La moneta sotto al tetto

Immaginando una possibile soluzione al mistero di Vignale

Ogni tanto, su uno scavo archeologico ci si trova di fronte a piccoli misteri che si possono risolvere – se e quando ci si riesce – facendo ricorso a una buona dose di immaginazione.

Uno dei piccoli misteri dello scavo di Vignale è rappresentato da una moneta romana, trovata ormai qualche anno fa in corrispondenza di uno degli angoli del cortile della stazione di posta.

Si tratta innanzitutto di una bella moneta, che è anche abbastanza rara: un antoniniano di bronzo con l’effigie dell’imperatrice Magnia Urbica.

Sia la moneta sia l’imperatrice che vi è raffigurata sopra hanno una loro storia particolare.

Gli antoniniani sono interessanti perché sono la migliore testimonianza della crisi economica che attanagliò l’Impero romano nella seconda metà del III secolo. Furono coniati a partire dagli inizi del secolo con un valore di due denari, quindi il doppio di quella che era stata fino ad allora un po’ la moneta “cardine” del sistema romano, perché corrispondeva grosso modo al salario medio giornaliero di un lavoratore, per esempio un soldato.

Come i denari, anche gli antoniniani erano inizialmente d’argento più o meno puro, ma poi, a poco a poco, con l’avanzare della crisi economica e con l’aumento dell’inflazione, la quantità di argento presente nella lega cominciò a diminuire, fino quasi a scomparire del tutto, per essere sostituito dal rame.

Alla fine del secolo, quando venne coniata la nostra moneta, il suo valore rispetto alla moneta d’oro (che era la base su cui si calcolava il valore di tutte le altre monete) era sprofondato: intorno al 200 d.C. per comprare un aureo erano necessari 25 o forse 50 antoniniani, al tempo di Magnia Urbica ne servivano circa 800!

Il secondo motivo di interesse della nostra moneta è che non è una di quelle che si trova più di frequente. Magnia Urbica, regnò solo un paio d’anni, tra il 282 e il 284 d.C. (o forse tra il 283 e il 285, secondo altre fonti), come consorte dell’imperatore Carino, uno dei tanti comandanti militari che in quei decenni venivano acclamati imperatori in qualche provincia dell’Impero, ma che restavano in carica pochi mesi o al massimo qualche anno e poi facevano, per lo più, una brutta fine.

Nella moneta, Magnia Urbica è ritratta nel modo consueto per le Auguste di quest’epoca: vista di profilo a mezzobusto, con un elaborato diadema in testa, e appoggiata su un crescente lunare; sul retro, compare invece, l’immagine di una divinità femminile che regge nelle mani uno scettro e la mela d’oro, il che ci permette di identificarla con Afrodite/Venere. E l’identificazione è confermata dalla scritta, che fa riferimento alla Venere “celeste”. Tutto concorre quindi a dare un’immagine per l’appunto “celeste” dell’Augusta: associata alle due principali “luci” del firmamento, la luna e il pianeta comunemente identificato come la “stella” più luminosa della sera, che diviene tanto più luminosa quanto più la luna non è piena, ma ridotta a una piccola falce crescente. Il grande diadema tra i capelli, che possiamo immaginare composto di gemme a loro volta scintillanti, completava l’immagine di una donna che, divenendo imperatrice, cessava di essere solo una donna, ma diventava qualcosa di molto vicino a una divinità.

Bene, si dirà, tutto questo è molto interessante, ma il mistero di questa moneta, che alla fine è come tante altre, dove sta?

Il mistero sta in due cose: nel fatto che la moneta sia perfettamente conservata, praticamente intatta come quando è uscita dalla zecca dove venne battuta, e nel fatto che è stata trovata in un contesto molto particolare.

La moneta stava infatti subito sotto il tetto crollato in un angolo del cortile della mansio e questa è una condizione che normalmente piace molto agli archeologi: se il tetto crolla sopra una moneta del 282-284 d.C. è sicuro che il crollo sia avvenuto dopo il 282-284 d.C., perché prima evidentemente non sarebbe stato possibile, dato che quella moneta non esisteva ancora. Ma quanto dopo? Anche qui la risposta è, almeno apparentemente, facile: se la moneta è praticamente intatta deve aver circolato pochissimo, perché nel passare di mano in mano le monete si consumano rapidamente; quindi il crollo deve essere avvenuto nell’arco di pochi anni dal 282-284 d.C.

E invece no. Perché, insieme alla nostra moneta, sotto il crollo del tetto ci sono anche un bel numero di monetine coniate più o meno 150 o 200 anni dopo quella data.

Allora il conto non torna, perché se il tetto crolla anche su quelle monetine questo non può essere avvenuto prima del quinto secolo e quella moneta, così antica e così intatta, nel quinto secolo non poteva proprio circolare.

Bisognerà quindi immaginare qualcosa di diverso e trovare con un po’ di fantasia una soluzione al mistero.

L’unica ipotesi che ci è fin qui venuta in mente è che la moneta, al momento del crollo del tetto, non fosse sul pavimento sotto il tetto, come le tante monetine di quinto secolo, ma fosse invece “nel” tetto.

Le monetine sul pavimento del portico ci dicono infatti quando è caduto il tetto – nel quinto secolo, o meglio, in un momento qualsiasi a partire dal quinto secolo – ma non quando è stato costruito il tetto, che, al momento del crollo, poteva tranquillamente avere 150 o 200 anni di vita; esattamente come accade ai tetti di travi, tegole e coppi delle vecchie case di campagna.

A partire da questa idea, si può cominciare a fantasticare. Una moneta, nuova di zecca, incastrata tra le travi di un tetto ci può tranquillamente stare. Per esempio se è stata utilizzata, come si fa spesso ancora oggi, per celebrare la fine della costruzione o del restauro di un edificio, oppure se si vuole indicare a futura memoria quando quel lavoro è stato fatto.

Da questo punto di vista, una moneta come quella di Magnia Urbica sarebbe stata proprio perfetta. Una moneta nuova, che potrebbe essere stata parte di una distribuzione di denaro fatta proprio per celebrare la salita al trono della nuova coppia imperiale. La cosa tornerebbe proprio bene perché, dal marchio posto in basso sul rovescio, sappiamo che la nostra moneta fu battuta nella zecca di Ticinum (oggi Pavia) ed è possibile che proprio a Ticinum – che era una delle principali piazzeforti militari dell’Italia di quell’epoca – la nuova coppia imperiale abbia ottenuto la sua acclamazione.

Da Ticinum Magnia Urbica e Carino si dovettero poi spostare a Roma ed è plausibile che il percorso seguito sia stato quello più diretto, che passa appunto per l’antica Aurelia e quindi da Vignale.

Allora possiamo immaginare un corteo imperiale che si muove lungo la strada, che si ferma alla mansio di Vignale, dove i nuovi imperatori distribuiscono denaro per ingraziarsi i sudditi. O forse, fanno una donazione specifica per riparare il tetto della stazione di posta che magari era in pessime condizioni, visto che la gestione del sistema delle stazioni ricadeva anche sull’amministrazione imperiale.

Del resto, Magnia Urbica in una iscrizione è definita “madre degli accampamenti” e le stazioni di posta funzionavano anche un po’ come accampamenti per gli eserciti in marcia.

Oppure, possiamo pensare anche a una soluzione diversa. Il corteo imperiale passa da Vignale e vengono distribuite delle monete appena coniate con l’immagine della nuova Augusta. Una di queste finisce nelle mani di un gruppetto di monelli che, magari, si arrampica sul tetto della stazione di posta per vedere ripartire il corteo dopo la sosta. E lì, tra una spinta e una baruffa, la preziosa moneta cade fra le tegole e si incastra tra le travi, divenendo irrecuperabile per quei bambini e rimanendo lì nascosta fino a quando il tetto non crolla. Come sia davvero andata non lo sapremo ovviamente mai. Ma il bello dell’archeologia sta anche nel fatto che ci offre un pretesto per immaginare storie e per raccontarle.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 22 (gennaio-febbraio 2018)

Enrico Zanini

Enrico Zanini

Insegna Metodologia della Ricerca Archeologica e Archeologia Bizantina all’Università di Siena. Autore o curatore di sette volumi e di oltre 130 articoli scientifici, dirige attualmente progetti di ricerca sul campo a Creta e in Sicilia. In Toscana dirige il progetto di archeologia pubblica e condivisa Uomini e Cose a Vignale.

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