Voglia di un tempo antico

la nostalgia del passato nella Toscana del ‘300

«Considerando al presente tempo e alla condizione dell’umana vita, lo quale con pestilenziose infirmità e con oscure morti è spesso vicitata; e veggendo quante rovine con quante guerre civili e campestre in essa dimorano; e pensando quanti populi e famiglie per questo sono venute in povero e infelice stato e con quanto amaro sudore conviene che comportino la miseria, là dove sentono la loro vita essere trascorsa».

Erano gli anni fra il 1397 e il 1398 quando Franco Sacchetti scriveva queste parole a prologo della sua raccolta di novelle. Singolare che un componimento fra i più ironici e divertenti della letteratura basso-medievale cominci con un’analisi tanto rigorosa quanto commovente nello scarno realismo dei particolari. Generazioni di uomini segnati dal susseguirsi di epidemie catastrofiche, dalla distruzione e dal dolore, dai rivolgimenti sociali, da guerre sanguinose, dalla povertà. Difficile il compito di indurre al riso in un tempo simile.

Quando si parla dei vuoti provocati dalla peste seguendo le valutazioni statistiche dei grandi numeri, pur nell’impressione complessivamente grandiosa della tragedia, si finisce per nascondere i destini e la vita delle famiglie, dei singoli individui, degli scomparsi
e dei sopravvissuti, spesso segnati irrimediabilmente dalla tragedia, che è poi ciò che più conta per comprendere e valutare appieno la complessità dell’azione destrutturante del fenomeno morboso epidemico.

Storie di famiglie, storie di umanità: una fra tante, quella di un notaio senese di nome ser Cristofano, di sua moglie, dei loro sette figli, nel luglio 1390 ancora prosperamente uniti. A distanza di un mese, nella casa pressoché vuota, Cristofano è rimasto con la sua secondogenita, una bambina di otto anni, che non ebbe il coraggio di allevare: la affidò ad un convento, si spogliò dei suoi beni e si ritirò a vivere come oblato nell’ospedale di Santa Maria della Scala. La peste aveva sterminato la sua famiglia, interrotto la sua esistenza, segnato il destino di solitudine dell’unica giovane superstite. La stessa sorte accomunò, a partire dal secondo Trecento, un numero infinito di famiglie toscane, sia che abitassero le città principali sia che popolassero le campagne e i borghi minori.

In pochi giorni poteva consumarsi la tragedia: nuclei spezzati, ridotti a qualche sopravvissuto, patrimoni dispersi, minori rimasti senza l’aiuto di un adulto. La lacerazione degli affetti e la rottura dei legami di continuità con il passato, l’instabilità delle strutture economiche e l’alterazione delle relazioni sociali, inducono un tempo perturbato in cui ciò che è impossibile a ritrovare è proprio la normalità del vivere.

Anche la guerra finiva per riguardare i destini della gente comune. Non era più affare di cavalieri e di soldati, infliggeva le sue ferite al territorio, ai disarmati, agli incolpevoli, non solo con le armi, ma con le devastazioni, i saccheggi, le razzie, i furti di uomini e bestiame. Ironia della sorte, gli stessi mercenari assoldati per difendere la popolazione dai nemici si comportavano da invasori e, a maggior beffa, non potevano neppure essere contrastati, combattuti come si sarebbe fatto con un avversario, dati gli accordi di mercenaria alleanza esistenti. Il 23 giugno 1375, il vicario delle «Alpi fiorentine» Giovenco di messer Lottieri da Filicaia scriveva da Firenzuola ai priori della sua città a proposito dei danni inferti dalla compagnia degli inglesi guidata da Giovanni Acuto, con la quale, appunto, si erano stipulati patti:

«Questa gente è per ancora ne’ luoghi (…) e fanno ogni danno; e a uno e due e tre vanno come piace a loro (…) e ànno segate a loro quasi tutte le biadora (…) Degli uomini di quest’Alpi vorrebbero volentieri la parola da me di poter fare a loro di quello che fanno; scrivetemi quello che intorno a ciò abbia a fare, però che gli uomini ci sono di troppo buono volere».

È evidente che in questo caso la popolazione morde il freno, non accetta i soprusi, vorrebbe ribellarsi e difendere le proprie cose, ma di fronte alla manifestazione di fierezza montanara, il prudente rappresentante del governo fiorentino indugia, prende tempo, chiede istruzioni al potere centrale, che sa impegnato al rispetto di un patto.

Nelle parole del novelliere Franco Sacchetti che abbiamo sopra ricordato si misura dunque il cambiamento di un secolo nei suoi aspetti più tragici, nelle ferite inferte dalle guerre e dalle «morìe», ma già all’inizio del Trecento segnali di disagio, il senso di un cambiamento di civiltà e di valori si rendono avvertibili almeno in due testimonianze di autori famosi: quelle del poeta Dante Alighieri e del cronista Giovanni Villani. Costoro costruiscono infatti, in due celebri passaggi delle loro opere, una sorta di atto d’accusa contro una società in trasformazione, invocando al contempo un passato non troppo lontano che profuma di nostalgia.

«Fiorenza dentro da la cerchia antica, /ond’ella toglie ancora e terza e nona, / si stava in pace, sobria e pudica. / Non avea catenella, non corona, / non gonne contigiate, non cintura / che fosse a veder più che la persona. / Non faceva, nascendo, ancor paura / la figlia al padre; che ‘l tempo e la dote / non fuggien quinci e quindi la misura. / (…) Bellincion Berti vid’io andar cinto / di cuoio e d’osso, e venire da lo specchio / la donna sua senza il viso dipinto; / e vidi quel de’ Nerli e quel del Vecchio / esser contenti a la pelle scoperta, / e le sue donne al fuso e al pennecchio. / (…) A così riposato, a così bello / viver di cittadini, a così fida / cittadinanza, a così dolce ostello, / Maria mi diè, chiamata in alte grida; / e ne l’antico vostro Batisteo / insieme fui cristiano e Cacciaguida».

La Firenze di Cacciaguida è la città ideale, il sogno di Dante. L’atmosfera riposante della casa, gli ideali misurati e tranquilli, le occupazioni umili, l’armonia degli affetti domestici, la semplicità delle abitudini, tutto sembra riassumersi in quel verso: «A cosi riposato, a così bello / viver di cittadini». L’Alighieri fa un elogio dei tempi antichi, dei loro costumi semplici, nei quali a suo parere risiede la virtù di un popolo e la sua grandezza: austerità, morigeratezza, amore per l’onestà e l’onore, rifiuto dell’apparenza e delle pompe.

Il cronista Giovanni Villani vive l’atmosfera di una Firenze di poco posteriore a quella dell’autore della Divina Commedia e anch’egli parla, nella sua Cronaca, con accenti nostalgici della vita sobria dei suoi concittadini degli anni belli del Duecento.

«E nota che al tempo del detto Popolo, e in prima e poi a gran tempo, i cittadini di Firenze viveano sobrii, e di grosse vivande, e con piccole spese, e di molti costumi e leggiadrie grossi e ruddi; e di grossi drappi vestieno loro e le loro donne, e molti portavano le pelli scoperte senza panno, e colle berrette in capo, e tutti con gli usatti in piede, e le donne fiorentine co’ calzari senza ornamenti, e passavansi le maggiori d’una gonnella assai stretta di grosso scarlatto d’Ipro, o di Camo, cinta ivi su d’uno scaggiale all’antica, e uno mantello foderato di vaio col tassello sopra e portavanlo in capo; e le comuni donne vestite d’uno grosso verde di Cambragio Per lo simile modo, e lire cento era comune dota di moglie, e lire dugento o trecento era a quegli tempi tenuta isfolgorata; e le più delle pulcelle aveano venti o più anni, anzi ch’andassono a marito. Di sì fatto abito e di grossi costumi erano allora i Fiorentini, ma erano di buona fe’ e leali tra loro e al loro comune, e colla loro grossa vita e povertà, feciono maggiori e più virtudiose cose, che non sono fatte a’ tempi nostri con più morbidezza e con più ricchezza».

Misura nello spendere, semplicità nel vestire, moderatezza nel mangiare, rude semplicità negli arredi delle abitazioni quasi spoglie, un sistema dotale equilibrato in cui il peso dei pagamenti sulla famiglia della sposa non equivalesse a una condanna all’indebitamento. Insomma un modo di vivere nel Duecento che pare uniformarsi ai canoni di una grande sobrietà e moderazione ed anche, inevitabilmente, alle leggi di uno sviluppo parziale, incompleto. C’è molta retorica in questi elogi del buon tempo andato, ma c’è anche
molta verità nell’additare gli elementi di una maniera differente di vivere. Alle soglie del Quattrocento una provvisione emanata dal governo fiorentino cercava di porre un freno al lusso, allo sfarzo, all’inutilità del superfluo e delle apparenze. Il provvedimento usa parole esacerbate che chiamano in causa la «barbara e indomita bestialità delle donne, dimentiche della fragilità della propria natura e della loro condizione di subordinazione all’uomo», ricorre a espressioni forti sull’istinto diabolico e sulla capacità di perversione femminile, fa intravedere uno sperpero corruttore di buoni sentimenti. Anche questa testimonianza rappresenta dunque un’esagerazione, però segna in certo modo un punto d’arrivo e aiuta a comprendere come il trascorrere del tempo abbia inciso sulla realtà. Due secoli di vita hanno modificato in modo vistoso le abitudini, i comportamenti, la qualità dell’esistenza delle genti toscane.

Fonte: M.S. MAZZI, La vita quotidiana, in “Storia della Civiltà toscana”, I, 2000, pp. 217-220.

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