Viaggio nella Pulledraia

La “Bandita dei polledri” tra Seicento e Settecento in una mappa dell’epoca

Esiste una bella mappa della zona termale di Caldana che la rappresenta come appariva circa tre secoli fa. Si tratta di un disegno a colori, di 77 per 53 centimetri, realizzato a china e acquerello e conservato nell’Archivio di Stato di Firenze.

La mappa, la cui incerta datazione si colloca nel periodo compreso tra il 1680 e il 1737, si intitola «Pianta della bandita che godono i polledri della razza gentile di Sua Altezza Reale in Campiglia per pastura». Fu realizzata in coppia con un altro disegno simile, raffigurante la seconda bandita granducale, intitolato “Pianta della bandita che godono le cavalle della razza gentile di Sua Altezza Reale in Campiglia per pastura”.

Le due bandite, quella “dei polledri” e quella “delle cavalle”, facevano parte di un unico grande allevamento di cavalli di razza, di proprietà del granduca, amministrato dallo Scrittoio delle Regie Possessioni, l’ente che gestiva i beni medicei.

In questo articolo ci occuperemo della prima delle due mappe, quella relativa alla zona di Caldana che, fino al secolo scorso, era da tutti conosciuta con il nome di Pulledraia e che, ancora oggi, ha mantenuto traccia dell’antico toponimo, grazie al nome di una via e di un complesso residenziale recentemente realizzato nella struttura dell’ex mulino Barani.

La scelta di questi luoghi come sede di un importante allevamento di cavalli, destinati agli stessi granduchi e ai più alti ufficiali dell’esercito toscano, ovviamente non fu casuale. Non tutti i siti infatti si prestavano a questo tipo di attività e gli allevamenti equini erano avviati soltanto laddove esistevano le condizioni migliori, dato che i cavalli, specie se di razza, rappresentavano un capitale prezioso, da salvaguardare. Questa parte della campagna campigliese, per il clima e per l’ambiente favorevole, ben si prestava ad ospitare le “razze gentili”, come si intuisce dalle parole di Nicolò Rosselmini, uno dei maggiori esperti di cavalli del Settecento: «siccome non può mettersi in dubbio che dalla qualità dell’aria ambiente, e da quella dell’erba, e dell’acqua, che servono di alimento al bestiame, abbia origine la qualità buona o cattiva del medesimo, così chi ha idea di mettere in piedi, e stabilire una razza nobile di cavalli atta a fornire una scuderia d’un sovrano, deve avere in mira sopra ogn’altra cosa di sciegliere una situazione di clima dolce, temperato, e costante, e meno che sia possibile sottoposto a stravaganze».

Il terreno poi non doveva essere del tutto pianeggiante ma mosso, con collinette e valli naturali, per favorire lo scorrere delle acque piovane. Era poi richiesta la presenza di macchie tutto intorno, per riparare gli animali dai venti dannosi, come il libeccio, la tramontana e il grecale.

Occorreva tenere separati gli animali «poiché i polledri maschi dai diciotto mesi in su conviene tenerli lontani dalle femine, perché non divengano viziati; la gioventù tenera pure conviene tenerla separata dal branco, perché richiede maggior assistenza, e miglior pastura; le cavalle figliate è forza di tenerle da sé per riparare i lattonzoli loro da essere offesi, e per poterle far passare sempre a sfiorir le pasture, affinché possano produrre maggior latte per l’alimento dei figliuoli; e le pregne devono esser tenute lontane dalle figliate per esimerle da esser percosse dalle medesime per gelosia dei figliuoli».

Questo è il motivo per il quale, anche da noi, furono scelti due luoghi separati per le cavalle e per i puledri e furono realizzate lunghe recinzioni per tenere divisi gli animali a seconda delle necessità.

La Bandita dei Polledri era detta anche Banditaccia, per la presenza di acquitrini che la rendevano meno pregiata rispetto alle altre.

Il granduca Ferdinando II, nel 1632, stipulò un contratto di permuta, con la Comunità di Campiglia per ampliare le dimensioni dei terreni destinati all’allevamento dei puledri. Al sovrano veniva concesso, dal Comune, «il restante della Banditaccia, per uso e servizio delle razze, con obbligo di tener chiusa e serrata tutta la parte boscata» e «mantenere del proprio netti et arginati li fossi». In cambio, ai Campigliesi, veniva permesso il pascolo «nelle terre nude e lavorative che sono comprese nella Banditaccia, purché restino di fuori alla macchia e serrato che Sua Altezza intende fare, e che sia lecito alli medesimi Campigliesi per servizio d’arati, treggie e altri arnesi di mestiere e per mantenimento di case, poter tagliare ogni sorta d’alberi, sì per fare detti arnesi, come tavole, travi, travicelli et altro… stante la scarsità e penuria di legnami».

Passiamo ora ad analizzare la mappa della bandita “dei Polledri”. Nella parte in alto, che nella realtà corrisponde alla zona a sud-ovest, si nota una vasta estensione di terreno, in gran parte macchioso, circondato da una “paracinta”, ovvero una recinzione per gli animali, alla quale si accede da due ingressi principali posti alle due estremità.

Il primo di questi accessi è nella zona del “fontino”, che possiamo identificare con una sorgente di acqua potabile utilizzata dagli abitanti del luogo fino a qualche decennio fa, conosciuta come “la Fontina”, che ha lasciato il suo nome allo stradone – la via della Fontina appunto – che ancora oggi collega l’attuale via Aurelia con la via di Citerna.

L’abbondanza d’acqua all’interno della bandita, per permettere l’abbeveraggio dei cavalli in tutte le stagioni, era ovviamente uno dei requisiti fondamentali. In Caldana, la presenza di acqua fresca in estate, come quella della “fontina”, e calda in inverno, quella termale, rappresentava la situazione ottimale per gli animali, che potevano contare su una riserva idrica limpida e costante per tutto l’anno.

Nella mappa, la sorgente della “fontina” è situata all’interno di un «prato tutto pulito» e recintato, dal quale si accede, per mezzo di un cancello interno, ad una vasta macchia (P) definita “la macchia tutta imboschita”. Questo bosco arriva fino alla Fossa Calda, indicata dalla lettera F e chiamata “Fosso di Caldana che va al Lago di Torre nuova”.

Non sembrano esserci ponti per attraversare il fosso, al di là del quale sono presenti altri due terreni boschivi (O), “l’imbarata di sotto”, e l’altro (N), “l’imbarata di sopra”, delimitati nella parte superiore della mappa e divisi tra di loro da due grosse recinzioni interne, i “mezzanali di paracinta” (E). Le due “imbarate” (“imbarrata” era un termine utilizzato per indicare uno sbarramento artificiale che, in questo caso, probabilmente si riferisce alla chiusura realizzata dal granduca) sono comunicanti per mezzo di un cancello, mentre non si vedono passaggi per accedere al settore superiore, caratterizzato dalla presenza di un edificio (12) chiamato “capanna del paracintaio”. Nelle immediate vicinanze della casetta, si vedono due recinti per i cavalli definiti “mandrie” (13) situati sopra un terreno privo di alberi e quindi, molto probabilmente, un pascolo. Il piccolo edificio sorge lungo uno dei due mezzanali.

Potrebbe trattarsi delle mandrie «per farvi la rassegna della razza tutta, la riforma, la merca, la scelta delle camerate delli stalloni, e la mostra della medesima razza al padrone o ai superiori» di cui parla il Rosselmini, mentre l’edificio somiglia alla casetta «con le sue vetrate» dalla quale si potevano osservare i cavalli nelle mandrie «senza correre rischio alcuno, e senz’incomodo, ancor che il tempo sia cattivo, e faccia vento, o pioggia».

Sul lato opposto a quello dove si trovano le mandrie, c’è un’area indicata come “debbio della capanna” (L), un triangolo delimitato su due lati dai mezzanali e sul terzo lato dal “fosso per abbeverare detto delle Tavole” (C) che, in quel punto esce dagli argini formando, all’interno di un boschetto, un piccolo padule dal quale si dirama il “fosso di Rocchio” (D).

Per quanto riguarda il nome del “Fosso delle Tavole” è probabile che esso abbia avuto origine in seguito all’accordo stipulato nel 1632 tra il granduca e il Comune di Campiglia – di cui abbiamo già parlato – che prevedeva la facoltà ai Campigliesi di tagliare alberi in quella zona per la produzione di tavole di legno.

Sopra a quest’ultimo fosso c’è un altro settore di terreno boschivo – all’interno del quale si vedono però anche delle zone pulite – indicato come “Caldanelle” (K).

Attraversato il fosso delle Tavole e una fascia macchiosa, c’è un pascolo, la “pastura delle Rotte” (G), con un gruppo di alberi al centro definiti “meriggio” (H). Più sotto si nota un altro terreno sgombro da vegetazione, chiamato “il debbio del Mugnaio” (M). La paracinta che delimita, a sinistra, la pastura delle Rotte e il debbio del Mugnaio corre lungo un “argine” (A) non meglio specificato e si interrompe solo in corrispondenza di una piccola apertura di ingresso, il “cancello del ponte di sasso” (14).

Dopo aver analizzato la porzione della tenuta della Pulledraia circondata dal recinto e quindi adibita al pascolo degli animali, passiamo a descrivere la parte aperta, ovvero quella che, presumibilmente, era destinata alla coltivazione dei foraggi necessari al mantenimento dei cavalli durante i mesi invernali.

Cominciando dalla parte in basso a sinistra della mappa, troviamo la zona collinare, il “monte con macchia bassa” (X), sul quale sorge il complesso siderurgico di Caldana. La “sorgente delle acque” termali (Y) è rappresentata con una vasca più piccola rispetto ad un altro invaso molto più grande, definito “vasca d’acqua manufatta” (2), identificabile con il bottaccio della ferriera – che nella mappa è chiamata “edifizio e forno per la ferriera” – oggi noto come “Calidario”. La rappresentazione di due vasche separate è soltanto un espediente grafico per distinguere le sorgenti dal grande invaso del Bottaccio, dato che, anche all’epoca, le polle termali si trovavano già comprese all’interno di un unico perimetro.

Subito sotto alle colline, si estende un’ampia area definita “campi lavorativi” (T), formata da appezzamenti di varie forme e dimensioni, delimitata dalla “strada maestra” (V), ovvero l’attuale via del Parco Termale aperta recentemente ripristinando l’antico percorso.

In questa striscia di pianura si vedono due edifici, a sinistra il mulino (3) sulla Fossa Calda – quello che più tardi sarà conosciuto come “mulino di cima” – e a destra la “casa dei puledrai” (8), il cui nome lascia intendere il suo utilizzo come abitazione dei cavallai alle dipendenze del granduca. Quest’ultimo edificio, ampliato, sarà utilizzato a partire dalla fine dell’Ottocento come albergo termale.

Da una descrizione che il Rosselmini fa delle caratteristiche che un edificio del genere doveva avere, si capisce perché la “casetta dei puledrai” si trovasse proprio a ridosso del poggetto, in corrispondenza di un’altra piccola sorgente termale: «conviene che sia prescelta per la medesima la parte più asciutta, e la più sollevata, e di maggiore scolo, più ridossata, e più coperta dai venti perniciosi, ed incomodi, e di questa devesene assegnare una porzione la più lontana che sia possibile al branco dei Polledri, nella quale è necessario che vi sia l’abitazione dei custodi, un capannone con suo fienile sopra, rastregliere, e mangiatoie sotto, provisto d’acqua di polla, perché sia calda in questa stagione, e non sottoposta a diacciare».

Attraversata la strada, si nota una proprietà, costituita da un terreno lavorato, delimitato molto probabilmente da un recinto o da una siepe, e da due edifici, che il redattore della mappa chiama “vigna, casa e capannone del Giannelli” (7).

La famiglia Giannelli di Campiglia, oltre agli immobili e alla vigna, possedeva anche alcuni terreni limitrofi, che nella carta sono indicati come le “terre del Giannelli parte paludose e parte sane che inoggi le tiene lo Scrittoio” (S). Questa descrizione ci informa del fatto che quei terreni, parzialmente coperti dalle acque termali, erano stati presi in affitto dallo Scrittoio delle Regie Possessioni.

A destra troviamo un’altra sorgente termale, quella del “bagno caldo” (9), rappresentata da una vasca; si tratta della sorgente del Cratere che, ancora oggi, alimenta lo stabilimento delle Terme di Venturina. Nella mappa non è raffigurata l’altra polla d’acqua calda poco distante, quella del Canneto, che scaturiva a ridosso della strada.

Queste sorgenti termali, oltre che dai Campigliesi – che vi si bagnavano per curare le malattie della pelle e i dolori reumatici – erano utilizzate anche dai cavallai granducali, che facevano immergere gli animali per il benessere del loro delicato apparato osteoarticolare.

Ritornando sulla Fossa Calda, a sinistra del podere del Giannelli, incontriamo un altro edificio, definito “ferriera”, identificabile con quello che nel secolo scorso era noto come “mulino Cappelli” e che, prima ancora, era detto “mulino della torricella” per la sua vicinanza al mausoleo romano di Caldana.

Ancora più avanti, sempre lungo il corso della Fossa Calda, si trovano altri due edifici (5), un altro “mulino” e un’altra “ferriera”, il primo dei quali è il “mulino di fondo” mentre il secondo – che si trovava più o meno nell’area attualmente occupata dall’A.S.A. – oggi non esiste più.

Subito dopo troviamo disegnata la “conca dell’acqua che viene dal mulino e che si dirama in due parti” (6). In questo punto si trovava una cateratta, per regolare il flusso delle acque, che si alzava e si abbassava per mezzo di una catena agganciata ad una specie di argano, chiamato verrocchio, che ha dato il nome al Fosso Rocchio o appunto Verrocchio, ancora oggi esistente.

L’ultima proprietà descritta nella mappa è quella definita «terre del Casanuova» (R), un insieme di campi seminativi appartenenti alla famiglia Casanuova di Campiglia.

La mappa di cui parliamo non è una rappresentazione precisa dato che, all’epoca, i cartografi non utilizzavano ancora i principi scientifici che saranno introdotti solo a partire dalla fine del Settecento.

Si tratta quindi di un disegno approssimativo che non permette un’identificazione esatta dei vari elementi presenti al suo interno. Possiamo tuttavia formulare delle ipotesi per stabilire una corrispondenza almeno tra gli edifici indicati nella mappa e quelli esistenti ancora oggi.

Il dato storico più importante che emerge dall’analisi di questa antica mappa della Pulledraia è la presenza di una vasta proprietà terriera privata all’interno della tenuta. Si tratta del podere dei Giannelli, famiglia originaria di Sassetta che, agli inizi del Seicento, si stabilì a Campiglia.

I Giannelli furono per generazioni membri dell’esercito toscano e la loro fortuna economica derivò proprio dal prestigio sociale raggiunto grazie alle loro carriere militari.

Il capostipite è il caporale Paolo di Antonio, padre del luogotenente Pompilio (1605-1680) che sposò la benestante Giovanna Pacchiani.

Da questo matrimonio nacque l’alfiere Antonio (1634-1689), coniugato con Elisabetta Veltriani. Suo figlio, il castellano Attilio (1678-1725), sposò la signora Lucrezia Alieti di Portoferraio ed ebbe due figli maschi: il sacerdote don Antonio (1709-1782) e Giovanni Battista (1715-1788).

I Giannelli ebbero un ruolo importante nella vita politica di Campiglia, ricoprendo molte volte la carica di gonfaloniere – il sindaco di allora – nel Seicento e nel Settecento.

Il podere, che diventerà dei Giannelli, esisteva già alla metà del Cinquecento. Nell’estimo della Comunità di Campiglia del 1558, la particella, di proprietà degli eredi di un certo Giovanni di Piero, è descritta come «un pezzo di terra lavoratìa, boscata, padule e vignata con una casa» situata nel luogo detto «al Bagno», ovvero vicino alla sorgente termale del Cratere.

Nel 1570, la casa e i terreni erano di Giovanni di Baldassarre Pierini che li diede in dote alla figlia Lucrezia, andata in sposa, nel 1585, al campigliese Buonaccorso Daiti, il quale amministrò i beni della moglie trasmettendoli ai suoi eredi.

La casa del podere Giannelli esisteva, molto probabilmente, già agli inizi del Quattrocento. Nel catasto fiorentino del 1427 troviamo infatti, tra le varie proprietà presenti nel territorio campigliese, «una chasa chon 2 pezi di tera posti in detti chonfini, luogho detto Bagno».

Non possiamo escludere che si tratti addirittura della «casa de Caldana» citata, insieme ad un mulino, tra i beni donati al monastero di San Pietro in Palazzuolo da san Valfredo nell’anno 754.

Nel Seicento, la casa e i terreni entrarono a far parte del patrimonio di Pompilio Giannelli, la cui famiglia ne rimase in possesso per un lungo periodo, tanto che quel luogo prese il nome di “Giannella”, per lo stesso meccanismo che, poco più in là, portò alla nascita del toponimo “Venturina” nelle terre che un tempo erano appartenute al campigliese Venturino da Populonia.

In una relazione del 1859 sulla situazione idrogeologica della zona, fatta da Antonio Salvagnoli-Marchetti, si legge: «le acque della Fossa Calda spagliano in diversi luoghi per il cattivo stato degli argini, danneggiando e distruggendo le migliori erbe dei pascoli e formando tra gli altri il padule del Molinaccio e quello della Giannella».

La presenza di un padule della Giannella è confermata anche dalle carte geografiche dell’Ottocento, che ci permettono di collocarlo con precisione nel punto in cui la Fossa Calda incontra l’attuale via Aurelia, sul lato a valle della strada.

Sulla base di questi riferimenti, è quindi molto probabile che i resti dell’antica casa di Caldana, di cui abbiamo parlato, siano oggi inglobati nell’edificio situato in via del Parco termale ai numeri 24-28.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 16 (gennaio-febbraio 2017)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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