avanti, sul lato destro della strada, c’è una casetta, chiediamo a due ragazzi che stanno strigliando un bellissimo cavallo bianco, se sia possibile visitare il Bagno e dove si trovi. Uno di loro ci dice che siamo arrivati e, voltandosi, ci indica una capanna distante una cinquantina di metri.

Lasciamo i cavalli ai due ragazzi e ci avviamo a piedi al Bagno, passando per i campi. Troviamo due entrate, una per gli uomini e una per le donne. Davanti a quella degli uomini, seduto su un panchetto, c’è un ragazzetto che ci chiede quale sia la nostra patria e, dopo aver saputo che siamo forestieri, pretende una moneta a testa, poi ci indica uno stanzino dove possiamo spogliarci e, vedendo che non abbiamo con noi gli asciugatoi, ci porge due cenci logori. Ci togliamo gli abiti ed entriamo nel Cratere, dove non c’è nessun altro.

I vapori e il caldo sarebbero insopportabili se non fossero mitigati da un po’ d’aria fresca che riesce ad entrare a stento da un’apertura ad arco posta in alto, sulla parete. Ci immergiamo molto lentamente nell’acqua, riuscendo a malapena a sopportarne il calore. Ci sediamo su uno scalino di pietra che corre lungo i bordi della vasca, rimanendo immersi fino al petto. L’acqua arriva da sotto i nostri piedi e se ne va da un’apertura laterale. Sul fondo si possono intravedere le immondizie lasciate dai bagnanti che ci hanno preceduto.

Il ragazzo ci ha detto di non rimanere in acqua per più di 20 minuti ma noi, un po’ per il troppo caldo e un po’ per la vista di quella sporcizia, ce ne andiamo molto prima. Dopo esserci asciugati e rivestiti, usciamo, notando che sulla parete c’è una strana iscrizione in versi che parla di Galeno, Venere e Mercurio. Chiediamo spiegazioni al ragazzo che ci dice essere stata scritta di recente.

Prima il Bagno era una vasca aperta su tutti i lati, coperta da una semplice tettoia di legno per ripararsi dalla pioggia. Un tempo vi si facevano immergere anche i cavalli del granduca, perché il fattore diceva che l’acqua calda era miracolosa e riusciva a guarire i pulledri zoppi. Il Benvenuti poi, per non farvi più entrare gli animali e per evitare la promiscuità tra i due sessi e le indecenze che ne derivavano, qualche mese fa, ha deciso di chiudere il Bagno con dei muri alti e separare la vasca degli uomini da quella delle donne. A quanto dice il ragazzo, la terzina sul muro il padrone l’ha fatta scrivere per burlarsi di un suo amico medico, che va dicendo che l’acqua calda è buona solo per cuocere le ballotte.

Dopo aver ripreso i nostri cavalli e aver lasciato un piccolo obolo di riconoscenza ai due improvvisati stallieri, ci rimettiamo in viaggio per raggiungere la Torre di San Vincenzo, stanchi ma anche lieti per aver fatto la conoscenza di quei luoghi e di quella brava gente.

N.B. I fatti narrati, sono frutto di fantasia. Al contrario la descrizione dei luoghi, delle persone e degli edifici è basata fedelmente su informazioni desunte dalle seguenti fonti storiche e bibliografiche: Catasto Toscano (Archivio di Stato di Livorno); Registri parrocchiali (Archivio Parrocchiale di Campiglia); Registri dell’Opera di S. Lorenzo (Archivio Comunale di Campiglia); G. Giuli, Storia naturale di tutte l’acque minerali di Toscana (1835). Le mappe del Catasto Toscano sono state realizzate nel 1821, mentre i registri con la descrizione degli immobili e con i nominativi dei proprietari sono di poco successivi. è possibile quindi che, nel 1821, epoca in cui è ambientato il racconto, alcuni dei proprietari citati non fossero ancora entrati in possesso degli immobili elencati.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 2 (settembre-ottobre 2014)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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